Fare unità, fare
popolo
Uno degli aspetti più
problematici nella nostra esperienza religiosa è quello di fare unità, di
costituire un popolo di fede. Storicamente la strategia che sembra aver avuto
più successo in questo campo è quella attuata nella nostra confessione
religiosa, vale a dire quella di accettare di sottomettersi ad un'unica
autorità e, al vertice supremo, alla volontà di un unico uomo. Quest'ultimo è
visto come investito di un potere di origine soprannaturale, quindi come
titolare di un potere dall'alto, in virtù del quale è anche assistito da particolari
doni dal Cielo per cui si confida religiosamente che, almeno nelle cose
essenziali della fede, non sbaglierà. In religione ci siamo dati quindi
un'organizzazione molto ben definita, con esatta specificazione di ruoli,
funzioni e poteri ad ogni livello, quindi anche giuridicamente strutturata, che
ricalca fondamentalmente quella delle monarchie feudali che storicamente si
aggregarono nei grandi imperi europei a partire da quello carolingio (dal nome del suo fondatore: Carlo Magno) nel 9° secolo.
La struttura giuridica della nostra organizzazione religiosa risale all'11°
secolo, quindi al secondo millennio della nostra era, e da allora è rimasta
fondamentalmente la stessa, pur con molti adattamenti, l'ultimo dei quali è
quello promosso all'inizio degli scorsi anni Sessanta durante quel grande
congresso di nostri capi religiosi che è denominato Concilio Vaticano 2 (1962-1965).
La riflessione giuridica e teologica sulla
natura, sul significato e sulla missione dell'organizzazione storica della
nostra collettività religiosa, così come era andata strutturandosi all'inizio
del secondo millennio, risale al 14° secolo. Essa fu centrata sull'esigenza di
difendere il potere dei papi romani dagli attacchi di coloro che sostenevano la
supremazia dei monarchi assoluti civili nelle cose di fede e di coloro che
ritenevano che al di sopra del potere dei papi romani vi fosse quello dei
Concilii, dei congressi generali dei capi religiosi federati nella nostra
confessione religiosa. Si ripropose quindi, anche nelle cose di fede, la
dialettica, sempre latente nelle società feudali, tra l'imperatore, i monarchi
a lui formalmente sottomessi e il sottostante sistema feudale. Ciò coincise con
l'istituzione di un pervicace ed efficiente sistema di polizia ideologica che,
con varie accentuazioni, è sopravvissuto, sia pure privato degli effetti più
letali e in particolare del potere di discriminazione civile, fino ai giorni nostri. Esso,
coordinato con la giustizia penale degli stati federati con i nostri sovrani
religiosi romani, storicamente represse,
anche mediante pene criminali, addirittura con la pena di morte oltre che con
lunghe pene detentive ed altri tipi di dure sanzioni, praticamente ogni
movimento popolare che introdusse novità in materie di vita di fede e di
concezioni religiose senza accettare di rimettersi, e quindi di sottomettersi,
all'arbitrio dei papi romani per decidere che fare e che pensare. Questa impostazione culturale, tutta centrata
sulla realtà istituzionale e sociale della nostra confessione religiosa e
sull'aspetto visibile ed esterno della sua organizzazione, fu molto accentuata
dal 16° secolo, in reazione allo scisma inglese ordinato dal monarca Enrico 8°
e alla Riforma protestante e, in particolare, alle teologie ed ecclesiologie
dei suoi principali esponenti culturali, Lutero, Calvino e Melantone. La nostra
organizzazione religiosa viene concepita quindi come una società perfetta, vale a
dire con tutte le caratteristiche proprie di uno stato, quindi con un'autorità
dotata di effettività, di un popolo e di un territorio su cui quell'autorità
viene esercitata. Si ricorda in merito la definizione di Chiesa data da Roberto Bellarmino (1542-1621), santo, dottore della
Chiesa, consulente del Sant'Uffizio nella tragica inquisizione del filosofo
Giordano Bruno, giustiziato mediante rogo a Roma il 17 febbraio 1600:
"
La chiesa è una
società composta di uomini uniti tra loro
dalla professione di un'unica e identica fede cristiana e dalla
comunione agli stessi sacramenti sotto la giurisdizione di pastori legittimi,
soprattutto del Romano Pontefice".
Scrisse
il teologo Yves Congar (1904-1995) nel 1960 (in L'ecclesiologia del 19° secolo):
"[Dall'11°
secolo] lo sforzo del papato era
consistito nel definire la chiesa come realtà che è non solo un'associazione
spirituale, ma una società propriamente detta, visibile, istituzionalmente differenziata,
gerarchica e indipendente, cha ha da parte di Dio un ordine proprio, dotata non
solo di realtà spirituali ma di mezzi visibili, esteriori, insomma una società
perfetta, che inoltre possiede a titolo speciale non solo ministeri
spirituali, che dirigono le coscienze personali verso l'autorità tutta
spirituale di Dio, ma anche ministeri gerarchici, che hanno ricevuto e
rappresentano in forma visibile e propriamente giuridica un'autorità
soprannaturale, conferita positivamente da Dio. Autorità che esiste nei vescovi
e che esiste soprattutto, per istituzione formale e speciale di Dio, come
autorità di governo supremo, sacerdozio e ministero, del papa, successore di
Pietro e vicario di Gesù Cristo, delegato dei suoi poteri".
Osservò il teologo
Angel Antòn, nel 1973, che, nella
concezione del Bellarmino, "Cristo
non interviene se non come fondatore e lo Spirito Santo come garante delle
decisioni infallibili del magistero. Eccettuate all'inizio alcune pagine sul
termine «ecclesia» e alcune citazioni bibliche, il mistero
della chiesa sparisce per lasciar posto alla società perfetta. La chiesa e la
madre che ci dà certezza nelle incertezze: ad essa dobbiamo obbedienza".
Durante il Concilio Vaticano 2° si tentò di
inserire nelle norme giuridiche che riguardavano la Chiesa (i documenti del
Concilio sono delle fonti di norme giuridiche) gli aspetti che concezioni sul
modello di quella bellarminiana avevano tralasciato, in particolare con
riguardo a quello relativo a come deve concepirsi il popolo di Dio. Sotto
quest'ultimo profilo si definì la parità essenziale tra tutti i membri della
Chiesa, i quali godono tutti delle stesse grazie fondamentali e degli stessi
diritti (così riassunse l'innovazione il teologo Georges Dejaifve nel 1973). Si
trattò di un lavoro incompiuto. Infatti la struttura feudale della nostra organizzazione
religiosa risalente all'11° secolo rimase sostanzialmente intatta. Quando ci si
propone di muoversi nello spirito del
Concilio si intende dire che si vuole portare a compimento il processo
innescato negli scorsi anni Sessanta. Questo però non potrà farsi solo dal
vertice. Richiede un impegno alla base. Si tratta infatti di impersonare un popolo in una maniera in cui storicamente
non lo si è mai fatto. Non pensiamo di trovare dei modelli utili in un qualche
nostro passato. Non ci sono. Infatti gli sviluppi dell'ecclesiologia delle
confessioni della nostra fede dal 19° secolo corrispondono allo sviluppo delle
grandi democrazie di popolo, un fenomeno senza precedenti nella storia
dell'umanità. Certo, nelle antiche nostre teologie, possono trovarsi degli
agganci, degli spunti. In una organizzazione come quella nostra di fede che dà
tanto importanza alla tradizione,
quindi a ciò che si fa e si pensa dai
più per lungo tempo, questo può avere una rilevanza come legittimazione delle
novità. Tuttavia si tratta, in realtà, di una cosa veramente nuova, così come lo è l'idea di pace universale come obiettivo
concretamente realizzabile, concezione che è alla base di molte organizzazioni internazionali
del nostro mondo e che si è fatta strada anche nel pensiero sociale cristiano e
nel magistero sociale, in particolare in
quello del papa Giovanni Paolo 2°.
Benché tendessimo a
concepirci come gregge, nelle
questioni religiose, siamo stati in genere collettività piuttosto rissose, in genere poco capaci di tollerare diversità di
pensiero e di modi di fare. Ciò risale alle origini: ne troviamo traccia
addirittura negli scritti sacri prodotti dalle nostre prime collettività di
fede. Alla fine, come ho ricordato, è sembrato che solo sottomettendosi alla
volontà di uno solo, di un imperatore religioso, si potesse conseguire l'unità. E' possibile farlo in altro modo?
Questa è la sfida delle democrazie contemporanee. Esse ai tempi nostri sono in
crisi. La sfida che ci viene proposta in religione, realizzare l'unità di fede a
partire da collettività di uguali in dignità, superando gradualmente il millenario modello
feudale, corrisponde a quella che, più in generale, ci viene nell'era che
stiamo vivendo nella società civile in cui siamo immersi. L'unità globale del
genere umano è possibile solo secondo un modello autoritario? Negli scorsi anni Sessanta si riteneva di no.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli