Kèrigma – annuncio
“La riforma protestante fu essenzialmente una rivoluzione
ecclesiologica: non un semplice attacco a questa o a quella struttura
ecclesiale, ma un cambiamento radicale del significato e della funzione della
chiesa. Per Lutero e Calvino la chiesa è il popolo di Dio, la comunità eletta e
salvata per opera di Cristo, ma sia della salvezza che dei mezzi per
realizzarla essi hanno un concetto profondamente diverso da quello insegnato
dalla Chiesa cattolica. Essi non concepiscono la salvezza come santificazione
mediante l’incorporazione in Cristo, ma soltanto come perdono conseguito con la
fiduciosa accettazione della Parola di Dio. E per salvare l’umanità Dio non
conosce altra via che quella della sua Parola; egli non ha bisogno né di
mediazioni né di intermediari. E’ sempre e soltanto Dio che salva con la sua
Parola; la chiesa non diviene mai canale, strumento di salvezza; essa è il
soggetto recettivo della salvezza, la comunità dei salvati. Quelli che la
chiesa cattolica considera strumenti di salvezza (il potere di ordine e di giurisdizione, i
sacramenti e le altre strutture), sono semplicemente dei segni di appartenenza
alla Chiesa.
…
L’ecclesiologia protestante è,
quindi, sin dalle sue origini essenzialmente kerygmatica: è costruita intorno
alla Parola di Dio, il messaggio (kèrigma) [kèrigma = parola greca che
significa “annuncio”, “predicazione”)
cristiano. Tuttavia il termine “kerigmatico” è di conio piuttosto recente: l’ha
introdotto Karl Barth [teologo protestante svizzero; 1886-1968] per
caratterizzare la sua teologia, la quale si propone non obiettivi speculativi e sistematici, ma
squisitamente pastorali e missionari; vuole semplicemente servire all’annuncio
del Vangelo. Naturalmente, se già tutta la teologia barthiana è kerigmatica,
non può non esserlo la chiesa la’raldo della Parola di Dio.
[da Battista Mondin, le nuove ecclesiologie, pag.5, Edizioni
Paoline, 1980]
Concezioni riconducibili alla teologia di Karl
Barth hanno avuto molta fortuna anche nella nostra confessione religiosa. L’importanza
dell’annuncio, del kèrigma, ci è spesso
sottolineata, così come l’esigenza di abbandonarsi alla Parola di Dio. Anche
tra noi questa linea di pensiero è stata vista come un antidoto alle molte
compromissioni con il potere politico delle nostre collettività religiose.
I problemi, con la Parola di Dio, sorgono quando
la si affronta più da vicino, uscendo dal generico. Si tratta infatti di
interpretare scritture sacre risalenti all’antichità che sono piuttosto ostiche
anche per i più sapienti. Da lì poi, con dei ragionamenti, si ricava quella che
viene definita Parola di Dio. Nella nostra confessione religiosa si è stati
particolarmente consapevoli delle difficoltà che si incontrano in questo
lavoro. C’è chi lo ha demandato totalmente all’autorità religiosa e chi ci si è
anche impegnato direttamente, assumendosene la responsabilità, ma chiarendo
bene la provvisorietà dei risultati, trattandosi pur sempre di interpretazioni
situate storicamente e condizionate dalla cultura e dalle personalità degli
interpreti. In Azione Cattolica, conformemente alla dottrina prevalente, si
sono seguite entrambe le strade. Si cerca di capire personalmente quale ciò che
definiamo Parola di Dio tenendo conto anche dell’insegnamento delle autorità
religiose.
Dopo il Concilio Vaticano 2° i fedeli sono
stati spinti a un contatto personale con le scritture sacre, al fine di trarne
insegnamenti di vita e orientamenti per l’azione religiosa e non nella società.
Spesso però, per tante ragioni, innanzi tutto perché impegnati in altre cose,
non si è maturata una cultura sufficiente per comprenderle in modo affidabile. Non
di rado si è piuttosto superficiali, ci si ferma al primo senso che balza agli
occhi. Qualche volta ci si affida ai ricordi delle prediche del passato. In
genere quando apriamo il libro sacro siamo piuttosto disorientati. E vedo di
nuovo in voga l’uso medievale di aprire a caso la scrittura ritenendo in questo
modo di sollecitare in qualche modo l’intervento soprannaturale per capire
quale sia, oggi, la Parola di Dio per
noi. E’ un metodo usato anche da Francesco d’Assisi, il quale però, appunto,
era un uomo del medioevo. Francamente non mi soddisfa. Io non sono un uomo del
medioevo.
Alla concezione magico-spiritualista della
Parola di Dio in Azione Cattolica si è preferita quella che impegna a un lavoro
di mediazione culturale per far
reagire i principi tratti dalle scritture sacre con la realtà in cui viviamo. Questo è anche un modo di essere presenti nella società che è stato
particolarmente fecondo in passato, ma che richiede un certo sforzo che è insieme personale e collettivo. E’
una via faticosa. In generale concepiamo la collettività come strumento di
salvezza anche religiosa. In questo la nostra concezione religiosa diverge
abbastanza da quelle protestanti. Le si avvicina quando riteniamo che questo
sia un lavoro per tutti, non solo per una classe di predicatori professionisti
con mandato speciale.
Nella concezione che vedo prevalente in Azione
Cattolica (ma ve ne sono anche altre come in tutte le nostre collettività) l’impegno
associativo è individuato nel costituire una forza sociale che abbia un
influsso nella società in cui è inserita vitalmente nel senso di promuovere
certi valori ai quali attribuiamo valenza religiosa. Parallelamente c’è l’obiettivo
della autoformazione religiosa e culturale in vista dei quell’obbiettivo. Non
si ritiene sufficiente l’annuncio e
anche la sola predicazione. Non perché, naturalmente, non si abbia
fiducia nel soprannaturale, ma perché si ritiene che il lavoro della mediazione culturale, per animare
la società profana, fuori degli
spazi liturgici, sia uno dei modi, in particolare quello affidato ai laici di
fede, in cui si possono servire gli ideali religiosi. Vogliamo essere quindi mediatori, dove le ideologie kerigmatiche
rifiutano mediazioni.
L’idea
di essere mediatori ci porta a richiedere un ruolo riconosciuto
all’interno della nostra collettività religiosa. Non siamo quindi in polemica
con l’autorità religiosa, ma in dialettica sì. Nell’organizzazione feudale del
potere religioso all’interno delle nostre collettività di fede c’è ancora poco
posto per il laicato. Le conseguenze sono molto negative e cominciano a notarsi
in modo eclatante.
Il lavoro di mediazione culturale significa accettare di confrontarsi con la
storia in ci si vive. Il kerigmatico rifiuta di farlo, tende a
estromettere tutto ciò che ha carattere storico, come indebita contaminazione.
Inoltre quel lavoro richiede una spazio per il mediatore. Il kerigmatico non si pone tanti problemi e, in un certo
senso, è come se vivesse già totalmente nel soprannaturale, in una realtà che
agli altri appare piuttosto irrealistica.
Il kerigmatico proclama un comando religioso, ma l’uditore in
genere non riesce a intenderlo bene. A
volte è veramente una parola che viene dall’aldilà.
Tutti i risultati della mediazione culturale in
materia di fede non devono mai essere presentati con carattere
di assolutezza e definitività. Sono storicamente e culturalmente situati. La mediazione culturale è un lavoro che deve essere sempre ripreso, di
epoca in epcoa. In questo chi vuole impegnarsi nell’pera della mediazione
culturale accetta il monito del kerigmatico,
che sottolinea con particolare forza questo aspetto.
“Dio è il Dio sconosciuto. Come tale egli dà a tutti la vita, il fiato
e ogni cosa. Perciò la sua potenza non è né una forza naturale né una forza
dell'anima, né alcuna delle più alte o altissime forze che noi conosciamo o che
potremmo eventualmente conoscere, né la suprema di esse, né la loro fonte, ma
la crisi di tutte le forze, il totalmente Altro, commisurate al quale esse sono
qualche cosa e nulla, nulla e qualche cosa, il loro primo motore e la loro
ultima quiete, l'origine che tutte le annulla, il fine che tutte le fonda.[…]
L'uomo si trova in questo mondo in prigione. Una riflessione alquanto profonda
non può concedersi nessuna incertezza sulla limitazione delle nostre
possibilità che sono qui e ora a nostra disposizione. Ma noi siamo più lontani
da Dio, il nostro ingannarsi su di lui è più grande e le sue conseguenze sono
sempre ancora più vaste di quante ci permettiamo di pensare. L'uomo è signore
di se stesso.”
[da Karl Barth, Lettera ai Romani, 1922]
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli