Il
compito dell’AC nella società
Chiarito che noi laici di Azione Cattolica non
siamo paraclero, ausiliari dei preti,
dobbiamo sempre definire, e all’occorrenza ridefinire il ruolo, per cui ci
siamo associati in parrocchia e sulla scena nazionale.
Non stiamo insieme solo per perfezionarci spiritualmente
e culturalmente, non siamo autoreferenziali, o almeno non dovremmo esserlo.
Pensiamo di avere un compito da svolgere nella società, per questo si
impegniamo anche in un percorso di autoformazione. Riteniamo di avere qualcosa
da dire e da fare con gli altri, per influire nella società, per affermare in
essa valori religiosi che sono anche valori di civiltà, qualcosa che serve per
vivere meglio.
Il compito principale dell’AC si svolge fuori
degli spazi liturgici, innanzi tutto in ciò che ciascun associato fa nella
società civile, nel lavoro, nella politica, nella cultura, nella famiglia ed
anche nel tempo libero. Questa azione è tanto più efficace quante più sono le
relazioni con gli altri settori della società, con l’altra gente. Ed è qui che
il nostro gruppo parrocchiale presenta dei problemi. In particolare abbiamo
troppo pochi giovani. Certo, da molto tempo ci è venuto a mancare il canale di
reclutamento che portava dal secondo catechismo, quello che del post-Prima
Comunione, al nostro gruppo. Nella nostra parrocchia infatti da molti anni
prevale un’esperienza di società laicale molto diversa dalla nostra, e per certi
versi antagonista ad essa, e questo pur senza esserle manifestamente ostile, ma
semplicemente distante e indifferente. Un sentimento che mi pare reciproco.
Apparteniamo a due mondi che non comunicano, che si ignorano. Gente passa
accanto all’altra gente senza parlarsi, senza conoscersi veramente. Ciascuno
convinto della superiorità della propria esperienza.
Ma in realtà, per come l’AC è venuta crescendo
nel post-Concilio, il nostro spazio di espansione dovrebbe essere al di fuori
degli spazi liturgici, al di fuori della chiesa parrocchiale e delle sue
pertinenze. E’ lì che dovremmo farci pescatori di esseri umani, secondo le
consuetudini delle origini. In questo dovremmo migliorare. I più giovani del
gruppo hanno più opportunità, in astratto, ma lo studio e il lavoro costituiscono
un ostacolo in questo: si ha sempre la sensazione di non avere tempo. I più
anziani il tempo ce l’hanno, ma non hanno le opportunità. Una persona più
anziana, se non fa l’insegnante, ha relazioni vitali solo con i giovani della
propria famiglia. Si può partire da lì.
Dopo le temperie adolescenziale, che spesso
causano un allontanamento dalla fede appresa in famiglia, arriva il momento in
cui, anche spinti da curiosità indotte dall’attualità, ci si ripensa su.
Cerchiamo di soddisfare questo bisogno. Ma cerchiamo, in questo, di
migliorarci, di non presentare agli altri la religione secondo vecchi schemi e
preconcetti. Il modo deve essere quello dell’apertura. Non siamo dei San Pietro
sulle soglie del Paradiso, dei “doganieri” come dice il nostro vescovo, messi
lì per dire chi deve entrare e chi non. Dobbiamo innanzi tutto conoscere gli
altri e farci conoscere meglio.
A volte, da anziani, non si ha più la voglia
di imparare cose nuove, quelle che però servono per aggiornarsi e interpretare
i segni dei tempi. Uno
strumento veloce e quotidiano per farlo ci è stato indicato dal parroco qualche
domenica fa: è il quotidiano Avvenire.
Chi ha più tempo a disposizione, cerchi di leggere gli articoli di
approfondimento religioso su quel giornale. L’edizione della domenica è molto ricca e,
come sapete, la trovate sempre sul banchetto sulla destra uscendo dalla chiesa.
Da domenica prossima mi propongo di acquistarla.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli