lunedì 2 giugno 2014

Radicalismo evangelico


Radicalismo evangelico

 

 In religione si parla di radicalismo evangelico in due sensi diversi. Ciò che li accumuna è l'essere espressione di concezioni in polemica con la società in cui si è immersi. In un caso contro i suoi orientamenti democratici e nell'altro contro la sua accettazione della spietata legge della natura come legge sociale. La prima la possiamo vedere impersonata dal beato Pio 9°, papa regnante dal 1846 al 1878; la seconda in san Francesco d'Assisi.  Per certi versi entrambe appaiono anacronistiche nell'Europa contemporanea e nelle società che ad essa si ispirano come ad un modello. In esse infatti le ideologie democratiche hanno largamente prevalso e si tenta di superare la legge di natura, quella per intenderci secondo la quale pesce grosso mangia pesce piccolo, in linea con quelle idealità. La prima lo è anche con riferimento alle società organizzate sul modello della Cina continentale contemporanea, dove l'affermazione della democrazia di tipo europeo potrebbe aprire nuove opportunità all'espansione della nostra fede, mentre non lo è la seconda, perché l'ideologia cinese tende a imporsi sugli individui come una forza della natura, quindi con eguale ineluttabilità. La concezione francescana non è anacronistica anche in relazione alle ideologie liberistiche che riguardano l'economia, le quali, anche qui, presentano le leggi del mercato  come qualcosa di analogo a quelle della natura e non tollerano correttivi basati su discorsi di uguale dignità degli esseri  umani.
 La grave crisi che denota ai tempi nostri le nostre collettività religiose si basa sostanzialmente su un contrasto tra tendenze riconducibili a quelle forme di radicalismo evangelico. Per farsene un'idea veloce, riassuntiva, le si può vedere anche impersonate in coppie di grandi figure della nostra organizzazione religiosa dello scorso  e di questo secolo, nelle quali il primo nome è espressione della prima concezione e il secondo dell'altra: papa Pio 12° e papa Giovanni 23°; papa Giovanni Paolo 2° e papa Giovanni 23°; papa Giovanni Paolo 2° e papa Francesco. Secondo questa impostazione, risulta chiaro che l'aver proposto come figure esemplari della fede, insieme, Giovanni Paolo 2° e Giovanni 23° ha significato il tentativo di superare quella crisi risolvendo l'antinomia tra quelle concezioni, proponendo quindi una continuità tra esse che in realtà non esiste ancora, ma che potrebbe essere indubbiamente costruita. Essa porterebbe a voler contrastare gli orientamenti democratici delle società europee contemporanee in ciò in cui, con la forza del numero, delle masse, quindi secondo la legge di potenza che regola anche la natura, riescono a prevalere sui valori  evangelici, secondo i quali non si può accettare di perdere una sola pecora, pur se le altre novantanove sono al sicuro e uno zigote, vale a dire la cellula originaria di un individuo umano, è già una persona. Questa è la linea che possiamo considerare impersonata nel papa Benedetto 16°.  Questa concezione dà l'opportunità alla nostra gerarchia religiosa, che non ha una legittimazione democratica bensì feudale, una legittimazione quindi che non deriva dal basso ma dall'alto, di continuare a svolgere un ruolo di guida morale, culturale e politica nelle società europee contemporanee.
  Non è ancora chiaro se nel suo ministero papa Francesco proseguirà, adattandola e in particolare attenuando il suo rigore autoritario e di polizia ideologica, la linea del papa Benedetto 16°  o ne inaugurerà una diversa. I segnali sono contraddittori, come è stato rilevato da molti osservatori.
 Quella che è certo è che non pare in questione la sconfessione  dell'altra grande tendenza che ha caratterizzato la nostra confessione religiosa dal Novecento e che può essere indicata con l'espressione cattolicesimo democratico. I movimenti da essa espressi hanno avuto un'importanza decisiva nella costruzione della nostra nuova Europa e della sua ideologia istituzionale. Ancora oggi essi sono determinanti nella politica europea e, in particolare, in Italia. Questa linea ideale, che ha avuto manifestazioni eclatanti anche in religione a partire dagli scorsi anni Sessanta, è alla base dell'ideologia associativa dell'attuale Azione Cattolica. Secondo questa concezione, che esalta il ruolo dei laici di fede, le dinamiche democratiche sono indispensabili per l'affermazione nelle società contemporanee di quel radicalismo evangelico che non accetta le leggi di natura come leggi sociali, ma che immagina potersi realizzare, nonostante l'apparente contrario determinismo delle dinamiche sociali, una agàpe che raduni  tutti i popoli della Terra in un unico convito benevolente e  festoso. Quindi: la democrazia di popolo come via della fede.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli