Combattere
il clericalismo
Una decina di anni fa, incontrai per l’ultima
volta il prete che aveva sposato i miei genitori, che era anche un professore
universitario, specializzato in storia della Chiesa, in particolare del periodo
del primo Novecento, un’epoca assai travagliata per il cattolicesimo italiano,
quella a cui risale l’istituzione dell’Azione Cattolica come oggi la
conosciamo.
Nel congedarmi dopo la visita, quel sacerdote
mi puntò l’indice contro e mi ingiunse ad alta voce, per due volte “Mario, combatti il clericalismo!”. In
quel momento una mia zia paterna ci scattò una fotografia, che ora conservo
appesa al muro in una cornice, come un quadro. E mentre stavo andandomene,
percorrendo il lungo corridoio verso la porta di caso, sentii ancora la sua
voce ripetermi per la terza volta quel comando.
Che
cosa è il clericalismo? Esso si presenta sotto due aspetti. Per i chierici
(diacono, preti, vescovi) e per i religiosi (frati e suore, monaci e monaci)
significa considerare come unica e autentica espressione della nostra
collettività religiosa solo chi viene dal loro ambiente e stile di vita,
escludendo i laici. Per i laici significa una eccessiva dipendenza dai
chierici, in particolare in ciò che rientra specificamente nell’autonomia del
laico, vale a dire l’azione nella società al di fuori degli spazi liturgici. Il
clericalismo è una colpa, un peccato sociale. Storicamente, infatti, ha causato,
e causa ancora, molta sofferenza. In particolare mantiene il laicato in una
condizione di dipendenza servile, in uno stato di ingiusta minorità,
condizionando molto negativamente il suo apporto alla società del suo tempo,
sfruttando a pieno le potenzialità delle democrazie contemporanea. Lo lega in
modo improprio a una organizzazione feudale, quale quella del clero,
anacronistica, obsoleta, incapace di cambiare veramente se stessa, impedendogli
di stimolarla a un vero rinnovamento. Lo mantiene in un ruolo di semplice massa
di manovra, di comparsa nei grandi eventi liturgici organizzati dal clero, di
folla plaudente a comando.
In Italia il clericalismo è fortissimo e,
paradossalmente, diffuso anche negli ambienti di coloro che si definiscono “laici”, nel senso di “atei”. Solo in Italia si è infatti
sviluppato il fenomeno che è stato definito come quello degli “atei devoti”, vale a dire di persone,
anche di notevole cultura, che, pur dichiarandosi “atee”, prestano ossequio alla nostra gerarchia religiosa,
totalmente espressa dal clero. Il clericalismo in Italia ha fatto e sta facendo
danni sociali molto gravi. In particolare sta impedendo il pieno sviluppo dei
diritti civili delle persone. L’altra settimana, sul settimanale che leggo abitualmente,
è stata pubblicata una cartina nella quale, con diversi colori, veniva espresso
il grado di progresso delle nazioni europee nel campo dei diritti civili. In
quella cartina l’Italia aveva un colore diverso da quello delle altre nazioni
dell’Europa Occidentale; aveva lo stesso colore di quelle dell’Europa orientale
e della Russia. La responsabilità di ciò, che io considero una grave
arretratezza culturale, grava su noi cattolici, e in particolare su noi laici
cattolici italiani, per il nostro eccessivo clericalismo.
Il clericalismo italiano non solo mantiene l’Italia
in una condizione di sottosviluppo e di oscurantismo, ma impedisce anche un
vero rinnovamento del clero, che possa creare nuove motivazioni all’impegno nel
ministero sacro. Questo ha portato a una grave crisi delle vocazioni, che ai
tempi nostri è particolarmente visibile per la scarsità di preti provenienti
dall’Italia. L’impiego di clero straniero aggrava ancora di più la situazione,
in quanto esso è ancora più dipendente dall’organizzazione clericale e sa
troppo poco del contesto sociale e storico in cui viene inserito, acuendo in
tal modo la separazione dal laicato.
Ci si potrebbe aspettare che il clericalismo
avesse le sue massime manifestazioni in una organizzazione come l’Azione
Cattolica, legata statutariamente alla gerarchia del clero. Ma non è così.
Essendo tutta protesa alla formazione di un laicato colto e consapevole, e in
particolare all’attuazione del tipo di laico auspicato dai saggi del Concilio
Vaticano 2°, capace di notevole autonomia nella società, l’Azione Cattolica è
in realtà una delle principali sedi della reazione contro il clericalismo.
Quest’ultimo infatti vive di colpevole dipendenza favorita da insufficiente
conoscenza delle cose della fede.
In Azione Cattolica ci si rende bene conto che
non basta il catechismo.
Scriveva in merito il filosofo e teologo
Antonio Rosmini (1797-1855), nell’opera Le
cinque piaghe della Santa Chiesa (1848):
“E però il popolo cristiano tanto meno
intende e prende degli alti sensi che esprime il culto cristiano, quanto meno è
istruito coll’evangelica predicazione. Di che Cristo volle che precedesse alle
azioni del culto, l’insegnamento della verità; e prima di dire «battezzate le nazioni», disse agli
Apostoli suoi «ammaestratele», La scarsezza adunque di una vitale e piena
istruzione data alla plebe cristiana (alla quale nuoce il pregiudizio
gentilesco messosi in molti, che giovi tenerla in una ‘mezza’ ignoranza, o che
non sia atta alle più sublimi verità della cristiana Fede), è la prima cagione
di quel muro di divisione che s’innalza fra lui e i ministri della Chiesa.
Dico di ‘piena’ e di ‘vitale istruzione’;
perocché, in quanto all’istruzione materiale, abbonda forse più in questi che
in altri tempi. I catechismi sono nelle memorie di tutti: i catechismi
contengono le formole dogmatiche, quelle ultime espressioni, più
Semplici, più esatte, alle quali i lavori
uniti insieme di tutti i Dottori che fiorirono in tanti secoli, con ammirabile
sottigliezza d’intendimento, e soprattutto assistiti dallo Spirito Santo
presente ne’ Concilii e sempre parlante nella Chiesa dispersa, ridussero tutta
la dottrina del Cristianesimo. Tanta concisione, tanta esattezza nelle formole
dottrinali è certamente un progresso…Una via sicura è tracciata, per la quale
gl’istitutori possono far risuonare senza molto studio lor proprio, agli
orecchi de’ fedeli ce istruiscono, i dogmi più reconditi e sublimi. Ma è poi
egualmente un vantaggio che i maestri delle cristiane verità possano essere
dispensati da un loro proprio e intimo studio delle medesime? L’essere la
dottrina abbreviata, l’essere le espressioni, di cui essa si è vestita,
condotte a perfezione e all’ultima esattezza dogmatica, e soprattutto l’essere
immobilmente fisse e rese per così dire uniche; ha egli forse cagionato che
siano rese alla comune intelligenza anche più accessibili? Non è forse da
dubitarsi per lo contrario, che una certa moltiplicità e varietà di espressioni
fosse un mezzo acconcio di introdurre negli animi della moltitudine la
cognizione del vero, giacché una espressione chiarisce l’altra, e quella maniera
o forma che non si acconcia ad un uditore, è mirabilmente accomodata ad un
altro; in somma col chiamare in aiuto tutta per così dire la dovizia molteplice
della divina lingua, non si tentano tutte le vie, non si premono tutti gli
aditi pe’ quali la parola arriva negli spiriti degli ascoltatori? … Ma che? L’introduzione
dunque moderna de’ catechismi è stata più di danno che di vantaggio alla santa
Chiesa? Strano sarebbe, se ciò fosse, l’effetto arrecato da una istituzione che
tanto prometteva considerata in se medesima”.
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San
Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.