Chiudere il mondo
fuori delle chiese
Alla fine degli anni '70 le nostre
collettività di fede erano presenti nel mondo intorno a loro in modi che ai
tempi nostri non riusciamo nemmeno a immaginare. Molti di coloro che vissero
consapevolmente quell'epoca forse non ne hanno più presente il ricordo. C'era
uno scambio vitale tra le nostre esperienze collettive di fede e la società in
cui esse erano immerse. La società ne risultava influenzata, ma anche le nostre
collettività. Sembrò ad un certo punto che ciò avrebbe messo in crisi
l'organizzazione della nostra collettività religiosa, in particolare nella sua
struttura di impero assoluto religioso che aveva assunto nel secondo millennio della
nostra era e che era stata molto accentuata in senso ideologico nel corso del
drammatico Concilio Vaticano 1°, i cui lavori erano stati interrotti dalla
conquista militare di Roma da parte del
Regno d'Italia, nel settembre del 1870. Separati da un secolo di storia, gli
anni '70 dell'Ottocento e quelli del Novecento furono accomunati da paure
analoghe, di dissoluzione della nostra esperienza religiosa. La reazione in
entrambi i casi fu tremenda. In sostanza si chiuse il mondo fuori delle porte
delle nostre chiese e si cercò di tacitare il dissenso interno con una
pervicace azione di polizia ideologica. Si trattò in entrambe i casi di grandi glaciazioni. La differenza tra la
situazione ottocentesca e quella novecentesca va vista in questo:
nell'Ottocento le nuove idee coinvolgevano strati minoritari del clero e del
laicato, nel Novecento erano diventate una esperienza di massa. In quest'ultimo
caso la chiusura non si sarebbe potuta realizzare senza la rinuncia di una parte
consistente del laicato più impegnato ad ogni manifestazione di dissenso,
quindi senza una sua acquiescenza al nuovo corso. E' ciò che si produsse
durante il regno del papa Giovanni Paolo 2°, sotto l'influsso della sua
carismatica personalità. Intorno a lui, visto anche nella veste inedita di
maestro di vita e di spiritualità, un'esperienza mai vissuta prima di
allora e centrata sula sua particolare
biografia, sembrò potersi nuovamente coalizzare l'unità che pareva andare
perdendosi nell'accentuato pluralismo che aveva caratterizzato i conati di rinnovamento
nel corso degli anni '70. Si trattò di un regno religioso che fece dell'aprire le porte il suo motto, ma che
sostanzialmente produsse l'effetto opposto. E' appunto ciò che ha constatato
l'anno scorso il nostro nuovo sovrano religioso, assumendo il suo ministero. La
situazione che si è venuta a creare è
vista da lui come negativa e viene richiesto un
cambiamento audace. Esso però non sembra prodursi. In realtà noi in
Italia stiamo ancora vivendo, collettivamente, la passata esperienza e non
sembra che ci sia voglia di uscirne. Non c'è da parte di noi che siamo rimasti dentro, ma non c'è neanche tra quelli
che sono stati chiusi fuori. Questo
differenzia molto i tempi nostri dal disgelo che si visse a cavallo tra
l'Ottocento e il Novecento, epoca caratterizzata da un'effervescenza ideologica
del nostro laicato di fede che corrispondeva a nuove prassi attuate nella
società a cui si voleva dare anche una conseguenza politica. A quei tempi la
vita di fede collettiva espresse anche varie concezioni di riforma sociale,
rispetto alle quali l'organizzazione sociale di stato liberale del Regno
d'Italia appariva arretrata. Nulla di tutto questo sembra ancora accadere ai
tempi nostri.
Mi chiedo: siamo
veramente convinti che occorra cambiare?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli