Miei appunti di
lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture -
problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline,
1982
22
Occorre attendere il Signore che tornerà. Il
ritorno del Signore non sarà però un mero completamento ultimo di un processo
evolutivo in mano agli uomini. Il suo arrivo è una sorpresa e bisogna tenersi pronti e vigila per non
farsi trovare impreparati. Noi non abbiamo quaggiù una città stabile. Siamo
nomadi attraverso la storia e il cosmo, ma il nostro passaggio li deve
trasformare entrambi in senso salvifico. Rimane pertanto egualmente impegnativo
evangelizzare.
Le tradizioni religiose dei popoli sono segno
della pedagogia di Dio plasmatore delle identità culturali e preparazione
evangelica. [Occorre] rispettare nel popolo la sua capacità di narrare e
profetizzare, sperare e confessare Dio dentro gesti e simboli umani trasmessi
da generazioni. [Ma] non tutti quelli che ne parlano hanno attenzione a
rispettare il popolo e la sua dignità. Col pretesto della religiosità popolare
si ribadiscono le proprie ostilità alla storia attuale e la nostalgia per altre
epoche ormai relegate agli annali e ai musei etnografici.
La religiosità popolare ha certamente i suoi
limiti: la superstizione, la magia, il ritualismo senza vita, il fatalismo e la
rassegnazione, egoismo e frustrazione collettiva. Ma è anche ricca di valori
genuini. E' in fondo il grido di
speranza e idi redenzione di un popolo che attende giustizia e fraternità.
Mie
considerazioni
La vita in una delle nostre collettività di
fede di base, come la parrocchia, rende manifesto che in religione ci sono
diverse tradizioni culturali, quindi vari concezioni, costumi, tipi di relazioni a sfondo religioso,
finalità e attese. Credere è un fatto sociale e ognuno, in fondo crede nel modo in cui lo ha appreso in una collettività viva. Questo
pluralismo crea inevitabilmente problemi e prima di tutto quello di fare unità ed un'unità pacificata, come
richiesto dai nostri ideali di fede ispirati alla finalità dell'agàpe universale, di riunire tutta l'umanità in un
unico convito festoso e amicale. Storicamente la strategia prevalente nella
nostra organizzazione religiosa, soprattutto nel secondo millennio della nostra era, è stata quella di
fare unità soggiacendo ad un'unica autorità suprema terrena, concepita come
direttamente delegata e ispirata da quella soprannaturale. Questo ha comportato
che l'unità si facesse prevalentemente per via di repressione del dissenso e
dei costumi oggettivamente devianti. Ai tempi nostri questa strategia
costituisce essa stessa un problema. E questo per l'avanzare
nell'organizzazione delle nostre società dei principi democratici
nell'estensione che essi hanno avuto nel mondo contemporaneo. In particolare quella
forma di dispotismo a fini unitari non è più ritenuta conforme alla dignità delle persone umane. Noi
attualmente siamo in una fase di passaggio culturale: ci siamo pentiti dei suoi
eccessi, ma la manteniamo come fattore generale unificante.
Il fare
unità è anche un obiettivo democratico come dimostra il motto della
rivoluzione americana: e pluribus unum, espressione in latino che significa fare dei molti un solo popolo, dove però
è sottinteso che l'unificazione si debba fare nel rispetto dei diritti inalienabili che vanno
attribuiti a tutti gli esseri umani e ad ognuno di essi per il fatto di essere
stati creati uguali in dignità. In una concezione democratica
dell'unità infatti si rifiuta il dispotismo gerarchico come fattore unificante,
vale a dire che nell'unità si rispetta il pluralismo ed anche che l'unità è
affidata a un progresso culturale della base, quindi di tutta la società,
invece che ad un'azione di polizia ideologica sviluppata dal vertice.
Storicamente
le due strategie fondamentali per fare unità sono entrate in conflitto e,
generando vari tipi di precari compromessi e di armistizi, hanno prodotto le varie
fasi di un processo che è ancora in corso e che può essere riassunto in un progresso
dal dispotismo alla democrazia, dall'unità affidata a una gerarchia feudale a
quella basata sull'integrazione culturale generata alla base delle società. Ai
tempi nostri, però, non è questo il conflitto dominante nel nostro mondo, come
da tempo si comincia ad osservare da parte di molti commentatori dei fatti
sociali.
Il
contrasto all'ordine del giorno è tra concezioni culturali che ancora si propongo di fare unità, in uno dei modi in cui essa
può essere ottenuta, e quelle basate sull'idea che il conflitto tra le società
umane e i gruppi all'interno di esse sia fonte di progresso e non un male da
combattere e che quindi esso vada stimolato e non combattuto. Queste ultime
concezioni, che sono state elaborate da ultimo sulla base del pensiero
economico dominante che vede nella competizione di mercato un fattore di
progresso, condividono l'ideologia sviluppata a partire della fine
dell'Ottocento del darwinismo sociale,
che sulla base della lotta di tutti contro tutti che ha caratterizzato e
caratterizza l'evoluzione naturali delle specie viventi e che è stata esposta
per la prima volta dal naturalista britannico Charles Darwin (1809-1882), propongono
di vedere nei conflitti sociali di tipo egoistico, basati sulla lotta per
accaparrarsi risorse scarse, una fonte di progresso in quanto mezzi per
favorire la sopravvivenza del più adatto. Lo sviluppo di questa concezione
nelle nostre società, in particolare in quello Occidentali, ha portato alla
crisi sia dei dispotismi tradizionali sia delle democrazie di popolo. Essa sta
avendo riflessi anche in religione e in particolare nella religiosità popolare.
Leggendo
nostri testi sacri si ha un panorama molto vasto di forme di religiosità
storicamente attuate e quegli scritti sono stati organizzati e ci sono stati
proposti in modo da evidenziare uno sorta di progresso da concezioni primitive
ad altre successive che sono conseguite a particolari illuminazioni
soprannaturali e, in particolare, dal politeismo al monoteismo. Le forme
primitive di religiosità sono più in linea con l'attuale ideologia del
conflitto egoistico permanente come fonte di progresso sociale. In quell'ottica
ogni popolo aveva il suo dio e la storia era vista anche come una lotta tra
dei, in cui prevaleva il dio più forte, in quanto più forte. Questo tipo di
religiosità non si propone alcun fine di giustizia, i suoi dei non sono forti in quanto più giusti. E' il tipo
di religiosità che vediamo espressa, ad esempio, all'interno di alcune società
criminali correnti in Italia e, sotto un certo profilo, alcune concezioni
economiche per così dire estreme manifestano profili criminali.
Ai tempi
in cui scriveva Mondin, si avvertiva il problema dello sfruttamento di tipi
primitivi di religiosità a fini reazionari, quindi per contrastare i moti
democratici nella nostra organizzazione religiosa e pertanto dell'indebito
utilizzo a tali di fini del potere
sacrale. Oggi la questione si pone in modo piuttosto diverso. E consiste
appunto nell'integrazione di concezioni a sfondo religioso in stili di vita
collettiva che non hanno di mira l'agàpe,
ma la prevalenza in una lotta sociale con altri gruppi. Essa viene espressa
direttamente dalla base sociale ed ha una chiara valenza magica, in quanto ritiene di poter modificare con certi riti religiosi il corso degli eventi. E, alla fine, risulta
frustrante perché comporta l'accettazione dell'ingiustizia sociale. In
quest'ordine d'idee si mira ad ottenere di volta in volta il favore
soprannaturale in una specifica situazione. Rispetto all'ideologia dell'agàpe costituisce una involuzione, un
regresso. E' tuttavia lo specchio dei tempi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente
papa - Roma, Monte Sacro, Valli