Troppo umano
Nel parlare agli
altri della fede, secondo la missione che riteniamo esserci stata affidata, è
importante avere chiaro a che tipo di salvezza ci riferiamo quando prospettiamo
ai nostri interlocutori una salvezza, perché questo caratterizza la fede, e
quindi la religione, intesa come stile di vita e liturgia, che proponiamo loro.
In questo campo sono praticate diverse vie, a ciascuna delle quali corrisponde
una diversa religione, pur nel quadro di una fede comune. Con questo voglio
dire che le varianti possono essere coordinate tra loro, o forse meglio federate, in un quadro comune; tuttavia bisogna avere
ben chiaro che si tratta effettivamente di realtà diverse tra loro, non solo di
semplici modi diversi di esprimere la
stessa cosa. Se, ad esempio, osservo il grande e celebre affresco Il giudizio universale nella Cappella Sistina della Basilica di San
Pietro in Vaticano, qui a Roma, lo ammiro certamente, riesco a decifrare il
senso religioso delle immagini raffigurate sulle pareti, ma certamente
quell'opera non corrisponde alla mia fede religiosa, nel senso che io non immagino la fine dei tempi in quel modo
e, soprattutto, non penso al soprannaturale in quel modo e secondo quegli
schemi. In particolare, l'immagine del Creatore dipinta nell'affresco è stata
dipinta secondo gli schemi con cui si rappresentava lo Zeus/Giove, il padre degli dei, nell'antichità greca e romana: io il
Creatore non lo penso così. Con tutto
ciò però riesco a capire la continuità
che c'è tra la mia fede di oggi e quella delle società dell'Italia
del Cinquecento, da dipendeva la cultura religiosa dell'artista Michelangelo Buonarroti,
autore di quell'affresco. E lo capiscono anche i vegliardi che ciclicamente
nella grande sala di quell'affresco si riuniscono per eleggere il
capo assoluto e universale della nostra confessione religiosa. Non credo che, in
definitiva, le loro decisioni siano state influenzate dall'aver avuto sulla testa un
Creatore/Zeus invece del Padre descritto nella nostra fede e che, quindi, esse
sarebbero potute essere diverse potendo trarre ispirazione da una diversa
immagine artistica, anche se indubbiamente me lo sono chiesto. Penso che,
quando in quei gravi momenti hanno cercato di elevarsi idealmente al Cielo
della nostra fede, hanno raggiunto l'immagine che di esso avevano nella loro
teologia, aggiornata secondo lo
spirito dei tempi.
Non mi considero un
piazzista della religione. Quando presento la mia fede agli altri non tiro
fuori il campionario della ditta, ma parlo di ciò in cui veramente faccio
affidamento, di ciò di cui ho fatto esperienza personale e diretta. Quindi quando mi riferisco alla salvezza non lo faccio proprio nello
stesso modo in cui altri la spiegano. In particolare non prometto mai agli
altri che aderendo alla nostra fede religiosa i loro problemi magicamente si
risolveranno: questo, per quello che ho potuto sperimentare, non accade sempre
e, anzi, sotto certi aspetti, la fede religiosa può essere essa stessa un
ulteriore problema. Ed è esperienza comune l'invocare un aiuto soprannaturale e
non riceverlo. Tanto che poi ci si trova davanti alle contestazioni, e anche
alle derisioni, altrui, quando in definitiva soggiaciamo alla legge della
potenza che governa la natura in cui viviamo immersi, e questo nonostante le
nostre convinzioni di fede, per cui, come canta il salmo, notte e giorno ci
chiedono "Dov'è il tuo dio?"
, e noi non possiamo che andarcene affranti, conservando tuttavia nel cuore la
speranza religiosa di potere ancora continuare a lodarlo, Colui in cui
confidiamo come salvezza dei nostri volti.
Può sembrare poco
prospettare, come salvezza religiosa, quella di riuscire a mettere a tavola, in
un convito benevolente e festoso, tutti i
popoli della Terra, ma non lo è. E' infatti una cosa che ancora non è mai stata
realizzata nella storia dell'umanità e che, per quanto io sappia, è stata immaginata solo nel quadro della nostra
fede religiosa, anche se della sua origine religiosa abbiamo spesso perso
consapevolezza. Questa idea dell'agàpe,
di quella prospettiva di realtà pacificata e amorevole in cui ognuno trovi un
posto a tavola, è ad esempio al fondo della straordinaria esperienza
istituzionale della nostra Europa, tanto spesso oggi diffamata. Essa ha deciso
di darsi come bandiera un simbolo chiaramente religioso, anche se i più non lo percepiscono
più come tale: la corona di dodici stelle in campo azzurro, un simbolo
chiaramente mariano che è tratto direttamente da un'immagine dell'Apocalisse.
L'agàpe a cui religiosamente tendiamo contrasta
palesemente con le leggi di natura, che, come ci è stato spiegato in un recente
incontro del gruppo romano del Meic - Sapienza su cui ho riferito, non vanno
intese come obbligazioni imposte da fuori, ma come ciò che di norma accade e si osserva nella natura, la quale è
organizzata secondo la legge di potenza per la quale pesce grosso mangia pesce piccolo
e, in definitiva, tutti mangiano tutti. Gli esseri umani
quasi sempre finiscono per ritenere insopportabili le leggi della natura nel
loro assoggettare gli esseri viventi, in particolare quelli animati,
all'inevitabile distruzione. E dico questo ben consapevole dell'importanza che,
in religione, si dà, in certi campi, al rispetto di quelle leggi, intese come
espressioni della volontà divina. E certamente noi siamo esseri naturali, come si può negarlo? Ci siamo
trovati fatti in un certo modo dalle
dinamiche evolutive, al cui fondo immaginiamo religiosamente che vi sia un
disegno soprannaturale, anche se nel dettaglio non potremmo descriverlo,
apparendoci tutto, da vicino, avvolto nel mistero.
Pensare quindi di distaccarci brutalmente e
rapidamente dalle dinamiche naturali ci
spaventa, come quando, in certi racconti di fantascienza, immaginiamo teste
senza corpo, cervelli bionici collegati artificialmente con membra meccaniche e
via dicendo. Ma certamente, quando mettiamo al vertice delle nostre attese
religiose un evento come la risurrezione
da morte, altro non facciamo che entrare in polemica con le leggi di natura che
impongono ad ogni vivente il duro servaggio della fine corporea. E così anche
quando ci proponiamo di superare l'istinto di belve che ancora sentiamo in noi
piuttosto chiaramente, e che ancora si esprime nelle nostre società contemporanee,
ad esempio negli eventi bellici, e immaginiamo
di potere dare ad ogni essere umano
sulla Terra, a prescindere dalla sua condizione di nascita e di cittadinanza,
ciò che gli serve per vivere dignitosamente. E' dunque il miracolo dei pani e dei pesci l'evento prodigioso in cui ancora
oggi maggiormente confidiamo in religione, dopo che il risanamento dalle
malattie, e addirittura la risuscitazione
(è proprio questo il termine usato scientificamente
riferendosi a certe terapia rianimatorie), sono divenuti pratiche correnti
grazie ai progressi scientifici.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli