sabato 7 giugno 2014

Fare unità


Fare unità

 
 Nella nostra confessione religiosa facciamo ancora molto affidamento, per rendere coerenti le varietà sociali che caratterizzano la nostra fede, una pluralità che ho descritto come un insieme di religioni federate, sull'obbedienza prestata a un capo unico, presentato come un padre-re, anzi, meglio, a un sistema feudale di molti padri-re in cui i vassalli hanno giurato fedeltà a un imperatore religioso. E' un metodo che, benché piuttosto primitivo, è durato un tempo straordinariamente lungo e proprio in questa nostra era sta vivendo una crisi fatale. Ha storicamente generato un autoritarismo religioso che oggi è divenuto intollerabile ai più  e una gerarchia la quale, come scrivono Marco Marzano e Nadia Urbinati nel loro recente libro "Missione Impossibile. La riconquista cattolica della sfera pubblica", Il Mulino, 2013, rappresenta "una base che non incontra mai, dalla quale non ha ricevuto alcun consenso, alcuna delega". La nostra organizzazione religiosa è quindi basata su un gran numero di padri-re, con i quali parliamo poco, che ci conoscono poco, che non ci stimano granché, a cui spesso disobbediamo e anche su questioni da loro ritenute essenziali,  e dei quali però non sappiamo e vogliamo fare a meno. Immaginiamo che questo sistema risalga alle origini, in particolare addirittura alla comunità che anticamente si era raccolta intorno al nostro primo Maestro, senza mostrare sufficiente consapevolezza dell'anacronismo di questa nostra convinzione, poiché tutto ciò che in esso c'è è stato generato in realtà molto dopo e, in particolare, la struttura imperiale della nostra gerarchia religiosa risale a tempi successivi al primo millennio della nostra fede.
  In Italia, come in Germania, la situazione è particolarmente problematica per il sistema centralizzato di gestione del sistema pubblico di finanziamento del clero, che ha reso autonoma la nostra gerarchia religiosa dalla sua base di fedeli. Si tratta di oltre un miliardo di euro all'anno, in costante aumento, rispetto al quale lo offerte libere dei fedeli ammontano a circa dodici milioni di euro all'anno, in costante calo. Senza il finanziamento pubblico la nostra organizzazione religiosa collasserebbe immediatamente, ma le masse dei fedeli non hanno voce in capitolo nell'amministrazione di questo ingente flusso di risorse economiche di origine tributaria.
  Passare ad una organizzazione diversa sarebbe senz'altro possibile, ma richiederebbe una partecipazione del popolo dei fedeli per la quale essi non sono stati in genere preparati. Bisogna dire, anzi, che in genere li si è scoraggiati dall'intraprendere qualcosa di simile. Ma c'è di più: la crisi si è prodotta in un contesto generale di sfiducia nell'efficacia del metodo democratico per l'esercizio di qualsiasi potere, a qualsiasi livello.  Sotto il potente influsso dell'organizzazione contemporanea della finanza e dell'economia, un sistema apparentemente acefalo che ci si impone su scala globale quasi al modo di una legge di natura, le solidarietà sociali che avevano espresso le grandi democrazie di massa stanno sfaldandosi e soggiacendo alla legge di potenza, secondo la quale pesce grosso mangia pesce piccolo. Di fronte a questo sfacelo sociale, l'aura sacrale che ancora emana dalla nostra gerarchia religiosa può apparire come l'ultima linea di resistenza, al riparo della quale continuare a mantenere vivi gli ideali di fede in un mondo che va in tutt'altra direzione. La sconcertante crisi che l'anno scorso ha travagliato il vertice romano della nostra gerarchia, che ha avuto anche chiarissimi connotati di degrado etico, esplicitati dal regnante rinunciante, ha dimostrato l'illusorietà di questa convinzione. E' quindi poi venuto dal nuovo regnante un appello pressante all'audacia e all'immaginazione nel pensare vie nuove. Esso però ha colto la nostra collettività religiosa nel pieno di un'era glaciale che l'aveva investita a partire dagli scorsi anni '80 e dalla quale non riesce a uscire, in una nuova primavera. Quindi poi, a fronte dell'attivismo del nostro nuovo monarca religioso e padre  universale, si assiste alla afasia degli altri nostri padri  a lui federati, fatto insolito che è stato registrato dai commentatori specializzati e che risalta molto se comparato all'interventismo dei decenni precedenti. Ma questa afasia riguarda anche noi tutti fedeli, mi pare, con riguardo ai temi della partecipazione e dell'impegno a progettare e ad attuare il nuovo. Per quello che credo di avere capito, vivendo immerso nelle nostre collettività di fede, mi pare che le modalità con cui prevalentemente si vive collettivamente l'esperienza di fede sono sostanzialmente tre: quella del creare forme autoritarie di famiglie  allargate; quella del servirsi dell'organizzazione religiosa al modo in cui ci si serve del servizio sanitario pubblico  e quella, affine, del richiedere il soccorso nelle nostre collettività di fede al modo in cui lo si richiede alla Croce Rossa. Appare invece particolarmente difficile coalizzare la gente di fede in un impegno in organizzazioni come la nostra Azione Cattolica, storicamente dedita a preparare un nuovo tipo di laicato, capace di suscitare nuove forme di agàpe  religiosa su base democratica. Difficile, ma necessario, anzi, direi di più: indispensabile. Senza questo lavoro è facile prevedere un inaridimento sociale della  nostra esperienza di fede. Alcuni, per la verità, ci si sono già rassegnati ad esso e ormai vivono nel ridotto di fortezze religiose chiuse. Chi è stato partecipe della grande esperienza del cattolicesimo democratico, che tanta parte ha avuto  e ancora ha, nella costruzione della nostra nuova Europa non ha in genere cuore di farlo.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli