mercoledì 4 giugno 2014

Oltre ogni legame umano


Oltre ogni legame umano

 

 " … la Chiesa, che ha conosciuto nel corso dei secoli condizioni d'esistenza diverse, si è servita delle differenti culture per diffondere e spiegare nella sua predicazione il messaggio di Cristo a tutte le genti, per studiarlo e approfondirlo, per meglio esprimerlo nella vita liturgica e nella vita della multiforme comunità dei popoli.
 Ma nello stesso tempo, inviata a tutti i popoli di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo, non è legata in modo esclusivo a nessuna razza o nazione, a nessun particolare modo di vivere, a nessuna consuetudine antica o recente. Fedele alla propria tradizione e nello stesso tempo cosciente dell'universalità della sua missione, può entrare in comunione con le diverse forme di cultura, tale comunione arricchisce tanto la Chiesa stessa quanto le varie culture"
[dalla Costituzione Gaudium et spes  (=la gioia e la speranza), del Concilio Vaticano 2° (1962/1965), n.58]
 
 
 
 L'altro giorno in televisione, uno storico, commentando il modo con cui in una trasmissione di qualche anno prima su Marco Polo aveva presentato la figura del sovrano mongolo Kublai Khan (1215-1294), facendone in sostanza un precursore degli attuali agnostici, un uno senza fiducia nel divino, ha sostenuto che si era fatto un anacronismo, perché in realtà quel sovrano del passato era un pio buddista, aggiungendo che l'idea di un'umanità senza soprannaturale è molto recente nella storia ed è sostanzialmente infondata, perché il soprannaturale è profondamente radicato nell'interiorità degli esseri umani di ogni tempo e di ogni cultura. Quest'ultima convinzione ha portato negli scorsi anni '60 i capi della nostra collettività religiosa a elaborare l'affermazione normativa che ho trascritto all'inizio, in un'epoca storica caratterizzata dall'inizio del declino dell'egemonia della cultura europea sui popoli di tutta la Terra, al quale si temeva che potesse essere associato il declino della religione prevalente fra gli europei. In realtà essa appare un po' meno evidente ai tempi nostri, per la larga diffusione, ad ogni livello delle popolazione, di un agnosticismo pratico, che significa condurre una vita senza più considerare la dimensione soprannaturale dell'esistenza e, comunque, senza più considerarla un problema. Stili di vita che un tempo apparivano come propri di esigue minoranza di eccentrici colti, liberi pensatori come venivano definiti, oggi sono vissuti a livello di massa, senza una particolare consapevolezza, semplicemente seguendo la corrente della società, facendo ciò  che sembra tutti gli altri facciano. Ed è divenuto più difficile parlare alle genti della nostra fede e, in particolare, e utilizzo le espressione della Gaudium et spes, diffonderla, spiegarla, esprimerla, studiarla, approfondirla.
 Ai tempi nostri ci rendiamo conto, meglio che negli anni Sessanta, dell'importanza che storicamente ha avuto la cultura europea nel veicolare la nostra fede religiosa e quindi, però, anche di quanto la diffusione nella nostra fede ha dovuto alla violenza espansionistica esercitata dagli europei sugli altri popoli del mondo, culminata tra la metà dell'Ottocento e la metà del Novecento, epoca conclusasi con un conflitto europeo che è stato percepito come mondiale. Del resto gli ideali religiosi stanno avendo proprio in Europa l'espressione civile più avanzata, con l'esperienza dell'Unione Europea, che si propone di porre fine all'inimicizia tra nazioni che a lungo combatterono tra loro fin dall'antichità e addirittura di diventare luogo e di asilo e motore di elevazione per tutti i popoli della Terra, al modo in cui hanno sognato di esserlo, nei loro momenti migliori, le spiritualità più elevate espresse della nostra fede.
 In realtà la nostra fede religiosa non è  mai stata una variabile indipendente rispetto alla culture in cui era immersa. Essa, storicamente, ha ricevuto molto da esse, ne è stata profondamente caratterizzata. La sua universalità si è manifestata nella capacità di superare ogni sintesi prodotta in una certa epoca e in una certa cultura, per fare una unità, un'agàpe, a un livello più alto, comprendendo ulteriori moltitudini: quindi nella capacità di operare storicamente sempre nuove sintesi inclusive. La consapevolezza che esse sono sempre destinate ad essere a loro volta superate è però molto recente in religione: "la Chiesa, che ha conosciuto nei secoli condizioni d'esistenza diverse…".  In passato ogni epoca ha ritenuto che la propria  sintesi fosse quella definitiva e insuperabile, proiettandola, per darle autorevolezza, nel lontano passato, alle origini della nostra esperienza religiosa collettiva, e riferendola addirittura direttamente all'insegnamento del nostro primo Maestro.
  La straordinaria capacità di rigenerazione culturale espressa dalla nostra fede le consente di dare coerenza anche alla vita degli esseri umani del nostro tempo, nelle sue varie età, nelle sue varie culture, nei suoi diversi frangenti, nella gioia come nel dolore, nella vittoria come nella sconfitta, nell'ascesa come nella discesa. Essa rende l'essere umano capace di affrancarsi da quella particolare forma di schiavitù che consiste nel dover seguire, per sentirsi a posto, la corrente della società in cui è immerso, al modo in cui lo fanno gli uccelli negli stormi, fino a quando non ce la fa più e allora la società lo emargina e lo elimina. Questo significa affrancarsi dalle spietata legge della natura, elevarsi oltre la condizione degli altri animali della Terra e raggiungere ciò da cui si ritiene caratterizzata la condizione umana.
 Il lavoro di operare nuove sintesi inclusive  è ciò che caratterizza l'azione di mediazione culturale: essa richiede il ruolo determinante dei laici di fede, perché richiede di disporre di molteplici punti di vista, molteplici competenze   ed esperienze umane, quindi di molte vite, tutte animate dallo spirito di dialogo. Ogni nuova sintesi culturale è il risultato di un'opera collettiva, non di un'imposizione dall'alto, che, quando anche cerca di egemonizzare la società del suo tempo, è sottoposta al giudizio critico delle masse e, se non lo supera, non si afferma.
 Il problema dell'era nostra, nell'Europa e nell'Italia di oggi, e anche nel nostro quartiere, qui a Roma, Monte Sacro, Valli, è quello di riprendere a radunare persone disposte a lavorare su una nuova mediazione culturale, adatta alle sfinde che vengono dai tempi e dalla società di cui siamo partecipi.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli