giovedì 13 novembre 2014

Dialogare senza sconfessarsi

Dialogare senza sconfessarsi

 Penso che il dialogo presupponga di accettare di confrontarsi con gli altri, resistendo alla tentazione di tagliare corto e di affibbiare loro definitivamente etichette negative.
 L’esperienza che abbiamo fatto martedì scorso dovrebbe insegnarci qualcosa.
 In particolare dobbiamo adottare, come metodo di lavoro, l’idea che quando si inizia a discutere su un argomento la soluzione non sia già scontata, per cui la si debba semplicemente andare a trovare, come quando si cerca una parola sul dizionario. Altrimenti non ci sarebbe la necessità di parlarne. E invece c’è.
 Ogni persona di fede è un'interprete dei principi della fede comune e non c’è una vita di fede uguale esattamente ad un’altra, anche se spesso si notano delle somiglianze. Dal punto di vista collettivo è la medesima cosa. La fede è stata vissuta collettivamente in modi molto diversi. Ogni persona e ogni collettività ha la responsabilità di come interpreta la fede nel mondo in cui è inserita. Si cerca di stabilire una certa continuità tra il passato e il futuro, perché concepiamo la fede anche come una tradizione, come qualcosa che passa di generazione in generazione e che in questo passaggio deve mantenersi riconoscibile con certi caratteri irrinunciabili.
 Quello della famiglia è uno dei campi in cui maggiormente si manifesta la responsabilità dei laici. Innanzi tutto nel costituirla e poi nel mantenerla. I chierici, che ci parlano e scrivono sopra pretendendo di farlo con autorità, ne hanno una esperienza piuttosto limitata, perché si vietano il coniugio. La vivono da figli, nipoti o zii. Del resto sentono solo parlare. Hanno quindi bisogno di noi laici per capirla fino in fondo.
 La famiglia è definita come un fenomeno sociale naturale. Questo significa che viene prima di ogni ideologia, prima di ogni comprensione esplicita. Si produce e poi ci si ragiona su. Ogni fenomeno naturale ha una sua evoluzione. Non ci sono più i dinosauri e noi non siamo più come i nostri progenitori preistorici. Questa evoluzione si è prodotta anche nelle ideologie sulla famiglia. Negli stessi nostri scritti sacri ne vediamo narrate di diverse. In Italia, dagli anni 70, è profondamente cambiato il modo in cui si vive la famiglia e questo essenzialmente a causa del nuovo ruolo che la donna ha conquistato nella società. E’ un fenomeno che dobbiamo considerare irreversibile. Correlativamente è cambiato anche lo schema giuridico della famiglia. Anche la nostra confessione religiosa, con il codice di diritto canonico del 1983 ha iniziato a prenderne atto, configurando il matrimonio come basato sulla tendenziale uguaglianza tra i sessi. Ma l’evoluzione è ancora in corso, anche in materia di fede. La disciplina giuridica attuale del matrimonio canonico, quello in chiesa, risente molto di più dei principi del tardo diritto romano che di quelli di fede. Da ciò la grande insistenza sull’atto costitutivo del rapporto matrimoniale, visto come una procedura solenne sanzionata per via soprannaturale che crea un vincolo indissolubile: questa appunto la concezione nel tardo diritto romano, mentre in precedenza il diritto romano conosceva vari modi di costituzione di un vincolo coniugale, anche informali, e, ponendo come fondamentale il mantenimento del consenso tra i congiunti nella costituzione e nel proseguimento dell’unione coniugale,  ammetteva ampiamente il suo scioglimento per venir meno di tale consenso. In qualche modo ai tempi nostri si sta tornando a questa concezione, ma con argomenti nuovi, tratti anche dalle osservazioni delle scienze psicologiche sulle dinamiche di coppia oltre che, naturalmente, dal nuovo concreto atteggiarsi dei rapporti coniugali nella società contemporanea. In particolare, mentre un tempo la moglie era totalmente dipendente dal marito da punto di vista economico, per cui impedire lo scioglimento del vincolo matrimoniale aveva anche un significato di protezione della parte debole del rapporto, ora che le donne in genere lavorano fuori casa e hanno redditi propri quell'esigenza è molto meno sentita.
 Di fatto si sperimenta che i rapporti coniugali, in una parte significativa dei casi, finiscono e ciò non sempre per egoismo, libidine o altri moventi considerati contrari alle virtù di fede. Ma c’è anche la circostanza che la cultura di un legame coniugale forte, destinato a durare tendenzialmente  per sempre, è oggi spesso una conquista che si raggiunge negli anni, in costanza di rapporto, sperimentando l’unione coniugale. Non sempre c’è fin dall’inizio, nonostante che ancora si accetti di sposarsi in forma solenne, in chiesa o in comune. Questo è riconosciuto anche dai giudici ecclesiastici della validità del vicolo coniugale canonico, che sempre più largamente pronunciano la nullità di matrimoni religiosi. Non è detto che l’indottrinamento catechistico riesca sempre a creare nei coniugi una cultura dell’indissolubilità matrimoniale fin dall'inizio, e anche quando ci riesca, non è detto che essa venga mantenuta nel tempo dai coniugi, e ciò per varie circostanze di vita spesso imprevedibili al momento della costituzione formale del vincolo. Ma comunque unirsi al modo coniugale bisogna, perché è la natura  che ci spinge a questo. Ecco dunque che ci troviamo di fronte, sempre più largamente, a diverse situazioni di fatto matrimoniali che non corrispondono allo schema giuridico corrente del matrimonio religioso.
 Il diritto segue l’esigenza di normazione della società e la società vi si assoggetta finché esso risponde a quell’esigenza. Questa è cosa molto chiara ai giuristi. Oggi la società chiede una disciplina giuridica del matrimonio più attenta alle vicende del rapporto coniugale e meno al momento del suo costituirsi. E le persone non accettano più di essere squalificate socialmente per non aver voluto costituire o non essere riuscite a mantenere un’unione di tipo coniugale basata su un atto solenne, su un consenso dato solennemente una volta per tutte. Espongono la loro vita d’amore, che non differisce sotto questo profilo da altre vite d’amore sanzionate con l’atto formale del matrimonio, e sostengono che  è su questa base che vogliono essere giudicate. La teologia, dopo tanto tempo in cui si è manifestata sorda a queste istanze, adesso sta cominciando a ragionarci sopra in termini diversi, autorizzata dai nostri capi religiosi. Non è il momento, questo, di fondamentalismi. Questo non è vero solo per gli specialisti teologi, ma anche per noi, che delle famiglie siamo in concreto responsabili.
 Dobbiamo resistere alla tentazione di togliere agli altri la patente di persona di fede solo perché pongono obiezioni su un tema come quello della famiglia, su cui è del tutto lecito ragionare anche dal punto di vista della fede.

Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli