Oltre ogni legame
umano
" … la Chiesa, che ha conosciuto nel corso dei secoli condizioni
d'esistenza diverse, si è servita delle differenti culture per diffondere e
spiegare nella sua predicazione il messaggio di Cristo a tutte le genti, per
studiarlo e approfondirlo, per meglio esprimerlo nella vita liturgica e nella
vita della multiforme comunità dei popoli.
Ma nello stesso tempo, inviata a tutti i
popoli di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo, non è legata in modo esclusivo
a nessuna razza o nazione, a nessun particolare modo di vivere, a nessuna
consuetudine antica o recente. Fedele alla propria tradizione e nello stesso
tempo cosciente dell'universalità della sua missione, può entrare in comunione
con le diverse forme di cultura, tale comunione arricchisce tanto la Chiesa
stessa quanto le varie culture"
[dalla Costituzione Gaudium
et spes (=la gioia e la speranza),
del Concilio Vaticano 2° (1962/1965), n.58]
L'altro giorno in
televisione, uno storico, commentando il modo con cui in una trasmissione di
qualche anno prima su Marco Polo aveva presentato la figura del sovrano mongolo
Kublai Khan (1215-1294), facendone in sostanza un precursore degli attuali
agnostici, un uno senza fiducia nel divino, ha sostenuto che si era fatto un
anacronismo, perché in realtà quel sovrano del passato era un pio buddista,
aggiungendo che l'idea di un'umanità senza soprannaturale è molto recente nella
storia ed è sostanzialmente infondata, perché il soprannaturale è profondamente
radicato nell'interiorità degli esseri umani di ogni tempo e di ogni cultura.
Quest'ultima convinzione ha portato negli scorsi anni '60 i capi della nostra
collettività religiosa a elaborare l'affermazione normativa che ho trascritto
all'inizio, in un'epoca storica caratterizzata dall'inizio del declino
dell'egemonia della cultura europea sui popoli di tutta la Terra, al quale si
temeva che potesse essere associato il declino della religione prevalente fra
gli europei. In realtà essa appare un po' meno evidente ai tempi nostri, per la
larga diffusione, ad ogni livello delle popolazione, di un agnosticismo
pratico, che significa condurre una vita senza più considerare la dimensione
soprannaturale dell'esistenza e, comunque, senza più considerarla un problema.
Stili di vita che un tempo apparivano come propri di esigue minoranza di
eccentrici colti, liberi pensatori
come venivano definiti, oggi sono vissuti a livello di massa, senza una
particolare consapevolezza, semplicemente seguendo la corrente della società, facendo
ciò che sembra tutti gli altri facciano.
Ed è divenuto più difficile parlare alle genti della nostra fede e, in
particolare, e utilizzo le espressione della Gaudium et spes, diffonderla,
spiegarla, esprimerla, studiarla, approfondirla.
Ai tempi nostri ci
rendiamo conto, meglio che negli anni Sessanta, dell'importanza che
storicamente ha avuto la cultura europea nel veicolare la nostra fede religiosa
e quindi, però, anche di quanto la diffusione nella nostra fede ha dovuto alla
violenza espansionistica esercitata dagli europei sugli altri popoli del mondo,
culminata tra la metà dell'Ottocento e la metà del Novecento, epoca conclusasi
con un conflitto europeo che è stato percepito come mondiale. Del resto gli ideali religiosi stanno avendo proprio in
Europa l'espressione civile più avanzata, con l'esperienza dell'Unione Europea,
che si propone di porre fine all'inimicizia tra nazioni che a lungo combatterono
tra loro fin dall'antichità e addirittura di diventare luogo e di asilo e
motore di elevazione per tutti i popoli della Terra, al modo in cui hanno
sognato di esserlo, nei loro momenti migliori, le spiritualità più elevate
espresse della nostra fede.
In realtà la nostra
fede religiosa non è mai stata una
variabile indipendente rispetto alla culture in cui era immersa. Essa, storicamente,
ha ricevuto molto da esse, ne è stata profondamente caratterizzata. La sua
universalità si è manifestata nella capacità di superare ogni sintesi prodotta
in una certa epoca e in una certa cultura, per fare una unità, un'agàpe, a un livello più alto,
comprendendo ulteriori moltitudini: quindi nella capacità di operare storicamente
sempre nuove sintesi inclusive. La consapevolezza che esse sono sempre destinate
ad essere a loro volta superate è però molto recente in religione: "la Chiesa, che ha conosciuto nei secoli
condizioni d'esistenza diverse…". In passato ogni epoca ha ritenuto che la propria sintesi fosse quella definitiva e insuperabile,
proiettandola, per darle autorevolezza, nel lontano passato, alle origini della
nostra esperienza religiosa collettiva, e riferendola addirittura direttamente
all'insegnamento del nostro primo Maestro.
La straordinaria capacità di rigenerazione
culturale espressa dalla nostra fede le consente di dare coerenza anche alla
vita degli esseri umani del nostro tempo, nelle sue varie età, nelle sue varie
culture, nei suoi diversi frangenti, nella gioia come nel dolore, nella
vittoria come nella sconfitta, nell'ascesa come nella discesa. Essa rende l'essere
umano capace di affrancarsi da quella particolare forma di schiavitù che
consiste nel dover seguire, per sentirsi
a posto, la corrente della società in cui è immerso, al modo in cui lo
fanno gli uccelli negli stormi, fino a quando non ce la fa più e allora la
società lo emargina e lo elimina. Questo significa affrancarsi dalle spietata
legge della natura, elevarsi oltre la condizione degli altri animali della
Terra e raggiungere ciò da cui si ritiene caratterizzata la condizione umana.
Il lavoro di operare nuove sintesi inclusive è ciò che caratterizza l'azione di mediazione culturale: essa richiede il
ruolo determinante dei laici di fede, perché richiede di disporre di molteplici
punti di vista, molteplici competenze
ed esperienze umane, quindi di molte
vite, tutte animate dallo spirito di
dialogo. Ogni nuova sintesi culturale è il risultato di un'opera collettiva,
non di un'imposizione dall'alto, che, quando anche cerca di egemonizzare la
società del suo tempo, è sottoposta al giudizio critico delle masse e, se non
lo supera, non si afferma.
Il problema dell'era
nostra, nell'Europa e nell'Italia di oggi, e anche nel nostro quartiere, qui a
Roma, Monte Sacro, Valli, è quello di riprendere a radunare persone disposte a
lavorare su una nuova mediazione culturale, adatta alle sfinde che vengono dai
tempi e dalla società di cui siamo partecipi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli