Dialogare
senza sconfessarsi
Penso che il dialogo presupponga di accettare di
confrontarsi con gli altri, resistendo alla tentazione di tagliare corto e di
affibbiare loro definitivamente etichette negative.
L’esperienza che abbiamo fatto martedì scorso
dovrebbe insegnarci qualcosa.
In particolare dobbiamo adottare, come metodo
di lavoro, l’idea che quando si inizia a discutere su un argomento la soluzione
non sia già scontata, per cui la si debba semplicemente andare a trovare, come
quando si cerca una parola sul dizionario. Altrimenti non ci sarebbe la
necessità di parlarne. E invece c’è.
Ogni persona di fede è un'interprete dei
principi della fede comune e non c’è una vita di fede uguale esattamente ad un’altra,
anche se spesso si notano delle somiglianze. Dal punto di vista collettivo è la
medesima cosa. La fede è stata vissuta collettivamente in modi molto diversi.
Ogni persona e ogni collettività ha la responsabilità di come interpreta la
fede nel mondo in cui è inserita. Si cerca di stabilire una certa continuità
tra il passato e il futuro, perché concepiamo la fede anche come una tradizione, come qualcosa che passa di
generazione in generazione e che in questo passaggio deve mantenersi
riconoscibile con certi caratteri irrinunciabili.
Quello della famiglia è uno dei campi in cui
maggiormente si manifesta la responsabilità dei laici. Innanzi tutto nel
costituirla e poi nel mantenerla. I chierici, che ci parlano e scrivono sopra
pretendendo di farlo con autorità, ne hanno una esperienza piuttosto limitata,
perché si vietano il coniugio. La vivono da figli, nipoti o zii. Del resto
sentono solo parlare. Hanno quindi bisogno di noi laici per capirla fino in fondo.
La famiglia è definita come un fenomeno
sociale naturale. Questo significa
che viene prima di ogni ideologia, prima di ogni comprensione esplicita. Si
produce e poi ci si ragiona su. Ogni fenomeno naturale ha una sua evoluzione.
Non ci sono più i dinosauri e noi non siamo più come i nostri progenitori
preistorici. Questa evoluzione si è prodotta anche nelle ideologie sulla
famiglia. Negli stessi nostri scritti sacri ne vediamo narrate di diverse. In Italia,
dagli anni 70, è profondamente cambiato il modo in cui si vive la famiglia e
questo essenzialmente a causa del nuovo ruolo che la donna ha conquistato nella
società. E’ un fenomeno che dobbiamo considerare irreversibile.
Correlativamente è cambiato anche lo schema giuridico della famiglia. Anche la
nostra confessione religiosa, con il codice di diritto canonico del 1983 ha
iniziato a prenderne atto, configurando il matrimonio come basato sulla
tendenziale uguaglianza tra i sessi. Ma l’evoluzione è ancora in corso, anche
in materia di fede. La disciplina giuridica attuale del matrimonio canonico,
quello in chiesa, risente molto di
più dei principi del tardo diritto romano che di quelli di fede. Da ciò la
grande insistenza sull’atto costitutivo del rapporto matrimoniale, visto come
una procedura solenne sanzionata per via soprannaturale che crea un vincolo
indissolubile: questa appunto la concezione nel tardo diritto romano, mentre in
precedenza il diritto romano conosceva vari modi di costituzione di un vincolo
coniugale, anche informali, e, ponendo come fondamentale il mantenimento del consenso tra i
congiunti nella costituzione e nel proseguimento dell’unione coniugale, ammetteva ampiamente il suo scioglimento per
venir meno di tale consenso. In qualche modo ai tempi nostri si sta tornando a
questa concezione, ma con argomenti nuovi, tratti anche dalle osservazioni delle
scienze psicologiche sulle dinamiche di coppia oltre che, naturalmente, dal
nuovo concreto atteggiarsi dei rapporti coniugali nella società contemporanea.
In particolare, mentre un tempo la moglie era totalmente dipendente dal marito
da punto di vista economico, per cui impedire lo scioglimento del vincolo
matrimoniale aveva anche un significato di protezione della parte debole del
rapporto, ora che le donne in genere lavorano fuori casa e hanno redditi propri quell'esigenza è molto meno sentita.
Di fatto si sperimenta che i rapporti
coniugali, in una parte significativa dei casi, finiscono e ciò non sempre per
egoismo, libidine o altri moventi considerati contrari alle virtù di fede. Ma c’è
anche la circostanza che la cultura di un legame coniugale forte, destinato a
durare tendenzialmente per sempre, è oggi spesso una conquista
che si raggiunge negli anni, in costanza di rapporto, sperimentando l’unione
coniugale. Non sempre c’è fin dall’inizio, nonostante che ancora si accetti di
sposarsi in forma solenne, in chiesa o in comune. Questo è riconosciuto anche dai giudici
ecclesiastici della validità del vicolo coniugale canonico, che sempre più
largamente pronunciano la nullità di matrimoni religiosi. Non è detto che l’indottrinamento
catechistico riesca sempre a creare nei coniugi una cultura dell’indissolubilità
matrimoniale fin dall'inizio, e anche quando ci riesca, non è detto che essa venga mantenuta
nel tempo dai coniugi, e ciò per varie circostanze di vita spesso imprevedibili
al momento della costituzione formale del vincolo. Ma comunque unirsi al modo
coniugale bisogna, perché è la natura che ci spinge a questo. Ecco dunque che ci
troviamo di fronte, sempre più largamente, a diverse situazioni di fatto
matrimoniali che non corrispondono allo schema giuridico corrente del matrimonio
religioso.
Il diritto segue l’esigenza di normazione
della società e la società vi si assoggetta finché esso risponde a quell’esigenza.
Questa è cosa molto chiara ai giuristi. Oggi la società chiede una disciplina
giuridica del matrimonio più attenta alle vicende del rapporto coniugale e meno
al momento del suo costituirsi. E le persone non accettano più di essere
squalificate socialmente per non aver voluto costituire o non essere riuscite a
mantenere un’unione di tipo coniugale basata su un atto solenne, su un consenso
dato solennemente una volta per tutte. Espongono la loro vita d’amore, che non
differisce sotto questo profilo da altre vite d’amore sanzionate con l’atto
formale del matrimonio, e sostengono che
è su questa base che vogliono essere giudicate. La teologia, dopo tanto
tempo in cui si è manifestata sorda a queste istanze, adesso sta cominciando a
ragionarci sopra in termini diversi, autorizzata dai nostri capi religiosi. Non
è il momento, questo, di fondamentalismi. Questo non è vero solo per gli
specialisti teologi, ma anche per noi, che delle famiglie siamo in concreto
responsabili.
Dobbiamo resistere alla tentazione di togliere
agli altri la patente di persona di fede solo perché pongono obiezioni su un
tema come quello della famiglia, su cui è del tutto lecito ragionare anche dal
punto di vista della fede.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli