Progettare e
sperimentare il cambiamento
Negli oltre seicento
interventi su questo blog dal 1-1-12, tutti disponibili e accessibili cliccando
sull'indice dei contenuti qui a fianco sulla destra, si è cercato di dare le
coordinate fondamentali del problema dell'attuale stagione della nostra
collettività religiosa, che è quello di progettare e sperimentare dei
cambiamenti nel modo di vivere socialmente la nostra fede comune. Si tratta di
un lavoro che ora siamo stati chiamati a fare anche nelle esperienze che
potremmo definire di base, e ciò a partire dal magistero del nostro nuovo
vescovo e padre universale. Ma, anche a prescindere da questa autorizzazione dal vertice, dovevamo e dovremmo sentirci
impegnati a svolgerlo, per la semplice ragione che esso rientra in ciò che ci
attende da una persona di fede, chiamata ad essere attiva nella società e a
farlo rendendo ragione del suo attivismo. La società cambia e noi in essa: si tratta di un fenomeno
inevitabile. Ciò incide anche sull'aspetto religioso della nostra vita, pone
delle sfide, crea problemi, offre opportunità. Storicamente i cambiamenti
sociali hanno condotto a significativi mutamenti delle ideologie religiose
delle nostre collettività di fede. Di questo però non sempre vi è
consapevolezza tra i fedeli. In effetti in genere i cambiamenti sono stati
accreditati presentandoli come una sorta di ritorno
al passato, di recupero dell'originale purezza, ma in realtà essi, per
quanto spesso abbiano comportato un riflettere sulla fede delle origini, sono
sempre stati molto più di questo. Infatti le soluzioni alle questioni che i
cambiamenti sociali fanno sorgere non si
trovano in un qualche passato e tantomeno in un passato veramente molto lontano
come quello delle origini della nostra
fede.
E' chiaro che i temi
che ai tempi nostri si impongono all'attenzione delle persone di fede sono
molti e non tutti direttamente alla portata del fedele che non svolge particolari
funzioni nella nostra collettività religiosa, come capo religioso o suo
consulente. C'è ad esempio quello dei rapporti tra il nostro sovrano religioso
romano e gli altri capi religiosi espressi dal clero: su di esso possiamo
formarci una opinione comune, ma, per lo statuto della nostra organizzazione di
fede, ci è preclusa ogni diretta attività di riforma. Si stanno ristrutturando
istituzioni centrali del nostro vertice religioso romano e del simulacro di
stato nel quale esso si è come arroccato: anche su questa attività il fedele di
base può solo farsi una opinione, ad esempio per ragionare se sia proprio
indispensabile disporre a Roma di una banca abilitata ad operare sui mercati
finanziari e sottratta alla vigilanza delle autorità di controllo della
Repubblica italiana e, più radicalmente, se sia veramente necessario per il
nostro capo religioso supremo mantenere una specie di icona di potere temporale
assoluto nel quartiere Vaticano. Poiché quelle istituzioni sono
strutturate all'interno di un anacronistico (e a volte pittoresco) regime monarchico assolutistico,
i cambiamenti potranno essere disposti solo dall'alto.
Ma su molte altre
questioni tutti possono incidere, determinare cambiamenti. Ad esempio nel modo
in cui, collettivamente, ci si relaziona con la gente del quartiere in cui
viviamo, e più in generale con la società in cui siamo immersi. Siamo stati
invitati ad aprirci collettivamente
verso chi sta fuori. Ma bisogna
capire innanzi tutto perché farlo e con quali scopi.
C'è chi ritiene che
nel nostro mondo religioso abbiamo elaborato la giusta ricetta per la migliore
organizzazione della società in cui viviamo. Questa è, in fondo, l'opinione che
sta dietro ad ogni pronuncia di quell'ormai vastissimo (e non sempre coerente)
corpo di insegnamenti che chiamiamo dottrina
sociale della Chiesa. Una delle finalità con cui si può vivere questa apertura è quella di portare la luce di
quella dottrina a chi non viene in chiesa. Questa modalità di azione, però, più
che una vera apertura è finalizzata in realtà alla conquista del mondo intorno
a noi. I fatti degli ultimi due anni dovrebbero forse disilluderci sulla
possibilità di attuare questo programma.
Del resto non è stato questo l'ideale prevalente durante quel grande
conciliabolo di nostri capi religiosi svoltosi all'inizio degli scorsi anni
Sessanta e che ha dato l'impulso a un moto di rinnovamento che oggi si pensa di
riprendere. La parola che ha caratterizzato maggiormente quest'ultimo lavoro è
stata infatti aggiornamento. Chi sente il bisogno di aggiornarsi è rimasto indietro ed infatti la nostra collettività
religiosa, all'epoca, si sentiva così. E
oggi?
In realtà vedo intorno a me ancora poca voglia di
cambiare. In genere si diffida del mondo intorno a noi, del quale si vedono
prevalentemente gli aspetti negativi. Ci si sentirebbe più tranquilli nel
continuare ad essere come siamo stati da tanto tempo. Questa situazione si
differenzia molto da quella che la nostra collettività religiosa visse tra gli
anni Cinquanta e gli anni Settanta del secolo scorso.
Negli ultimi
trentacinque anni è rimasto legato alle nostre collettività religiose chi ha
accettato di sottomettersi al regime autoritario e fondamentalmente quietista che l'ha governata. Si è
cercato, in questi anni di chetare il dissenso e anche solo le esperienze
nuove, proponendo una unità intorno alla personalità dei nostri sovrani religiosi,
fidelizzando la gente di fede intorno a loro. Noi che siamo rimasti dentro capiamo bene di essere diventati minoranza nella società, e su questo penso che tutto sommato abbiamo
ragione, ma tendiamo anche a pensare che nella maggioranza che sta fuori,
vale a dire che non viene più in chiesa, non vi siano persone di fede, e su
questo aspetto penso che ci dovremmo ricredere. Ma vi è di più: pensiamo che in realtà il rapporto
con ciò che sta fuori non possa
essere in fondo altro che uno scontro, o noi o loro. Predomina la visione
fortemente pessimistica sulla società che fu propria dell'ultimo magistero del
papa Montini, negli anni Settanta, del papa Wojtyla dopo il 2000 e del papa Ratzinger. Visione di
persone molto anziane, le quali, come accade in genere ai meno giovani, tendono
molto ad idealizzare il proprio passato, il tempo in cui si è stati più vitali.
Questo atteggiamento è complicato dalle
difficoltà che storicamente sono derivate dal fatto che lo stato italiano,
nella fase della democrazia liberale e in quella della democrazia di popolo, è
stato costruito contro i nostri sovrani religiosi romani e
l'organizzazione feudale da essi dipendente. Per cui ogni affermazione di
autonomia collettiva del nostro popolo è stata vista, e ancora in fondo viene
vista, come un attentato alla loro sovranità. Una manifestazione eclatante di
questa ideologia reazionaria si è vista nel 2005 ai tempi dei referendum sulla
legge in materia di procreazione assistita, quando la nostra gerarchia
religiosa, attraverso organizzazioni laicali ad essa coordinate, chiese ai
fedeli di astenersi dal voto, in questo modo tra l'altro rendendo visibile, e
quindi pubblicamente esecrabile, il dissenso di chi, come me, a votare ci andò.
L'idea che il voto popolare tenda a produrre decisioni moralmente sbagliate è
frutto della convinzione che la società intorno a noi lavori contro la fede, perché vi è una maggioranza di infedeli. In realtà le cose, almeno fino
ad ora, stanno molto diversamente.
L'idea di ciò che ci
si deve attendere da una società giusta
è ancora, nell'Italia di oggi, fortemente dipendente da ideali a sfondo
religioso originati da nostre esperienze di fede, vale a dire da quello che è
stato definito come pensiero sociale
cristiano. E' ciò che ho cercato di dimostrare in molti interventi su
questo blog. Sono invece minoranza quelli che in qualche modo si sono adattati, spesso non
condividendola ma semplicemente sopportandola per evitare dolorose fratture,
all'ideologia autoritaria di cui dicevo, che impone, in materia
sociale, scelte senz'altro discutibili, nel senso che non sarebbe tempo perso
ragionarci sopra un altro po'. Tra di esse, ad esempio, anche orientamenti in materia di famiglia, di
relazioni tra i sessi e di procreazione
sui quali come laici di fede senz'altro abbiamo la competenza e la possibilità
per proporre e sperimentare cambiamenti. Ma, ancora, orientamenti su come debba
essere esercitata la sovranità di un popolo, vale a dire
il potere di assumere le decisioni supreme. Fondamentalmente è proprio
dei laici di fede contemporanei rifiutare il mero appello all'obbedienza
all'autorità religiosa sui temi sociali. Essi infatti non accettano di essere
inquadrati in un sistema feudale di potere religioso che, fra l'altro, oltre
che fortemente anacronistico non è nemmeno originario nella nostra fede,
risalendo integralmente, come ideologia e norme, al secondo millennio della
nostra era. E in questo non accettano più di essere definiti apostati. E nemmeno di essere insultati
in altro modo. Pretendono, come nella società civile, il rispetto della loro
dignità personale, valore che ha fondamento religioso nella nostra fede ma che
proprio nella nostra fede è stato storicamente spesso disconosciuto fino ad
epoca molto recente. Cambiare, in questo
atteggiamento di fondo di fronte all'autorità religiosa, non solo si può
e si deve, ma lo si è anche cominciato a fare, benché spesso non
se ne abbia piena consapevolezza. In realtà il modello autoritario della nostra
organizzazione religiosa è già stato sottoposto al vaglio popolare, in una
sorta di scrutinio di fatto, e lo si è sfiduciato. Noi tutti che siamo ancora
integrati in quel sistema di potere, noi tutti che siamo rimasti dentro, laici e clero, capi e fedeli, ne
stiamo prendendo dolorosamente atto, anche se, mi pare, abbiamo difficoltà a pensare come si possa essere diversi. A
ben pensarci è strano per chi, come noi, pensa di essere dentro una fede che si
aspetta che siano fatte nuove tutte le
cose.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli