Dimensione sociale
delle questioni religiose. Religione in movimento?
Si dice che la religione è un fatto sociale,
nel senso che viene appresa nella società, si manifesta anche come fatto
collettivo e propone alle singole persone di fede, per i problemi delle loro
vite, soluzioni che hanno a che fare con le loro condotte sociali. Riconoscere
la dimensione sociale di una religione, significa necessariamente ammetterne
una evoluzione nel tempo, perché nessuna società rimane a lungo uguale a sé
stessa, composta com’è di masse di individui che come singoli e nelle loro
interazioni con gli altri sono soggetti inevitabilmente a cambiamenti anche piuttosto rapidi, che possono
caratterizzare anche molto profondamente le collettività in cui sono inseriti.
C’è un’evoluzione naturale, demografica, dovuta al ricambio generazionale e
alle migrazioni di popolazioni, che può portare a mutare, ad esempio, la
proporzione tra giovani e anziani o certe caratteristiche etniche, e una evoluzione culturale, dei costumi,
delle tecnologie, delle concezioni, delle conoscenze, insomma una evoluzione
che riguarda la civiltà di una società umana. Questa dimensione evolutiva delle
società è un fatto naturale, vale a
dire che non l’abbiamo costruita noi esseri umani, l’abbiamo trovata già in
essere quando siamo emersi dal mondo animale pervenendo ad un’autocoscienza
sociale, per cui siamo diventati capaci di riflettere su noi stessi e sulle
collettività in cui siamo inseriti. Per certi versi, però, in religione siamo
portati ad attribuirvi una valenza negativa, perché preferiremo pensare alla
fede religiosa come a qualcosa di ancorato a una assetto stabile e permanente
dell’universo e della società. Questo ha creato storicamente molti problemi,
nel momento in cui le conoscenze scientifiche, più o meno dal Cinquecento,
hanno iniziato a fare luce sulla dimensione evolutiva della natura e delle
culture umane. A lungo in religione si è cercato di fare resistenza, rimanendo
ancorati ad antiche concezioni formatesi nella filosofia greca a partire dal 4°
secolo dell’era antica che ebbero un rilevantissimo nella formazione di quella
che ancora consideriamo la teologia fondamentale della nostra fede, i cui
concetti cardine si formarono in epoca ellenistica, che come fenomeno culturale
si protrasse fino al 5°- 6° secolo della nostra era. Ancora oggi questo disagio
verso i fenomeni sociali evolutivi è molto forte. I cambiamenti sociali vengono
spesso considerati manifestazioni di tendenze degradanti.
Per altri versi però nella nostra ideologia
religiosa c’è molto forte l’elemento del movimento, inteso come occasione di
maturazione personale e sociale. E’ la cultura dell’Esodo. In quest’ottica ci
concepiamo come viaggiatori. Del resto il nostro primo Maestro fu un
predicatore e guaritore itinerante. L’idea di missione sta proprio in questo: muoversi e girare tra la gente
parlando di fede e risanando. Una persona della nostra fede pensa sempre di stare andando sempre da
un posto a un altro. E’ sempre in cammino e in questo camminare pensa di
rinnovarsi. E’ quindi insoddisfatta del posto in cui sta, della condizione che
sta vivendo. L’ideologia del pellegrinaggio sta proprio in questo. E’ molto
antica, in quanto preesisteva sicuramente alla nostra fede. C’era anche, in
particolare, quando gli europei credevano nelle antiche fedi politeistiche. Ma
nella nostra fede ha assunto connotati particolari, perché il pellegrinaggio
viene concepito essenzialmente come un ritorno,
quindi come una via di conversione interiore, caratterizzata da un tornare al bene. La troviamo
espressa, ad esempio, nella parabola del figliol
prodigo, o, come si preferisca dire oggi, del padre misericordioso. Il
problema è che nella nostra civiltà il viaggio in genere non può mai essere un ritorno ma è effettivamente un viaggio verso terra
incognita, verso l’ignoto, verso una dimensione che spetta a noi costruire. In
un certo senso non c’è un padre ad
attenderci, ma noi stessi dobbiamo costruirci una dimensione paterna, costruendo società animate da
sentimenti benevoli al modo di quelli che amiamo trovare nelle nostre famiglie.
In un certo senso quindi questi viaggi
in cui ci impegniamo, e innanzi tutto il grande
viaggio in cui l’intera società in cui siamo immersi è coinvolta, sono
anche un uscire da una condizione di minorità
per elevarsi alla paternità, ma direi meglio alla genitorialità feconda, alla condizione
adulta. Quindi poi al termine individuale di questo viaggio, che collettivamente non ha mai fine, non ritroviamo un
padre, ma ci ritroviamo padri/madri.
Questo, del resto, a ben rifletterci, corrisponde alle dinamiche naturali delle
vite umane. Ma non è bene inteso da coloro che invece costruiscono il viaggio, il cammino, come un indefinito percorso di minorità, dove si è sempre
soggetti e contenuti da altra autorità paterne e, ritornando all’ideologia dell’Esodo,
la vera liberazione non arriva mai.
Perché accade? Perché in passato si è visto in questo la manifestazione della
vera fede, in questo essere soggetti ad una sorta di grande padre mitologico, che in realtà, ben lungi dall’evocare realtà
soprannaturali, era una struttura sociale integralmente costruita a fini
contenitivi. Ai tempi nostri si comincia a discuterne più liberamente e
apertamente e da ciò ne sono derivate le proposte per ristrutturare l’organizzazione
dell’ufficio papale, dove insediamo i nostri grandi padri terreni.
Ma, allora, non c’è nulla di eterno? Duemila
anni di storia di fede possono sembrare molti se paragonati alla durata di una
vita umana e possono quindi evocare l’eternità. Ma sono meno di un battito di
ciglia nella storia dell’universo. E sono ancora una parte molto piccola della
nostra evoluzione naturale come specie. Mentre costituiscono una parte più
significativa, seppure ancora minoritaria, della storia delle civiltà umane,
quando le società umane oltre a tramandare delle culture iniziarono a lasciarne
traccia esplicita in documenti scritti, circa seimila anni fa. Porsi il
problema dell’eternità significa guardare la cosa per ciò che riguarda il
passato e per ciò che riguarda il futuro. Senz’altro la nostra fede ha avuto un
inizio, sotto questo punto di vista non è quindi eterna, e le nostre capacità di
previsione non si spingono a comprendere tutto
il più lontano futuro dell’umanità.
Tanto che l’angosciosa domanda “La fede
ci sarà ancora alla fine dei tempi?” risuona anche nei nostri scritti
sacri. Certo è che ha dato luogo a un imponente fenomeno per radunare tutta l’umanità in un solo
popolo benevolente e collaborante e può ipotizzarsi che questa sua
caratteristica, essendo molto vantaggiosa per la specie, consentendole di
consentire la vita sul pianeta a un numero grandissimo di individui, possa
mantenerla molto a lungo vitale nelle società umane. E questo anche se
storicamente abbiamo assistito al declino e alla fine di religioni, come, in
particolare, quella politeistica dell’antichità greco-romana, animata da una
profonda spiritualità e che coinvolse molto profondamente le moltitudini
stanziate intorno al Mediterraneo.
Ma, in definitiva, noi dobbiamo veramente
preoccuparci di costruire qualcosa di
eterno? O invece, per ciò che a noi specificamente compete, dobbiamo cercare di governare il cambiamento, l’evoluzione, secondo gli ideali di fede,
in modo da impedire che le società umane evolvano da famiglie benevolenti a
spietate macchine umane? L’eternità
non è alla nostra portata, ci può solo arrivare come dono soprannaturale, come la
Gerusalemme celeste narrata alla fine dell’Apocalisse, che giunge dall’alto.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli