Rispettare la dignità
delle persone nelle loro scelte di fede
Spesso, quando si
parla del Concilio Vaticano 2° per dire che dobbiamo attuarlo, se ne tratta come se quell'evento, che fu effettivamente
assai rilevante nella nostra confessione religiosa, abbia comportato la
proposta all'intera umanità di novità assolute, come quando, ad esempio, si fa
una certa scoperta scientifica, accadde ad esempio quando inventarono i
telefonini cellulari, e allora da un preciso punto della storia la vita
dell'umanità inizia a cambiare. Questo
non fu ciò che accadde durante il Concilio Vaticano 2°, svoltosi tra il
1962 e il 1965. E capisco, sostenendo questo, di muovermi abbastanza al di fuori di molte
delle narrazioni correnti in merito, caratterizzate da un certo
trionfalismo e condite con molto soprannaturale, come se allora la nostra
collettività di fede, ispirata dall'alto, avesse portato la luce al mondo. Che
quel Concilio non abbia portato vere novità all'umanità lo dimostra la sua
parola d'ordine: aggiornamento. Ci
avete mai riflettuto?
Dallo scorso aprile
la casa costruttrice non fornisce più gli aggiornamenti per un sistema
operativo che è ancora molto diffuso tra gli
utenti dei sistemi informatici e ha messo in guardia gli utenti dei
pericoli che corrono, invitandoli a passare a un altro sistema operativo di
ultima generazione. Questo non è stato l'ordine d'idee prevalente nella nostra
confessione religiosa nel secondo millennio della nostra era, ma direi che non
lo è neppure ai tempi nostri. Non solo infatti si resiste ad ogni proposta di
cambiamento, ma addirittura a volte si immagina di potere cambiare, migliorando, tornando al
passato. La reazione come via verso il progresso. Questa mentalità non è però originaria nella nostra confessione
religiosa, vale a dire risalente ai suoi primi tempi, dai quali noi traiamo
ancora oggi fonti di ispirazione in quanto più vicini alla vita terrena del
nostro primo Maestro, ma si è formata molto, molto più tardi, appunto più o
meno nel secondo millennio della nostra di fede, ed è quindi totalmente appresa, quindi frutto di una
determinata mediazione culturale. Alle origini, in particolare nei primi
quattro secoli della nostra era, le nostre collettività furono effettivamente
un fattore decisivo di cambiamento per tutta quella parte dell'umanità in cui
si trovarono immerse e con cui ebbero occasioni di relazioni vitali. Riprendendo il paragone informatico, direi
che a quei tempi si realizzò effettivamente un cambiamento di sistema operativo. Nel secondo millennio
della nostra era si tentò invece, con successo, se questo può essere veramente
considerato un successo, di mantenere
sempre lo stesso sistema operativo. Mentre l'umanità progrediva, nel senso
positivo in cui si intende il concetto di progresso, la nostra confessione
religiosa venne a costituire, sempre più marcatamente, un centro di resistenza
al cambiamento, agendo prevalentemente di rimessa, per fronteggiare le novità della storia cercando di
limitarne l'influsso. La considerazione pessimistica delle novità sociali apre, ad
esempio, l'enciclica Rerum Novarum (=[il
desiderio] di novità], promulgata nel 1891 del papa Leone 13°, che consideriamo
come l'inizio di quell'esteso corpo di insegnamenti dei nostri capi religiosi
che chiamiamo dottrina sociale della
Chiesa e che è solo una parte del più ampio pensiero sociale cristiano (riprendo l'espressione dal sociologo Pierpaolo Donati).
Una delle novità
che caratterizzarono dalla fine del Settecento il corso della storia in Europa e
nelle parti del mondo dominate dagli europei e in quelle che presero gli
europei come modello sociale fu la scoperta dell'importanza di riconoscere la dignità universale degli esseri umani, vale a dire di tutti gli esseri umani e di ognuno di loro: essa è alla
base delle costruzioni concettuali sulle democrazie contemporanee, che si
fondano sull'idea di pari dignità degli
esseri umani, vale a dire sull'affermazione di un'eguaglianza in dignità. Essa ha fondamento religioso, come ho
cercato di spiegare in molti miei precedenti interventi. Lo ebbe fin
dall'inizio, in particolare nel corso della costruzione del primo esempio di
democrazia come noi oggi la intendiamo, durante la rivoluzione che porto alla
creazione degli Stati Uniti d'America, a fine Settecento. Essa venne infatti
espressa in quel contesto in termini esplicitamente religiosi scrivendo, nella
Dichiarazione d'Indipendenza (1776), che tutti
gli esseri umani sono stati creati uguali, con diritti inalienabili e che su questo non c'era bisogno di discutere,
perché era una cosa talmente evidente
da non richiedere di argomentarci ulteriormente sopra. Su queste basi, oggi,
noi affermiamo l'idea di una cittadinanza
universale, che significa cercare di eliminare la parola straniero dal mondo degli esseri umani,
perché lo straniero è un essere umano che ha una dignità inferiore a quella dei
cittadini e noi invece ci proponiamo di riconoscere a tutti
la stessa dignità, e ci proponiamo
di farlo religiosamente, vale a dire a prescindere da ciò che appare, in particolare dalle realtà
sociali e dalla realtà della natura così come sono: in questo facciamo
consistere ai tempo nostri il progresso
sociale. Benché l'idea dell'eguaglianza
in dignità abbia fondamento religioso essa si affermò al di fuori della
nostra confessione religiosa, nella quale, anzi, la nostra gerarchia tentò pervicacemente
di resistervi, in questo venendo a costituire a partire dall'Ottocento un
importante fattore reazionario. Bene, il Concilio Vaticano 2° è invece tutto
pervaso dall'idea dell'eguaglianza in
dignità. Esso fece proprio, dandogli una rinnovata veste religiosa, quindi
costruendovi su una teologia, o meglio utilizzando le teologie che nel suo
tempo lo avevano adottato, il progetto delle democrazie contemporanee di
realizzare di tutta l'umanità un unico popolo
di eguali in dignità. In questo consistette il senso maggiore dell'aggiornamento conciliare. Esso riguardò in particolare anche
la struttura delle nostre collettività e, in particolare, il ruolo che in esse
vi avevano le masse, costituite da non appartenenti al clero o ad ordini
religiosi (monaci e monache, frati e suore), vale a dire i laici. Un moto quindi che era in profonda consonanza con
l'ideologia democratica contemporanea che fa discendere dall'idea di eguaglianza in dignità un ruolo politico
delle moltitudini, a partire dalla semplice condizione di cittadinanza comune e
a prescindere dall'inquadramento delle persone in un sistema feudale
gerarchicamente ordinato a partire da un vertice supremo, che si allarga poi
scendendo verso il basso in una scala discendente con vari livelli di potere,
in una struttura piramidale in cui alla base ci sono quelli, le masse, ai quali
viene proposta come unica virtù e solo
motivo di dignità l'ubbidienza.
La principale
difficoltà che si incontra oggi nell'attuazione
del Concilio consiste proprio nella
difficoltà di capire questa
impostazione e soprattutto di agire in conformità ad essa nelle nostre
collettività. Non infatti è raro, diciamo così, incontrare nelle nostre aggregazioni
consuetudini poco rispettose dell'uguale
dignità dei fedeli. Ad esempio quando si dà poca importanza a ciò che le persone hanno costruito
faticosamente nelle proprie vite e si pretende di ricostruirle da capo,
distruggendo ciò che sono state e ancora sono, sulla base di una certa
ideologia religiosa e dicendo loro, in dettaglio, che cosa devono fare e che
cosa devono pensare. Questo lavoro assomiglia molto a quello di costruzione dell'uomo nuovo in cui si
impegnarono i totalitarismi del Novecento e che ci costò tanto caro. Non è
questo però il metodo che vedo attuato nei racconti sulle nostre prime
collettività di fede che si fa nelle nostre scritture sacre e non mi pare che
fosse quello usato dal nostro primo Maestro nella sua vita terrena. Ma su questo, avverto, ci sono diverse
opinioni. Storicamente persone considerate di grande fede religiosa,
addirittura proclamate esemplari e oggetto di venerazione, hanno fatto cose di
cui durante il Grande Giubileo dell'Anno 2000 abbiamo iniziato a pentirci
collettivamente.
Il Concilio è il nostro programma, diciamo in Azione Cattolica. Questo
significa che ci sentiamo impegnati, innanzi tutto a partire dalla vita sociale
concreta nei nostri gruppi parrocchiali, a conoscerne e a realizzarne gli
ideali, a a partire da quello di eguale
dignità dei fedeli. Noi non vogliamo
costruire l'uomo nuovo, ma rinnovare
le nostre mentalità e i nostri costumi per fare di tutta l'umanità, a
cominciare da quella che ci è più prossima, un solo popolo di eguali in dignità, distaccandoci così
dal molto male che c'è stato in un passato del quale anche la nostra confessione
religiosa, in quanto ispiratrice di un certo tipo di civiltà, è stata corresponsabile.
E' cosa che, a prescindere dalla sistemazione concettuale che le si dà, va
innanzi tutto praticata correggendo
nella vita dei nostri gruppi tutto ciò che può comportare una umiliazione della persone. Il moto impresso dal Concilio
va infatti in direzione esattamente contraria, quella della elevazione degli umili, che ha forte impronta evangelica, come si recita
ogni sera nei Vespri con parole bibliche, "ha innalzato gli umili".
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli