Passato, presente,
futuro
Una delle differenze
più marcate tra i giovani e gli anziani è il giudizio sul corso della storia
umana. Gli anziani sono portati a vedervi un progressivo degrado, i giovani invece
si concentrano sulle opportunità di miglioramento che pensano possano esserci
nel futuro. Gli anziani criticano i giovani perché sostengono che il loro
ottimismo deriva dal fatto che non hanno fatto ancora esperienza sufficiente di
come va il mondo, i giovani criticano gli anziani dicendo che il loro
pessimismo deriva dall'errata convinzione che non si possa cambiare in meglio
mentre in realtà è possibile e proprio l'esperienza storica lo dimostra.
Entrambi in fondo hanno ragione. Ma l'opinione degli anziani è paralizzante,
perché scoraggia l'attivismo sociale. La nostra collettività religiosa è da
tempo dominata da anziani e ne risente molto. In particolare, a cavallo tra la fine del secondo millennio e
l'inizio del successivo, ho letto che i nostri capi supremi erano influenzati,
citandolo espressamente, dal pensiero fortemente pessimistico sulla civiltà
moderna dell'eclettico filosofo e teologo russo Vladimir Sergeevic Solo'vev, il
quale, nell'Ottocento, vide al lavoro addirittura un Anticristo nei progressi
sociali e culturali che a quel tempo
interessarono l'Occidente europeo, anche nelle teologie espresse nelle
sue confessioni religiose. Quest'ordine di idee ha caratterizzato fortemente il
primo decennio del terzo millennio e può essere considerato una delle ragioni
della gravissima crisi che, più vicino a
noi, ha investito il vertice romano della nostra confessione religiosa,
dopo un progressivo inaridimento sociale della base. Quando, nel 2005, i vescovi italiani indirizzarono ai fedeli
laici un accorato appello alla collaborazione nell'azione per la promozione
nella società degli ideali di fede [Lettera ai fedeli laici "Fare di Cristo il cuore del
mondo" della Commissione episcopale per il laicato della Conferenza
Episcopale Italiana, 27 marzo 2005] osservando
"Non sempre l’auspicata
corresponsabilità ha avuto adeguata realizzazione e non mancano segnali
contraddittori. Si ha talora la sensazione che lo slancio conciliare si sia attenuato.
Sembra di notare, in particolare, una diminuita passione per l’animazione
cristiana del mondo del lavoro e delle professioni, della politica e della
cultura, ecc. Vi è in alcuni casi anche un impoverimento di servizio pastorale
all’interno della comunità ecclesiale. Serve un’analisi attenta ed equilibrata
delle ragioni dei ritardi e delle distonie, per poterle colmare con il concorso
di tutti.
A volte, può essere che il laico nella Chiesa
si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. Oppure,
all’opposto, può sembrare che anche la ripetuta convocazione dei fedeli laici
da parte dei pastori non trovi pronta e adeguata risposta, per disattenzione o
per una certa sfiducia o un larvato disimpegno. Dobbiamo superare questa
situazione. Una cosa è certa: il Signore ci chiama; chiama ognuno di noi per
nome. La diversità dei carismi e dei ministeri nell’unico popolo di Dio
riguarda le forme della risposta, non l’universalità della chiamata. Nel
mistero della comunione ecclesiale dobbiamo ricercare la coralità di una
risposta armonica e differenziata alla chiamata e alla missione che il Signore
affida a ogni membro della Chiesa. Il momento attuale richiede cristiani
missionari, non abitudinari."
e formulando questo invito
"Alle soglie del nuovo
millennio cristiano, invitiamo il laicato delle nostre Chiese ad aiutarci a
leggere la mappa del nostro tempo e a concorrere efficacemente per far crescere
un nuovo modello di vita ispirato ai più alti valori umani e cristiani. In tal
modo potranno dare un grande contributo al progetto culturale della Chiesa
italiana."
la nostra risposta
fu tutto sommato scarsa. Del resto quel documento, pur manifestando la
consapevolezza dei problemi dell'epoca riguardanti l'impegno laicale nelle cose
di fede:
"È indispensabile uscire da quello
strano ed errato atteggiamento interiore che faceva sentire il laico più
“cliente” che compartecipe della vita e della missione della Chiesa. La
riscoperta della comunione, come piena partecipazione alla natura della Chiesa,
postula che anche tutti noi scopriamo la Chiesa come nostra patria spirituale e
ci poniamo al suo servizio, condividendo gioie, prove, lotte; non restando
indifferenti o insensibili a tutto ciò che la riguarda; nutrendo per la Chiesa
stessa un sentimento di profonda devozione filiale: «Non può avere Dio per
Padre colui che non ha la Chiesa per Madre»".
rimase ancora tutto
interno all'ordine concettuale che quei problemi aveva prodotto, non arrivando
a riconoscere al mondo dei laici il
ruolo che storicamente esso aveva già svolto nelle cose di fede, e con
risultati eclatanti, vale a dire quello di elaborazione
dei principi di azione sociale ispirata alla fede, molto al
di là della semplice attuazione di
principi enunciati dalla gerarchia religiosa. La sensazione dei vescovi che lo slancio conciliare si fosse attenuato era sicuramente esatta, ma essi non giunsero a
riconoscere che ciò era dipeso prevalentemente da un'azione di governo, della
quale loro stessi erano stati partecipi, per attenuarlo. Del resto la nostra
gerarchia religiosa è stata sempre, per ciò che ho potuto osservare nella mia
vita e per ciò che ho letto, poco propensa all'autocritica ed anche in quel
documento i laici vengono presentati quasi come causa di un problema del
quale in realtà erano stati ed erano ancora le vittime.
Scrive Luigi Alici nell'articolo "Il coraggio della profezia"
pubblicato sul numero 6/2013 della rivista Coscienza,
del M.E.I.C. - Movimento Ecclesiale di
Impegno Culturale:
"Non possiamo far finta di nulla dinanzi
al grave deficit di discernimento -personale e comunitario, pastorale e
culturale - che caratterizza il nostro tempo, come un fenomeno complesso e pervasivo che attraversa
e trascende la dimensione pastorale. I risultati in larga misura disattesi del Convegno
ecclesiale nazionale di Palermo (1995), che aveva rilanciato in modo convinto
la priorità del discernimento comunitario, dovrebbero dirci qualcosa: non
dobbiamo nasconderci dietro un consumismo semantico tipico di tanti progetti
pastorali, che spesso vivono di slogan effimeri, messi in campo e rapidamente
cestinati per far posto ad altri. I decenni in cui si è rilanciata l'idea del
discernimento comunitario non solo non hanno visto crescere significativamente
l'esperienza del «consigliare» nella Chiesa, istituzionalmente collocata
nei consigli pastorali, diocesani e parrocchiali, ma addirittura hanno coinciso
con il suo progressivo e sostanziale svuotamento".
Con l'espressione
in ecclesialese "discernimento comunitario" si vuole appunto
intendere quel ruolo attivo nella elaborazione dei principi di azione sociale
ispirata alla fede di cui prima ho scritto. Un ruolo che i laici, di fatto,
hanno già svolto in Occidente con
particolare efficacia in particolare a partire dagli anni '30 del secolo scorso
e che ha portato alla creazione del nuovo ordine mondiale scaturito dalla Seconda Guerra Mondiale, con
l'affermazione di principi di civiltà ai quali poi, tra molte difficoltà, la
nostra gerarchia religiosa si è gradualmente adeguata, a volte riuscendo anche a
riconoscervi l'origine nella nostra fede. Non si tratterebbe quindi, facendo
spazio ai laici di fede in questo campo, di inventarsi nulla di nuovo, perché
si tratterebbe di prendere atto di una realtà che già c'è, già si è manifestata,
benché in genere fortemente osteggiata,
e di legittimarla ed estenderla, facendo della collaborazione dei laici
all'elaborazione di quei principi un metodo corrente nelle nostre collettività,
istituendo anche percorsi catechetici di iniziazione e formazione a quel
lavoro. Nulla di tutto questo è ancora all'orizzonte.
Si sostiene che esso non rientra nella tradizione della nostra collettività
religiosa, ma su questo si possono portare diverse obiezioni.
Bisogna
innanzi tutto osservare che la storia delle nostre collettività di fede è stata
pesantemente influenzata, fin dalle origini, da presupposti ideologici e da una
correlativa opera di polizia culturale e politica. Abbastanza presto le
questioni centrali della nostra fede divennero cose da specialisti, in
particolare di filosofi che si erano venuti concentrando sulle questioni
religiose, i teologi. Quando si parla
di Padri della Chiesa e di Tradizione
ci si riferisce essenzialmente a loro e alla loro opera. Ad un certo punto la
gente di fede comune semplicemente non ha
più avuto voce. Hanno parlato solo interpreti qualificati delle cose di
fede, non di rado scontrandosi aspramente. Possiamo farci un'idea della
situazione delle nostre prime collettività di fede in particolare nelle parti
degli scritti di quei primi teologi in cui si rampognano le loro collettività
(a volte essi ne erano anche i loro capi gerarchici) per disordini nei costumi o per
deviazioni ideologiche. Il quadro che ne emerge è quello che ci si attende in
società di fede in fortissima e spettacolare espansione numerica e geografica: c'erano
molteplici opinioni e costumi sulle varie questioni implicate nella vita di
fede. Gestire questa complessità si presentò subito piuttosto difficile.
Scriveva Clemente romano, il nostro San Clemente, vissuto nel primo secolo della
nostra e vescovo di Roma dall'anno 88 [Lettera ai Corinzi 46, 5-47]:
"Perché liti, collere, discordie, scismi
e guerre tra voi? Non abbiamo forse un unico Dio, un unico Cristo, un unico
Spirito di grazia diffuso su di noi, un'unica vocazione in Cristo? Perché
straziare e lacerare le membra di Cristo, perché ribellarsi contro il proprio
corpo e arrivare a tal punto di delirio da dimenticare di essere gli uni membra
degli altri?".
Questo
pluralismo sociale produsse varie dottrine
e contrasti tra di esse e tra i loro ideatori e fautori: esso, al di là delle questioni dottrinali, verosimilmente era
lo specchio di una corrispondente realtà sociale piuttosto composita. Quando
questo, dal Quarto secolo della nostra era, diventò anche un problema politico,
poiché la nostra teologia venne sostituita a quella antica politeistica
corrente nel mondo greco-romano come ideologia politica dell'impero
mediterraneo dove la nostra fede strepitosamente si diffuse a partire dal Primo
secolo, il metodo seguito per fare unità
fu quello della repressione ideologica e politica di coloro che dissentivano dalla
linea adottata dalla suprema autorità politica, che all'epoca era quella degli
imperatori civili egemoni nell'area mediterranea. Esso comportò anche l'uso
della violenza politica in misura piuttosto rilevante. Essa era giustificata
come misura sanitaria per risanare il
corpo malato di una società di fede vista nella sua estensione soprannaturale.
Si pensava così facendo di obbedire a un comando divino. L'autorità civile era
vista come anche come autorità religiosa, con delega soprannaturale. Le
autorità propriamente religiose si presentavano in vario modo collegate con
legami feudali con quelle civili. La situazione non cambiò sostanzialmente
durante l'Alto Medioevo, quindi per tutta la seconda metà del primo millennio
della nostra era, solo che in Occidente mutarono le dinastie sovrane,
sostituite da quelle dei popoli che provenendo dal Nord-Est dell'Europa erano
immigrati nell'Europa Occidentale. La preminenza delle autorità civili su
quelle religiose risulta chiaramente da questo passo del libro Storia del Cristianesimo di Gian Luca Potestà e Giovanni Vian, edizione
Il Mulino, 2010:
"Scendendo a Roma per esservi incoronato
imperatore, Enrico 3°, re di Germania, Italia e Borgogna, trovò tre papi fra
loro in conflitto. Li fece dimettere o li
depose (sinodi di Sutri e di Roma, 1046) e al loro posto nominò il vescovo di
Bamberga, papa Clemente 2°. Rivendicato a sé il diritto di elezione già preteso
da Ottone 1° [nel 962], Enrico mirava a liberare la sede papale da
condizionamenti e intromissioni locali. Dopo Clemente scelse altri due papi.
Leone 9° e Nicolò 2°" [pag.180 ].
Si era nell'Undicesimo secolo della nostra
era. Il modello di organizzazione religiosa che ancora caratterizza la nostra
collettività di fede fu elaborato a partire da quell'epoca, in polemica con la
pretesa di supremazia degli imperatori germanici. Esso ai tempi nostri sta
vivendo il suo declino e probabilmente
sarà storicamente superato in un processo che potrebbe essere anche piuttosto
veloce. L'inizio di questo declino può essere visto, in germe, nel Concilio
Vaticano 2°, anche se il superamento dell'antico ordine era ancora fuori degli
obiettivi di quel grande consesso di nostri capi religiosi. Ne furono però
posti i presupposti nel progettare, fondandola teologicamente, una ideologia
sociale di fede che non era centrata
sull'ordine gerarchico, ma su ciò nel gergo teologico viene chiamata comunione, che implica innanzi tutto il
ripudio della violenza ideologica e politica come fattore di unità. In questo nuovo
clima cominciarono ad avere voce, ad esprimersi, le istanze della base delle
nostre collettività di fede.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli