Esperti
in umanità?
“E un’altra cosa dovremo rilevare:
tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire
l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni
sua necessità. La Chiesa si è quasi dichiarata ancella dell’umanità, proprio
nel momento in cui maggiore splendore e maggiore vigore hanno assunto, mediante
la solennità conciliare, sia il suo magistero ecclesiastico, sia il suo
pastorale governo: l’idea di ministero ha occupato un posto centrale. Tutto
questo e tutto quello che potremmo dire sul valore umano del Concilio ha forse
deviato la mente della Chiesa del Concilio verso la direzione antropocentrica
della cultura moderna? Deviato no, rivolto sì”.
[Dall’omelia
pronunciata dal papa Paolo 6° in occasione della chiusura del Concilio Vaticano
2°]
Diciamo di avere una particolare sollecitudine
verso gli esseri umani, di essere, come si dice, esperti di umanità. Eppure sperimentiamo crescenti difficoltà e
incomprensioni nella società in cui, come collettività di persone di fede,
siamo inseriti. E’ solo perché gli altri sono cattivi? Chiediamocelo.
A volte
certe pretese dottrinarie appaiono come disumane. Nella pratica
naturalmente le cose vanno diversamente. Così, in fondo, dobbiamo riconoscere
di essere incoerenti. Ma non pensiamo di essere veramente cattivi. Certe volte è perché tendiamo ad
autoassolverci, sminuendo l’importanza di reali nostre mancanze. Anche questo
indubbiamente è umano, ma è cosa da
cui correggersi. Altre volte, riflettendoci bene su, non riusciamo a capire il
senso di certe rigidità, fissazioni e addirittura ossessioni. E’ un po’ come
quando leggiamo che un’adultera è lapidata in Oriente. In fondo la lapidazione
c’è anche nei nostri scritti sacri. Ma non la consideriamo più come una pratica
religiosa consigliate, nella società in cui viviamo. Non è così? Lo stesso
accade per molte altre cose. Perché, ad esempio, le nostre collettività
religiose devono essere organizzate secondo una struttura feudale? Perché non
possono vivere la democrazia, che regge le società più avanzate del mondo?
Perché l’unica libertà che in dottrina sembra ammessa è quella di decidere
liberamente di rinunciare alla propria libertà personale? E si potrebbe
proseguire a lungo.
Il metodo
del Concilio, quello dell’apertura, è stato per molto tempo, troppo tempo,
riposto in cantina come arma pericolosa. Questa è, in fondo, l’origine dei
problemi che viviamo. I nostri preti che non ci sono più, la gente che si sente
estranea in chiesa, collettività che appaiono assediate dall’esterno.
Un’esperienza religiosa poco vitale, come certe chiese del centro in cui si
entra senza sentire neanche più l’impulso a farsi il segno della Croce.
In religione siamo portati ad addebitare tutto
ai preti, ma non dovremmo. E’ mancato un nostro valido e attivo contributo,
come laici di fede. E’ vero che siamo stati scoraggiati dal fornirlo, ma questa
non è una scusa accettabile. Superare tali difficoltà rientra, in fondo, nei
doveri di collaborazione al lavoro collettivo che gravano su noi laici. E’ l’emarginazione
clericale dei laici che non va. Ad essa bisognava e bisogna reagire.
In concreto, cerchiamo, quando ragioniamo tra
noi di fede, di non adeguarci passivamente agli schematismi clericali.
Cerchiamo di approfondire le questioni e soprattutto di non prendere come
riferimento degli stereotipi, giovani, i politici, gli omosessuali,
i divorziati, ma le persone nella
loro concreta umanità, come le conosciamo veramente nella nostra esperienza di
ogni giorno.
Ho notato, ad esempio, che quando si parla dei
giovani, le opinioni variano molto
quando si parla dei giovani in generale, come sterotipo, tutti sesso-discoteca-alcolici-turpiloquio, e
quando invece si parla dei nostri giovani. In quest’ultimo caso si è portati a
non applicare loro le pretese clericali, in particolare quelle sfiancanti di
polizia sessuale.
E’ necessario uno sforzo, quando si manifestiamo
come persone di fede, per superare una certa superficialità e approssimazione
che si nota nei nostri discorsi. Cerchiamo
di informarci meglio e di parlare a ragion veduta. Di solito ci attendiamo che
il prete, tra noi, abbia l’ultima parola su tutto. Non dovrebbe essere così nel
campo in cui i laici esercitano un ministero loro proprio. Non aver
sufficientemente reclamato il nostro diritto di parola ha reso spesso poi le
nostre collettività religiose povere proprio in quell’umanità di cui pensano di
essere esperte.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli