Ripartire
Sul giornale che leggo abitualmente, ieri era
pubblicato un articolo sull’assemblea del Sinodo sulla famiglia appena concluso
che iniziava riportando queste parole, attribuite a un sacerdote:
“Nel fine settimana celebro cinque
messe, una al sabato e quattro la domenica. Tra qualche anno ne basterà una per
tutto il weekend.
Almeno in Europa, non ci si aspetta più niente
da Gesù. Uno crede di avere già tutto: cellulare, centro commerciale, magari la
“spa”. E che se ne fa di Cristo, della fatica che richiede seguire la sua
strada: la vita morale ce la si aggiusta secondo convenienza. Si vive in
orizzontale, il trascendente è una rottura di scatole. E la colpa sarebbe tutta
della Chiesa? Mah.”
Considerazioni simili, sconsolate, le
abbiamo sentite tutti anche dai sacerdoti che ci sono più vicini. E’ la
manifestazione della crisi del loro ministero. Si sentono ridotti a funzionari
del sacro, sempre più specializzati nel settore degli anziani. Si lamentano di
celebrare tanti funerali di gente che non hanno mai conosciuto, e lo dicono
anche, addirittura, nelle omelie funebri. Bisogna dire che spesso l’estraneità
è reciproca. La gente che viene alle messe funebri non di rado manifesta poca
familiarità con le liturgie religiose, non risponde a tono, non canta, non sa
quando deve stare seduta e quando in piedi. Fa parte della gran massa delle
persone che non viene in chiesa, la maggioranza della popolazione italiana.
Allora il celebrante, dopo aver chiarito che non conosce il morto, parla loro
di Cristo, una persona che, lui, pensa di conoscere meglio. Ma la gente che è
in chiesa non è per Cristo che è lì, non lo conosce e non lo vuole conoscere, perché
non sente di avere bisogno di lui; è lì per il morto, da cui però il sacerdote
prende le distanze. La comunicazione è interrotta e impossibile. Mancano spazi
di mediazione. E i più giovani, dove sono? Ce ne sono pochi effettivamente. Li
portano in chiesa per la prima comunione e poi se ne vanno. Alcuni, sempre
meno, ritornano in chiesa per sposarsi. Poi, a volte, li si rincontra, per così
dire, da morti, ma a quel punto li si sente come estranei. E, in definitiva, in
quell’occasione essi non entrano in chiesa di loro volontà, ma vi sono solo portati, come quando erano bambini.
Potrebbe sembrare strano che un sacerdote si
lamenti dei troppi funerali che fa. La morte fa parte dell’esistenza umana ed è
stato sempre storicamente compito di chi si è dedicato delle cose sacre, nella
nostra e in altre religiose, occuparsene. La nostra fede del resto è centrata
sulla convinzione di una vita oltre da morte e, è scritto, se si perde la
fiducia in essa la nostra fede sarebbe addirittura vana. Durante le ultime
guerre mondiali ci furono milioni di morti, in gran parte gente giovane, in un
breve arco temporale. Vennero celebrati funerali su scala, per così dire,
industriali. Ma il clero era in fondo più fiducioso e motivato di oggi. Perché?
Forse perché a morire era gente più giovane dei morti di oggi? La morte dei
giovani in battaglia è più bella, come sostenevano gli antichi poeti greci? Non dovrebbe essere più normale che a morire
siano i più anziani?
In realtà dietro il lamento per i troppi
funerali di anziani di cui i sacerdoti devono occuparsi si sente una sorta di
rimprovero verso noi laici. La società che abbiamo costruito ha reso inutili
Cristo e i suoi ministri. Non siamo stati capaci di mantenere i nostri figli
nella Chiesa e ne abbiamo generati troppo pochi, per egoismo. Ecco che ora ci
troviamo in una società con molti, troppi anziani, e con la gente più giovane
che è estranea alle cose religiose. Ed in effetti questo dei molti anziani è un
dato confermato dalla scienza demografica. Quest’ultima ci dice anche, però,
che si tratta di una situazione destinata a risolversi, nel giro di un
centinaio di anni. Un periodo molto lungo per la vita di un essere umano. Non
vedremo quindi, noi che viviamo oggi, la nuova era. E quello che vedremmo forse
non ci piacerebbe. Perché l’etnia italiana sembra destinata a divenire
decisamente minoritaria. Se ad essa si ancorano i destini della nostra fede
religiosa, si può temere che anche quest’ultima lo diventi veramente, non solo
come oggi in cui minoritaria è solo la pratica
religiosa, ma la maggior parte delle persone che vivono in Italia parlano di
religione utilizzando concetti appresi nelle nostre chiese. Una delle soluzioni
proposte è quindi quella di fare molti più figli e alcuni ci si impegnano
anche. Ma non è cosa per tutti. In
alcuni casi significa voler ricacciare la donna in un ruolo che essa ormai
rifugge. E, in generale, implica di seguire una morale sessuale che i più oggi
respingono come insostenibile. Anche i vegliardi che oggi pretendono di
governare le nostre collettività religiose cominciano a capirlo e a farsene una
ragione. Le famiglie di una volta,
quelle con un mucchio di figli, erano spesso, del resto, luoghi di grandi
sofferenze, specialmente nelle classi meno fortunate e in particolare nelle
campagne, dove i preti contavano di più. Ridurre il numero dei figli per coppia
ha consentito spesso di affrancarsi da una povertà che sembrava una sorta di
destino fatale in molti settori delle nostre popolazioni. Ai tempi nostri avere
più figli della media appare qualche volta come un lusso per pochi. Ma è sbagliata, irrealistica, l’idea che i
figli, pochi o tanti che siano, mantengano sempre la fede religiosa dei
genitori. Questo accadeva in società diverse dalla nostra, in cui la religione
era un importante fattore di coesione e di riconoscimento sociale e,
soprattutto, una fonte di legittimazione del potere politico. E’ la situazione
che ancora oggi vediamo nel Vicino Oriente e in Nord Africa: ad un europeo di
oggi essa spaventa. Rappresenta il nostro medioevo. L’epoca in cui si poteva
essere giustiziati per questioni religiose.
Ce ne siamo affrancati mediante un lungo e doloroso processo storico e
non vogliamo tornare indietro. E’ stato questo il senso del movimento
manifestatosi nel Concilio Vaticano 2° (1962-1965), che ha nella nostra Azione
Cattolica uno dei più accesi e attivi fautori.
In questo ottobre abbiamo ripreso le nostre
attività associative infrasettimanali. Nel riflettere sulle cose religiose,
prendiamo atto e facciamoci carico di tutti gli aspetti della crisi che stiamo
vivendo nelle nostre collettività, anche di quello che riguarda i nostri
sacerdoti. E, innanzi tutto, dell’esigenza di ricostruire un collegamento
vitale con settori più giovani della popolazione, a partire dalle nostre
famiglie e dal nostro quartiere. Non diamo per scontato che ciò sia
impossibile. Recentemente si sono aperte nuove opportunità. Molto è dipeso,
effettivamente, dal nostro nuovo sovrano religioso. Ma le ragioni di questa
nuova era della nostra storia religiosa sono naturalmente più complesse. Con
estremo ritardo, le istanze degli europei contemporanei hanno cominciato ad
essere considerate anche dai nostri capi religiosi. In qualche modo essi si
sono sforzati di uscire da quell’atteggiamento autoreferenziale che in Italia è
ancora loro consentito dal fiume di denaro pubblico che alimenta l’organizzazione
del clero, a prescindere da un effettivo consenso dei fedeli. Anche loro sono
gente molto anziana, costretta a reclutare all’estero il personale più giovane,
perché i nostri giovani sembrano rifuggire il ministero religioso per come oggi
esso è regolato. La situazione in cui ci troviamo è un oggettivo appello ai
laici, quelli il cui campo di azione proprio è il mondo al di fuori degli spazi
liturgici, perché si sforzino di ricostruire nuove mediazioni con la società in
cui vivono. Sapremo provarci? Avremo la costanza e l’impegno di provarci?
Troveremo, ad esempio, il tempo di migliorare la nostra formazione religiosa,
senza limitarci a ripetere, in modo spesso sempre più approssimativo, quello
che abbiamo imparato in anni lontani? Troveremo il tempo di leggere un po’ di
più sulle cose della nostra fede, in modo da avvicinarci di più alla
comprensione dei temi dei tempi nostri? O ci limiteremo a far riferimento
sempre ai nostri sacerdoti per ogni cosa, non di rado entrando anche
superficialmente in polemica con loro e pretendendo che ci risolvano questioni
che invece sono di nostra stretta competenza?
Penso che per soccorrere il clero nella sua
crisi di oggi noi laici dovremmo farci meno clericali,
meno clerico-dipendenti. Purtroppo
per tanti anni quello della clerico-dipendenza è stato il modello apprezzato
dai nostri pastori. Che però oggi non trovano nel laicato le risorse per
motivare il loro ministero.
Quest’anno sono stati innalzati sugli altari i
tre nostri sovrani religiosi che hanno caratterizzato gli ultimi cinquant’anni
della nostra storia religiosa. L’ultimo è, oggi, Giovanni Battista Montini, Papa
della mia infanzia e adolescenza, la cui figura e il cui insegnamento ho capito
purtroppo solo molto più tardi, in un’altra era della storia della nostra
collettività religiosa. Una figura che è stata a lungo molto avversata, una
persona molto vicina agli ideali della nostra Azione Cattolica, che anch’essa è
stata molto avversata o, quanto meno, incompresa. Una persona che volle farsi
carico della complessità della situazione degli europei contemporanei cercando
nuove mediazioni. Nel corso del suo ministero si aprirono opportunità religiose
che i suoi successori sfruttarono solo parzialmente. In particolare fu
gravemente carente il ruolo del laicato italiano, che si estenuò in ricorrenti
risse associative senza riuscire a sollevarsi alla posizione a cui era
chiamato. Esso poi, nell’era successiva, si lasciò fascinare, sedare e
silenziare in quello che ho chiamato modello
polacco. Da ciò poi deriva la crisi che oggi ci travaglia e travaglia in
particolare il nostro clero.
Mario
Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente papa – Roma, Monte Sacro, Valli