venerdì 6 giugno 2014

Troppo umano


Troppo umano

 

 Nel parlare agli altri della fede, secondo la missione che riteniamo esserci stata affidata, è importante avere chiaro a che tipo di salvezza ci riferiamo quando prospettiamo ai nostri interlocutori una salvezza, perché questo caratterizza la fede, e quindi la religione, intesa come stile di vita e liturgia, che proponiamo loro. In questo campo sono praticate diverse vie, a ciascuna delle quali corrisponde una diversa religione, pur nel quadro di una fede comune. Con questo voglio dire che le varianti possono essere coordinate tra loro, o forse meglio federate,  in un quadro comune; tuttavia bisogna avere ben chiaro che si tratta effettivamente di realtà diverse tra loro, non solo di semplici modi diversi di esprimere la stessa cosa. Se, ad esempio, osservo il grande e celebre affresco Il giudizio universale  nella Cappella Sistina della Basilica di San Pietro in Vaticano, qui a Roma, lo ammiro certamente, riesco a decifrare il senso religioso delle immagini raffigurate sulle pareti, ma certamente quell'opera non corrisponde alla mia fede religiosa, nel senso che io non immagino la fine dei tempi in quel modo e, soprattutto, non penso al soprannaturale in quel modo e secondo quegli schemi. In particolare, l'immagine del Creatore dipinta nell'affresco è stata dipinta secondo gli schemi con cui si rappresentava lo Zeus/Giove, il padre  degli dei, nell'antichità greca e romana: io il Creatore non lo penso così. Con tutto ciò però riesco a capire la continuità che c'è tra la mia  fede di oggi e quella delle società dell'Italia del Cinquecento, da dipendeva la cultura religiosa dell'artista Michelangelo Buonarroti, autore di quell'affresco. E lo capiscono anche i vegliardi che ciclicamente nella grande  sala  di quell'affresco si riuniscono per eleggere il capo assoluto e universale della nostra confessione religiosa. Non credo che, in definitiva, le loro decisioni siano state influenzate dall'aver avuto sulla testa un Creatore/Zeus invece del Padre descritto nella nostra fede e che, quindi, esse sarebbero potute essere diverse potendo trarre ispirazione da una diversa immagine artistica, anche se indubbiamente me lo sono chiesto. Penso che, quando in quei gravi momenti hanno cercato di elevarsi idealmente al Cielo della nostra fede, hanno raggiunto l'immagine che di esso avevano nella loro teologia, aggiornata secondo lo spirito dei tempi.
 Non mi considero un piazzista della religione. Quando presento la mia fede agli altri non tiro fuori il campionario della ditta, ma parlo di ciò in cui veramente faccio affidamento, di ciò di cui ho fatto esperienza personale  e diretta. Quindi quando mi riferisco alla salvezza non lo faccio proprio nello stesso modo in cui altri la spiegano. In particolare non prometto mai agli altri che aderendo alla nostra fede religiosa i loro problemi magicamente si risolveranno: questo, per quello che ho potuto sperimentare, non accade sempre e, anzi, sotto certi aspetti, la fede religiosa può essere essa stessa un ulteriore problema. Ed è esperienza comune l'invocare un aiuto soprannaturale e non riceverlo. Tanto che poi ci si trova davanti alle contestazioni, e anche alle derisioni, altrui, quando in definitiva soggiaciamo alla legge della potenza che governa la natura in cui viviamo immersi, e questo nonostante le nostre convinzioni di fede, per cui, come canta il salmo, notte e giorno ci chiedono "Dov'è il tuo dio?" , e noi non possiamo che andarcene affranti, conservando tuttavia nel cuore la speranza religiosa di potere ancora continuare a lodarlo, Colui in cui confidiamo come salvezza dei nostri volti.
 Può sembrare poco prospettare, come salvezza religiosa, quella di riuscire a mettere a tavola, in un convito benevolente e festoso, tutti i popoli della Terra, ma non lo è. E' infatti una cosa che ancora non è mai stata realizzata nella storia dell'umanità e che, per quanto io sappia, è stata immaginata solo nel quadro della nostra fede religiosa, anche se della sua origine religiosa abbiamo spesso perso consapevolezza. Questa idea dell'agàpe, di quella prospettiva di realtà pacificata e amorevole in cui ognuno trovi un posto a tavola, è ad esempio al fondo della straordinaria esperienza istituzionale della nostra Europa, tanto spesso oggi diffamata. Essa ha deciso di darsi come bandiera un simbolo chiaramente religioso, anche se i più non lo percepiscono più come tale: la corona di dodici stelle in campo azzurro, un simbolo chiaramente mariano che è tratto direttamente da un'immagine dell'Apocalisse.
 L'agàpe  a cui religiosamente tendiamo contrasta palesemente con le leggi di natura, che, come ci è stato spiegato in un recente incontro del gruppo romano del Meic - Sapienza su cui ho riferito, non vanno intese come obbligazioni imposte da fuori, ma come ciò che  di norma  accade e si osserva nella natura, la quale è organizzata secondo la legge di potenza per la quale pesce grosso mangia pesce piccolo   e, in definitiva, tutti mangiano tutti. Gli esseri umani quasi sempre finiscono per ritenere insopportabili le leggi della natura nel loro assoggettare gli esseri viventi, in particolare quelli animati, all'inevitabile distruzione. E dico questo ben consapevole dell'importanza che, in religione, si dà, in certi campi, al rispetto di quelle leggi, intese come espressioni della volontà divina. E certamente noi siamo esseri naturali, come si può negarlo? Ci siamo trovati fatti in un certo modo dalle dinamiche evolutive, al cui fondo immaginiamo religiosamente che vi sia un disegno soprannaturale, anche se nel dettaglio non potremmo descriverlo, apparendoci tutto, da vicino, avvolto nel mistero.  Pensare quindi di distaccarci  brutalmente e rapidamente dalle dinamiche naturali  ci spaventa, come quando, in certi racconti di fantascienza, immaginiamo teste senza corpo, cervelli bionici collegati artificialmente con membra meccaniche e via dicendo. Ma certamente, quando mettiamo al vertice delle nostre attese religiose un evento come la risurrezione da morte, altro non facciamo che entrare in polemica con le leggi di natura che impongono ad ogni vivente il duro servaggio della fine corporea. E così anche quando ci proponiamo di superare l'istinto di belve che ancora sentiamo in noi piuttosto chiaramente, e che ancora si esprime nelle nostre società contemporanee, ad esempio negli eventi bellici, e immaginiamo  di potere dare ad ogni essere umano sulla Terra, a prescindere dalla sua condizione di nascita e di cittadinanza, ciò che gli serve per vivere dignitosamente. E' dunque il miracolo dei pani e dei pesci l'evento prodigioso in cui ancora oggi maggiormente confidiamo in religione, dopo che il risanamento dalle malattie, e addirittura la risuscitazione  (è proprio questo il termine usato scientificamente riferendosi a certe terapia rianimatorie), sono divenuti pratiche correnti grazie ai progressi scientifici.
 
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli