Accrescere la nostra
competenza
Uno delle ragioni per
cui partecipare a un gruppo parrocchiale di Azione
Cattolica è quella di accrescere la propria competenza nelle cose della
fede e della società. Spesso
dimentichiamo che essere persone di fede e cittadini è cosa che richiede un
lavoro di apprendimento, ma non solo: esige il dialogo costante con gli altri
per confrontare i vari punti di vista.
Un libro curato da Alberto Melloni, Rapporto sull'analfabetismo religioso in Italia, uscito di questi
tempi, mostra che nella nostra società, ed anche tra coloro che si considerano
persone di fede e tra le persone colte, si ha poca dimestichezza con le basi
della nostra cultura religiosa. Questo ci impedisce di uscire dalla condizione
di gregge per farci popolo, vale a dire collettività in
grado di incidere consapevolmente e
significativamente, sulla base della propria esperienza di vita, nelle vicende
della società in cui è immersa. Non basta a questo fine valersi della
consulenza dei preti e dei religiosi. Anzi, essi, che per certi versi vivono in
un mondo separato e sentono il bisogno di un maggiore collegamento con il mondo
intorno a loro, avrebbero bisogno del nostro aiuto in questo. Ma noi in genere
non siamo in grado di fornirlo.
Non di rado, e anche
tra le persone colte, la familiarità con le cose della fede risale
all'istruzione religiosa di base ricevuta da bambini, per l'iniziazione alla
Prima Comunione. Ma ho notato che qualche volta si è persa dimestichezza
addirittura con le preghiere comuni della nostra fede. Così, quando ci si
propone, come accade più di frequente di questi tempi, di muoversi nello spirito del Concilio, intendendo il
Concilio Vaticano 2°, in realtà molti dei nostri interlocutori non sanno bene
che cosa questo significhi. La sofisticata teologia espressa nei documenti di
quel grande consesso svoltosi negli scorsi anni Sessanta non è più accessibile
a molti. In questo modo si pensa, confusamente, che andare sulla strada di quel
Concilio significhi adeguarsi ai costumi dei tempi in cui si vive, nel bene e
nel male, un po' come accade con la moda dell'abbigliamento.
Si perde la capacità
di cogliere il senso storico e religioso di fatti sociali molto rilevanti dei
nostri tempi, come, ad esempio, la denatalità e i fenomeni migratori verso la
nostra nazione.
Così, si constata che nel nostro quartiere ci sono
molti più anziani e più immigrati dall'Asia e dall'Europa Orientale di un tempo
e si traggono conclusioni affrettate e inesatte. Allora si dice che la
popolazione del quartiere è invecchiata perché si sono fatti meno bambini e
siccome ci sono meno giovani sono venuti gli immigrati. Perché si sono fatti
meno bambini? Perché non si è ubbidito al comando religioso "crescete e moltiplicatevi",
si è ragionato in maniera egoistica pensando solo al proprio benessere e così si
sono usati metodi contraccettivi nella vita di coppia. La situazione che stiamo
vivendo sarebbe quindi una conseguenza della nostra vita peccaminosa e, in
definitiva, soprattutto di peccati di natura sessuale. La soluzione? Fare più
bambini e non usare la contraccezione.
Io sono abbastanza
sicuro che questo ragionamento abbia scarso fondamento. Dovremmo impegnarci a
spiegare il perché a chi ne è convinto, e non sono pochi.
Partiamo dalle nostre parti. Nel nostro
quartiere ci sono più anziani per il motivo che la speranza di vita è aumentata
rispetto a un tempo e gli abitanti delle nostre case non sono morti ma sono
invecchiati. Hanno fatto bambini, nell'età riproduttiva, ma i figli se ne sono
andati e hanno lasciato gli anziani lì dove stavano. La denatalità, che
sicuramente c'è, c'entra poco con il fatto che nel nostro quartiere si vedono
in giro molti anziani.
La denatalità e
l'immigrazione dall'estero hanno motivazioni simili e, in particolare, sono
determinate dall'insicurezza esistenziale. Quando ci sentiamo insicuri abbiamo
due strategie: o fare progetti di corto respiro, alla giornata, e questo
contrasta con il progettare dei figli, o emigrare verso società più sicure. Se
anche gli italiani di stirpe avessero fatto più figli avremmo avuto gli stessi
fenomeni migratori, perché nel mondo, e anche in Italia, è aumentata
l'insicurezza esistenziale.
Coloro che erano in età fertile avevano motivo
di esseri insicuri sul proprio futuro? Certo che l'avevano. Il posto di lavoro,
la casa e il resto che serve per vivere non sono più scontati per una famiglia
e a volte nemmeno per chi vive da solo. A maggior ragione avevano motivo di
essere insicuri i migranti.
Possiamo far conto,
nel progettare la nostra vita, che le soluzioni verranno miracolosamente dal
Cielo? Sulla base della mia esperienza pratica consiglio di no. Scegliere
quella via non significa essere più religiosi, ma non di rado essere semplicemente degli incoscienti. La vita non è un gioco d'azzardo. In religione non
siamo obbligati a ritenerla tale.
La soluzione sociale
all'insicurezza è realizzare più solidarietà, il che religiosamente significa
creare l'agàpe, far posto a tutti in
un convito festoso in cui si è accolti con benevolenza. E' una cosa che va
progettata realisticamente, sulla base delle forze e dei mezzi disponibili. Bisogna
conoscere bene la società in cui si è immersi, che è la fonte dei nostri
problemi ma anche delle loro soluzioni.
Quanto all'aumento
dell'età media della popolazione, che è un dato diverso dalla speranza di vita,
esso dipende certamente dalla denatalità e dall'aumento dei vecchi causato
dall'incremento della speranza di vita. Nell'epoca che stiamo vivendo stanno
raggiungendo l'età anziana i baby boomers,
coloro che nacquero negli anni
Cinquanta, quando si verificò un incremento della natalità. Considerato che la
speranza di vita, già alta, continuerà verosimilmente ad aumentare, dobbiamo
abituarci ad avere più vecchi tra di noi. L'immigrazione, in gran parte di
giovani in età fertile, ha contribuito a rendere meno pesante il fenomeno.
A mio parere
sbaglieremmo colpevolizzandoci, pensando che l'invecchiamento della popolazione
e l'immigrazione straniera dipendano da qualcosa di sbagliato che abbiamo fatto
a letto, nell'età fertile. Detta così non vi sembra un po' semplicistica? Ed
effettivamente lo è. Ma poi perché
dovremmo considerarli proprio come fatti negativi? Morire carichi
di anni non è anche una prospettiva religiosa, che leggiamo in particolare
negli scritti vetero-testamentari? E non è stato proprio un eclatante fenomeno
migratorio, la diaspora degli antichi ebrei nel mondo greco-romano, che ha
contribuito in maniera determinante alla prima diffusione della nostra fede,
fino a qui, a Roma, il centro dell'antico impero mediterraneo al margine
estremo del quale era sorta?
Come conciliare,
infine, la visione universalistica che è propria della nostra fede con una
certa xenofobia che trapela talvolta da
alcuni discorsi che si fanno correntemente sull'immigrazione? Come se gli
stranieri fossero apportatori di male. Inquinatori delle nostre società, quelli che sporcano il nido, come si
usava dire in Tirolo (riferendosi agli italiani di stirpe). Pensare che si
starebbe meglio senza di loro. Farne gli obiettivi della nostra angoscia per
l'insicurezza esistenziale. Vederli, in definitiva, come la zizzania che
inquina il buon seme. Lo so, in religione si è fatto e detto di tutto, e c'è
stato anche il razzismo fondato sulla fede. I razzisti nordamericani del Klu
Klux Klan non rischiaravano i loro raduni con grandi croci infuocate? Ma noi,
qui a Roma, dovremmo proprio evitare di cadere in queste aberrazioni, tenendo
conto della missione spirituale che ha la città, nel quadro della nostra fede,
e noi in essa. Le moltitudini hanno storicamente guardato a Roma religiosamente
come una nuova Gerusalemme e non cesseranno di mettersi in pellegrinaggio verso
la nostra città, finché almeno in essa ci sarà ancora la nostra fede.
Cerchiamo, allora,
come compito a casa per l'estate, di approfondire il senso storico e religioso
di ciò che accade intorno a noi, di liberarci dei luoghi comuni, in particolare
di quelli cattivi, che discriminano, che possono fare del male agli altri. Cerchiamo
di trovare di che costruire progetti di bene per il futuro. E, soprattutto, da
anziani, liberiamoci dell'angosciosa visione della vita secondo cui tutto va sempre peggio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma,
Monte Sacro, Valli