Una lacerazione
gravissima
“Ma il
suo pontificato ebbe la grande prova nel luglio 1968, dopo l’enciclica «Humanae
vitae» [=della vita umana
(la trasmissione)] sui problemi
posti dalla contraccezione: esso cambiò, per così dire, atmosfera.
Quando più tardi si farà la
storia di questa enciclica, si comprenderà ancor più l’importanza di tale
svolta nel suo pontificato e nella sua vita. Nelle nostre singole esistenza,
come nei regni dei grandi della terra, ci sono momenti in cui tutto cambia
senza che nulla appaia. Chi vuol capire Paolo VI dovrà, ne sono certo,
riflettere su questa fase di passaggio. Paolo VI nel suo intimo (si trattò di
un periodo patetico di cui fui uno dei rari testimoni) si poneva il problema
della sovrappopolazione mondiale e della contraccezione, ma aveva da scegliere
diverse strade. Poteva seguire il parere di una commissione da lui stesso
nominata, favorevole all’orientamento del cardinale belga Suenens, e lasciare
alla coscienza dei coniugi la scelta del metodo più conveniente per limitare il
numero delle nascite. Era stata la scelta della chiesa anglicana. Poteva al
contrario insegnare solennemente che, tra i metodi proposti, certi erano
contrari alla legge morale naturale e alla disciplina cattolica, il che
significava, per dirlo semplicemente, condannare la pillola.
Paolo VI
scelse la seconda soluzione, senza tener conto del parere della
commissione. Occorre considerare che, se avesse scelto la prima, avrebbe
guadagnato una considerevole popolarità, senz’altro più grande di quella di
Giovanni XXIII. Avrebbe dato l’impressione di «liberare»
l’amore. Si può dire che, all’intersecazione delle due strade, egli scelse per sé
la via della croce. Lo fece per un senso di dovere di capo della famiglia
umana, non solamente in quanto responsabile della fede e dei costumi del mondo
cattolico, ma come responsabile del bene futuro della specie umana. Era
convinto che ciò che si chiama la pillola guastava i meccanismi nervosi, che
essa non era naturale, che non faceva appello al controllo di se stessi e che non
si sapeva ancora quali effetti essa poteva avere sull’ereditarietà e la
discendenza.
Bisogna osservare che non
condannava i metodi contraccettivi: egli sperava che i progressi della biologia
e della fisiologia avrebbero permesso di trovarne alcuni che non mettessero in
pericolo l’equilibrio nervoso e l’ereditarietà. Ma metteva in guardia l’umanità,
come certi scienziati e medici, contro i procedimenti che non gli parevano
conformi alla biologia e alla morale; pensava poi che, se questa generazione lo
respingeva, una generazione futura l’avrebbe giustificato”
[da Jean Guitton, Paolo VI segreto, pag.22-23, Edizioni San Paolo, 1985
(periodicamente ristampato), €15,00, disponibile in commercio]
Riconoscere la santità in una persona
significa renderne indiscutibili tutte le sue scelte? Riconoscerla in un capo
religioso, significa prolungare la sua autorità anche dopo la sua uscita dalla
scena della storia? Tra le ragioni per cui si fa santo un papa ci sono anche
queste. Ma come fedeli noi non possiamo sentirci obbligati ad accettare queste
conseguenze in tutto. Ad esempio, la beatificazione del papa Pio 9° non ci
obbliga ad accettare o anche solo a giustificare una legge reazionaria e
retrograda come il Sillabo (promulgato
nel 1964: l’elenco delle affermazioni che secondo quel sovrano religioso
contrastavano con la fede e che comprendono molti dei grandi principi di
civiltà su cui le democrazie avanzate contemporanee si reggono).
Il filosofo Jean Guitton fu a lungo amico
personale del papa Paolo 6°, ebbe modo di conoscerlo molto bene, meglio della
gran parte dei fedeli. Nel libro che ho citato ne parla liberamente e
sinceramente, non oppresso dai sensi di colpa e dagli obblighi religiosi che
limitano molto, in genere, ciò che si dice di quel Papa. Scrive, in merito alla sua amicizia con
Montini:
“Mi è impossibile dire che cosa io rappresentassi per lui: non ero un
subordinato, un discepolo, un compatriota o uno
straniero, e neppure un parente o un amico d’infanzia. Non avevo nulla
da chiedergli: egli non aveva nulla da darmi. Qui risiedeva il mistero della
scelta inesplicabile, immeritata, che è l’amicizia allo stato puro, molto
simile a ciò che nella fede si chiama grazia” (libro citato, a pag. 16).
In merito alla decisione del Papa del 1968 sui
metodi per limitare le nascite, Guitton ci narra quello che era già noto, vale
a dire che fu una scelta personale del Montini adottata contro il parere dei
consiglieri da lui stesso nominati per esaminare la questione, ma anche
qualcosa di più, che invece non si sapeva, vale a dire che fu presa su presupposti ancora più
opinabili di quelli di teologia morale, vale a dire nella convinzione che la pillola, il farmaco utilizzato per la
contraccezione chimica, per indurre una condizione di infertilità artificiale
nella donna, avesse conseguenze negative sui meccanismi nervosi e sull'ereditarietà.
Ma non sono stati questi aspetti quelli più gravidi di conseguenze, bensì la
profonda sfiducia manifestata nei confronti dei coniugi di fede.
Quell’enciclica provocò una lacerazione
gravissima all’interno delle nostre collettività religiose, delle coppie
coniugali di fede, nelle stesse psicologie delle persone di fede. Guitton ci
dice che fu per il Papa come scegliere la croce. Per lui però fu una scelta consapevole. Per i coniugi cristiani fu molto diverso, fu come l’essere
trascinati sulla croce senza capire bene il perché. La loro vita di fede ne fu
fortemente travagliata. Certamente poi si cercava, come si dice, di farsene una ragione, di darsi delle
spiegazioni razionali. Ma nessuna era ed è veramente convincente. In realtà,
come accadde negli anni sessanta ai saggi nominati dal Papa per esaminare la
questione, non c’è una risposta veramente soddisfacente che renda evidente
perché ci si debba assoggettare, nella vita coniugale vissuta nella fede, a quella sorta di roulette russa riproduttiva che era ed è ancora la scelta considerata
moralmente lecita in base ai principi di quell’enciclica. I preti ci dicono che
la gente in genere, anche quella di fede, non si attiene o non si attiene per
tutta la sua vita biologicamente fertile a quell'orientamento morale, salvo minoranze fortemente motivate in senso riproduttivo o, appunto, in certi momenti
della vita di una coppia.
La decisione di Paolo VI in materia di
strategie riproduttive venne seguita e, anzi aggravata, dal suo successore
Wojtyla. Se ne fece materia di fondamentalismo religioso, che è oggi ancora
molto diffuso nelle nostre collettività religiose. Esso, in definitiva,
disconosce di fatto la qualità religiosa della maggior parte delle relazioni
coniugali, proponendo una sorta di obiezione
riproduttiva. In parole semplici: se si hanno solo due o anche tre figli
(come la gran parte dei coniugi di fede) è chiaro che non ci si è attenuti, che
si è peccato. Se ci si fosse attenuti, se ne avrebbero avuti molti di più. Si
sono rifiutati i figli, non ci si è abbandonati alla roulette riproduttiva. Ciò viene ritenuta manifestazione di egoismo, non di responsabilità riproduttiva. La colpa è evidente, è, insomma, come scritta sulla fronte
dei coniugi non sufficientemente fecondi, come il marchio d’infamia, una volta,
su quella delle prostitute. Poi, per misericordia, si accettano in chiesa
anche le coppie peccatrici manifeste, quelle quindi che non hanno avuto un numero sufficiente di figli, così come per misericordia, si dice di ammettere anche quelle che non si sono sposate in chiese o che
non si sono sposate del tutto e altre categorie di pubblici peccatori, come ancora sono considerati gli omosessuali che non praticano l'astensione totale.
Questa misericordia
suona offensiva per i coniugi di
fede, quelli che non solo si sono sposati in chiesa, ma che hanno improntato alla
fede la loro vita coniugale. Arriveranno a capirlo i nostri capi religiosi? I
presupposti non sono incoraggianti. I nostri capi religiosi appartengono tutti
al clero e hanno una conoscenza indiretta, quindi insufficiente, delle questioni
sulla famiglia e, in particolare, di quelle riproduttive. In genere si mostrano
sordi a ciò che giunge loro da chi della famiglia ha un’esperienza personale e
diretta e, innanzi tutto, una esperienza,
quella che loro, per loro scelte personali, si sono negata. E’ stato osservato
che le famiglie di fede non sono state bene rappresentate all'ultima assemblea
straordinaria del sinodo sulla famiglia. Come sono stati scelti quelli che
dovremmo considerare i nostri rappresentanti
e che, a quello che ho letto, si sono limitati in sostanza a ripetere il
catechismo wojtyliano?
Il punto centrale non è tanto stabilire quale metodo i coniugi debbano impiegare
nelle faccende riproduttive, ma, innanzi tutto, stabilire se si debba o
non avere fiducia nei coniugi di fede nelle scelte riproduttive. Paolo 6° e i suoi
successori non l’avevano. Ma, in questo, possono essere considerati uomini del
passato.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli