Effetti collaterali negativi
e controindicazioni
L’esperienza storica ha insegnato che le
religioni possono avere molti effetti collaterali negativi e controindicazioni
e questo può dirsi anche della nostra esperienza religiosa. In passato ogni
grande civiltà integrava un sistema religioso, ai tempi nostri è meno vero. Per
certi versi questa è considerata una grande conquista di civiltà, perché
consente di integrare in un solo popolo genti di diverse fedi religiose. E ha
anche innescato nella nostra fede religiosa un moto per aprire un dialogo con
altre religioni storiche costituite, a livello di capi religiosi, con incerti e
alterni risultati. Questo movimento è analogo a quello dell’ecumenismo, che
riguarda solo varie confessioni della nostra stessa fede religiosa e mira
innanzi tutto a superare l’inimicizia del passato e poi ad avvicinare e rendere
compatibili le varie concezioni di fede. In questi campi si sono ottenuti
importanti risultati. I nostri capi religiosi sognano anche di raccogliere
tutte le greggi sotto l’autorità di
un unico pastore e qui le cose si
fanno molto più problematiche, perché in genere, e anche nella nostra
confessione religiosa, l’ideologia di un pastore-imperatore
religioso, risalente all’inizio del secondo millennio della nostra era, è
considerata obsoleta. Ma perché voler radunare tutti sotto l’incontestabile
autorità di un uomo solo? Questa è stata la soluzione organizzativa che è stata
individuata in epoca medievale e rinascimentale per contrastare alcuni
importanti effetti collaterali negativi dell’esperienza religiosa e alcune sue controindicazioni. La medicina è stata
vista nell’ortodossia, non intesa però solo e tanto come retto pensiero, ma come pensiero conforme al volere di un uomo
solo ispirato per via soprannaturale. Si è trattato di uno sviluppo storico
piuttosto controverso e che è culminato nel 1870 con la promulgazione del dogma
dell’infallibilità del pontefice romano, avvenuta nel mezzo di quello che
appariva come la fine di un mondo, anzi proprio la fine del mondo, in una Roma assediata dalle truppe del Regno d’Italia
inviate da un sovrano civile che voleva completare l’attuazione dell’unità
nazionale stabilendo a Roma il centro del suo potere, per stabilire una sorta
di continuità morale e ideologica con i fasti dell’antichità. Egli poi si
insediò nel palazzo del Quirinale, dove per secoli avevano risieduto i papi,
rendendo ancora più evidente lo sfratto dato al papa-re, come veniva chiamato in
precedenza. La reazione dell’autorità religiosa ebbe, da allora, conseguenze drammatiche per la vita degli italiani,
che non si sono del tutto risolte neppure oggi, costituendo un importante
effetto collaterale negativo della nostra esperienza religiosa contemporanea:
il suo potenziale contrasto con l’ordinamento civile democratico. Altri effetti
collaterali negativi della nostra fede religiosa dipendono da particolari
accentuazioni che si stabiliscono nella vita di fede. Essi si stanno
manifestando, ad esempio, nelle questioni riguardanti le regole da dare nelle convivenze d’amore delle coppie e le
questioni, in senso lato, riproduttive. In questi campi la nostra fede
religiosa, anzi meglio l’influenza della nostra organizzazione religiosa
guidata da una certa ideologia religiosa, ha determinato un insoddisfacente
stallo a livello legislativo, che ha frustrato esigenze di normazione
provenienti dalla società civile.
La fede religiosa può avere anche controindicazioni? Certamente. Le ha
quando suscita attese irrealistiche o conduce a un’interpretazione irrealistica
dei fatti storici, producendo arbitrarie estrapolazioni. La fede non risolve
magicamente tutti i problemi e ogni processo storico è la risultante dello
scontro di forze conflittuali nella quale difficilmente, e comunque solo a posteriori,
può essere individuata una coerenza. C’è ad esempio chi ha voluto vedere nel
crollo del potere sovietico, a cavallo tra gli scorsi anni ’80 e ’90, il
dispiegarsi di un disegno provvidenziale, ma si è visto, dagli effetti che ne
sono usciti, che si è invece trattato di un sviluppo storico molto umano.
Ma tutte queste chiacchiere come possono
riguardare un gruppo parrocchiale di AC come il nostro?
C’entrano con la nostra vita di gruppo perché
uno degli esercizi di laicità che siamo chiamati a praticare è quello di
cercare di contrastare in modo nuovo effetti collaterali negativi e
controindicazioni della vita di fede. Non attendendo la voce del pastore, ma escogitando e sperimentando
noi stessi nuove soluzioni. I pastori infatti, in molti campi, attendono da noi le
soluzioni. A noi laici infatti, come riconosciuto all’inizio degli anni ’60 dai
nostri capi religiosi di allora durante il Concilio Vaticano 2° (1962-1965),
compete specificamente quella che in gergo teologico viene definita l’animazione del temporale, quindi il
comprendere e l’organizzare secondo valori religiosi tutto ciò che si muove
fuori degli spazi liturgici, delle nostre chiese e loro pertinenze. Per la
verità questa distinzione tra “preti
competenti nelle chiese e laici fuori delle chiese” non è del tutto rigida nell’ideologia
conciliare, innanzi tutto perché i nostri capi religiosi (del resto decidevano
tutto loro) si sono riservati il potere di intervenire praticamente in tutto e
poi perché in Italia storicamente abbiamo avuto preti molto competenti nelle
questioni temporali. Ricordo ad
esempio la figura di Luigi Sturzo. Ma nell’ideologia religiosa corrente il
prete è considerato sempre una sorta di mandatario del papa, un suo funzionario
subordinato, per cui i suoi spazi di libertà finiscono in genere incompatibili
con il pieno esercizio di una cittadinanza democratica civile: sono molte le
cose che al prete sono vietate in quanto appartenente ad un’organizzazione
religiosa molto rigida, accentrata, autoritaria. Se un prete vuole esercitare a
pieno la sua cittadinanza civile incontro di solito diversi problemi e ricordo
ad esempio quelli che ebbe con il suo vescovo un prete-politologo-politico di
grande levatura intellettuale, religiosa, politica come Gianni Baget Bozzo.
Uno dei più importanti effetti collaterali
negativi da contrastare è l’intolleranza a sfondo religiose nelle nostre stesse
collettività religiose. In altri contesti nazionali queste ultime sono oggetto
di intolleranza, nel nostro ne sono travagliate al loro interno. Accade spesso
che quando si decide di approfondire e intensificare la propria vita di fede si
diventi fondamentalisti su certi aspetti religiosi concepiti come valori non negoziabili, per cui, non
negoziando, ci si limita a fronteggiarsi (nel migliore dei casi) o addirittura
ci si scontra. L’esercizio di laicità che vi propongo è quello invece di
ammettere poter di rimanere in buone relazioni con gente che non la pensa come
noi su diversi argomenti e poi anche di riuscire a mantenere un dialogo con
loro. E se quegli altri non ci pensano proprio a dialogare con noi? Può
accadere. Il moto delle esperienze fondamentaliste è quello della chiusura. Ma
il risultato che vogliamo ottenere non è quella di una immediata effettiva
pacificazioni, che non è totalmente nelle nostre mani, ma di fare un tirocinio
di tolleranza, per poter tenere la porta aperta a chi vuole entrare e per poter
incontrare quelli che ci terranno le porte aperte.
Qualche volta, nelle nostre riunioni, ci limitiamo
ad ascoltare o, quando diciamo la nostra, lo facciamo senza tener conto del
pensiero degli altri. Abituiamoci, quando esprimiamo una nostra opinione, a
prendere in rassegna anche il pensiero degli altri, e non solo per segnare con
la matita blu gli errori che a nostra avviso contiene. Cerchiamo, quando
esponiamo un’opinione, di non richiamarci solo al principio di autorità, ma ad
argomentare più a fondo, cercando di far risaltare meglio i valori di fede che
vogliamo incarnare in una certa decisione di vita, le fonti da cui li traiamo e
il ragionamento che seguiamo per definirli. Cerchiamo di considerare, nel
trattare delle questioni di vita, anche l’esperienza collettiva che ne abbiamo
fatto, senza tagliare corto con partiti presi e pregiudizi.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli