Fare unità
Nella nostra confessione religiosa facciamo
ancora molto affidamento, per rendere coerenti le varietà sociali che
caratterizzano la nostra fede, una pluralità che ho descritto come un insieme
di religioni federate, sull'obbedienza prestata a un capo unico, presentato
come un padre-re, anzi, meglio, a un
sistema feudale di molti padri-re in
cui i vassalli hanno giurato fedeltà a un imperatore religioso. E' un metodo
che, benché piuttosto primitivo, è durato un tempo straordinariamente lungo e
proprio in questa nostra era sta vivendo una crisi fatale. Ha storicamente
generato un autoritarismo religioso che oggi è divenuto intollerabile ai più e una gerarchia
la quale, come scrivono Marco Marzano e Nadia Urbinati nel loro recente libro "Missione Impossibile. La riconquista cattolica della sfera
pubblica", Il Mulino, 2013, rappresenta "una base che non incontra mai, dalla quale non ha ricevuto alcun
consenso, alcuna delega". La nostra organizzazione religiosa è quindi
basata su un gran numero di padri-re,
con i quali parliamo poco, che ci conoscono poco, che non ci stimano granché, a
cui spesso disobbediamo e anche su questioni da loro ritenute essenziali, e dei quali però non sappiamo e vogliamo fare
a meno. Immaginiamo che questo sistema risalga alle origini, in particolare
addirittura alla comunità che anticamente si era raccolta intorno al nostro
primo Maestro, senza mostrare sufficiente consapevolezza dell'anacronismo di
questa nostra convinzione, poiché tutto ciò che in esso c'è è stato generato in
realtà molto dopo e, in particolare, la struttura imperiale della nostra
gerarchia religiosa risale a tempi successivi al primo millennio della nostra
fede.
In Italia, come in Germania, la situazione è particolarmente
problematica per il sistema centralizzato di gestione del sistema pubblico di
finanziamento del clero, che ha reso autonoma la nostra gerarchia religiosa
dalla sua base di fedeli. Si tratta
di oltre un miliardo di euro all'anno, in costante aumento, rispetto al quale
lo offerte libere dei fedeli ammontano a circa dodici milioni di euro all'anno,
in costante calo. Senza il finanziamento pubblico la nostra organizzazione
religiosa collasserebbe immediatamente, ma le masse dei fedeli non hanno voce
in capitolo nell'amministrazione di questo ingente flusso di risorse economiche
di origine tributaria.
Passare ad una organizzazione diversa sarebbe
senz'altro possibile, ma richiederebbe una partecipazione del popolo dei fedeli
per la quale essi non sono stati in genere preparati. Bisogna dire, anzi, che
in genere li si è scoraggiati dall'intraprendere qualcosa di simile. Ma c'è di
più: la crisi si è prodotta in un contesto generale di sfiducia nell'efficacia
del metodo democratico per l'esercizio di qualsiasi potere, a qualsiasi
livello. Sotto il potente influsso
dell'organizzazione contemporanea della finanza e dell'economia, un sistema
apparentemente acefalo che ci si impone su scala globale quasi al modo di una
legge di natura, le solidarietà sociali che avevano espresso le grandi
democrazie di massa stanno sfaldandosi e soggiacendo alla legge di potenza,
secondo la quale pesce grosso mangia
pesce piccolo. Di fronte a questo sfacelo sociale, l'aura sacrale che ancora
emana dalla nostra gerarchia religiosa può apparire come l'ultima linea di
resistenza, al riparo della quale continuare a mantenere vivi gli ideali di
fede in un mondo che va in tutt'altra direzione. La sconcertante crisi che
l'anno scorso ha travagliato il vertice romano della nostra gerarchia, che ha
avuto anche chiarissimi connotati di degrado etico, esplicitati dal regnante
rinunciante, ha dimostrato l'illusorietà di questa convinzione. E' quindi poi
venuto dal nuovo regnante un appello pressante all'audacia e all'immaginazione
nel pensare vie nuove. Esso però ha colto la nostra collettività religiosa nel
pieno di un'era glaciale che l'aveva investita a partire dagli scorsi anni '80
e dalla quale non riesce a uscire, in una nuova primavera. Quindi poi, a fronte
dell'attivismo del nostro nuovo monarca religioso e padre universale, si assiste
alla afasia degli altri nostri padri a lui federati, fatto insolito che è stato
registrato dai commentatori specializzati e che risalta molto se comparato
all'interventismo dei decenni precedenti. Ma questa afasia riguarda anche noi
tutti fedeli, mi pare, con riguardo ai temi della partecipazione e dell'impegno
a progettare e ad attuare il nuovo. Per quello che credo di avere capito,
vivendo immerso nelle nostre collettività di fede, mi pare che le modalità con
cui prevalentemente si vive collettivamente l'esperienza di fede sono
sostanzialmente tre: quella del creare forme autoritarie di famiglie allargate; quella del servirsi
dell'organizzazione religiosa al modo in cui ci si serve del servizio sanitario
pubblico e quella, affine, del richiedere
il soccorso nelle nostre collettività di fede al modo in cui lo si richiede
alla Croce Rossa. Appare invece particolarmente difficile coalizzare la gente
di fede in un impegno in organizzazioni come la nostra Azione Cattolica,
storicamente dedita a preparare un nuovo tipo di laicato, capace di suscitare
nuove forme di agàpe religiosa su base democratica. Difficile, ma
necessario, anzi, direi di più: indispensabile.
Senza questo lavoro è facile prevedere un inaridimento sociale della nostra esperienza di fede. Alcuni, per la
verità, ci si sono già rassegnati ad esso e ormai vivono nel ridotto di
fortezze religiose chiuse. Chi è stato partecipe della grande esperienza del
cattolicesimo democratico, che tanta parte ha avuto e ancora ha, nella costruzione della nostra
nuova Europa non ha in genere cuore di farlo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli