Nostalgia di radici
Affondare radici sociali in un certo passato significa rimanere
legati ad esso. Quando si parla di radici
cristiane dell'Europa di solito si
intende che bisognerebbe riscoprire o
ricostruire ciò che le nostre
collettività religiose sono state e hanno fatto nel secondo millennio della
nostra era, fino all'inizio dei moti democratici nell'Ottocento, i quali hanno
poi prodotto il mondo come noi oggi lo conosciamo, caratterizzato da una ideologia
che immagina di poter riunire tutto
il genere umano in un'unica collettività pacificata. L'ideologia delle radici cristiane è quindi fondamentalmente reazionaria. Essa però non è scagliata tanto contro un mondo ateo o
agnostico, ma contro un'ideologia umanitaria che, come ho scritto in altri
precedenti interventi, benché secolarizzata,
vale a dire non più esplicitamente religiosa, ha una chiarissima matrice
religiosa nella nostra teologia. Radunare tutto il genere umano in un unico
popolo pacificato è infatti l'obiettivo a lungo termine che ci siamo dati anche
in religione: esso si basa sull'idea di una eguale dignità degli esseri umani
che, assolutamente non evidente in natura, discende dalla concezione religiosa di una comune figliolanza
soprannaturale o, che è lo stesso, dalla concezione di essere creati uguali in dignità. Il problema che abbiamo
oggi nelle nostre collettività religiose non è tanto, quindi, quello della lotta contro il mondo ateo o agnostico ma quello di decidere tra
due concezioni di tipo religioso, entrambe basate sulla nostra fede comune:
quella corrente in gran parte del secondo millennio della nostra era e quella
venutasi affermando a partire
dall'Ottocento, che poi ha prodotto, negli scorsi anni Sessanta, il moto di
rinnovamento del Concilio Vaticano 2°. Entrambe queste concezioni di tipo
religioso trovano un antagonista formidabile nella cultura contemporanea a
sfondo economicista e razzista, affermatasi anch'essa a partire dall'Ottocento,
per la quale l'evoluzione delle società umane, al modo di quelle delle specie
animali, si produce secondo una dinamica conflittuale che porta alla
sopravvivenza del più adatto e, correlativamente, alla scomparsa del meno
adatto. Le differenze tra le due concezioni di matrice religiosa sono molto
marcate se si considerano i loro effetti sociali, perché la prima, quella che è
stata prevalente nel secondo millennio della nostra era, è, a differenza
dell'altra, autoritaria e antidemocratica e protegge
i singoli individui nei conflitti
sociali solo in quanto accettino di
essere dominati da poteri di tipo paternalistico. E' veramente, in questo
senso, una religione dei padri. Storicamente
essa ha tollerato, e anche espresso, moltissima violenza, considerando normale una situazione di conflitto tra
le dinastie sovrane che dominavano le
società umane e l'eliminazione fisica dei dissenzienti come forma di igiene
sociale. Ha espresso quindi la teologia della guerra giusta. Attraverso patti federali tra i potenti delle
società civile e i capi della nostra organizzazione religiosa è riuscita a
preservare uno spazio di autonomia di questi ultimi e delle organizzazioni da
essi strettamente dipendenti, ottenendo vari tipi di privilegi sociali. Un
esempio di questo tipo di relazione è il Concordato concluso nel 1929 tra il
vertice romano della nostra confessione religiosa e il regime fascista
italiano, oggi sentito generalmente come disonorevole. Anche oggi questa
concezione ha molti e autorevoli fautori. Fondamentalmente essa ha avuto il
pregio di preservare nei secoli il sistema feudale secondo il quale è
strutturata la gerarchia della nostra collettività religiosa, ed è questo
ancora oggi il suo maggior vantaggio secondo i
suoi estimatori. Negli scorsi anni '60 essa fu sentita come non più
adeguata al mondo contemporaneo e tale da dover essere aggiornata. In realtà durante il Concilio Vaticano 2° ne fu
delineato un vero e proprio superamento. Si trattò di un'opera di progettazione
rimasta incompiuta per le molte resistenze che all'epoca si manifestarono tra i
nostri capi religiosi radunati nella fortezza vaticana da tutto il mondo.
L'autorevolezza della nuova concezione non risiedeva tanto nei suoi
ragionamenti formali, teologici, ma nel fatto che il mondo uscito dagli
sconvolgimenti bellici delle due guerre mondiali novecentesche, che alcuni storici
concepiscono come un fenomeno unitario, era sostanzialmente organizzato, con un
certo successo, in vista di un'umanità pacificata, secondo i suoi principi. Ma
questi ultimi non erano stati elaborati
dalla nostra gerarchia religiosa (che si limitò a recepirli a posteriori,
come del resto aveva fatto dall'Ottocento in poi con diversi altri ideali
umanitari, giocando di rimessa), ma dalla cultura laicale. Questa loro diversa
origine portò la nostra gerarchia religiosa a cercare poi di ridimensionarli,
tentando di renderli coerenti con le precedenti ideologie, se non a sconfessarli. La buona accoglienza che,
durante il Concilio Vaticano 2°, fu fatta al filosofo francese Jacques Maritain
(1882-1973), che tanta parte aveva avuto nell'elaborazione della nuova
concezione a sfondo religioso, dimostra che a quell'epoca questo orientamento
non era prevalente, come poi invece divenne in quella che ho chiamato era glaciale, iniziata nel corso degli
scorsi anni '80.
Chi pensa che il
lavoro di aggiornamento iniziato durante il Concilio Vaticano 2° debba
essere ripreso e proseguito, non ha pertanto il problema di riscoprire o ricostruire tutto ciò che si
fa rientrare nell'idea di radici
cristiane, bensì di strapparle
quelle radici, per staccarsi decisamente dal molto male che c'è stato durante il
secondo millennio, al quale i fautori dell'altra concezione religiosa guardano
con nostalgia, spesso immaginando un
passato, inteso come condizione beata e di perfezione, che in realtà non c'è mai stato. A ben
vedere, infatti, come ho ricordato, in quel passato c'è tutto il tremendo male
di cui abbiamo iniziato a pentirci a ridosso del Grande Giubileo dell'Anno
2000.
In realtà gli esseri
umani non hanno radici, non sono
vegetali. Essi hanno invece basi culturali, che però non sono come le radici un
fatto di natura ma un prodotto sociale. Meno che mai quelle basi sono un fatto soprannaturale,
bensì, semmai, solo una interpretazione culturale di fatti soprannaturali.
Modificare le basi culturali di società democratiche come quelle in cui viviamo
nella nostra nuova Europa, non più dominata da dinastie paternalistiche (quella
che domina la nostra confessione religiosa è una delle ultime ancora al potere),
richiede un lavoro comune di moltitudini, che è fatto di pensiero e di sperimentazione
di prassi. Non è cosa solo da specialisti, che poi ci vengano a dire che cosa
pensare e che cosa fare: si tratta infatti della nostra vita, della nostra vita
di tutti i giorni, e della nostra responsabilità per come vanno le cose della
nostra società.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli