venerdì 20 giugno 2014

Nostalgia di radici


Nostalgia di radici

 

 Affondare radici  sociali in un certo passato significa rimanere legati ad esso. Quando si parla di radici cristiane  dell'Europa di solito si intende che bisognerebbe riscoprire o ricostruire ciò che le nostre collettività religiose sono state e hanno fatto nel secondo millennio della nostra era, fino all'inizio dei moti democratici nell'Ottocento, i quali hanno poi prodotto il mondo come noi oggi lo conosciamo, caratterizzato da una ideologia che immagina di poter riunire tutto il genere umano in un'unica collettività pacificata. L'ideologia delle radici cristiane  è quindi fondamentalmente reazionaria. Essa però non è scagliata tanto contro un mondo ateo o agnostico, ma contro un'ideologia umanitaria che, come ho scritto in altri precedenti interventi, benché secolarizzata, vale a dire non più esplicitamente religiosa, ha una chiarissima matrice religiosa nella nostra teologia. Radunare tutto il genere umano in un unico popolo pacificato è infatti l'obiettivo a lungo termine che ci siamo dati anche in religione: esso si basa sull'idea di una eguale dignità degli esseri umani che, assolutamente non evidente in natura, discende dalla  concezione religiosa di una comune figliolanza soprannaturale o, che è lo stesso, dalla concezione di essere creati  uguali in dignità. Il problema che abbiamo oggi nelle nostre collettività religiose non è tanto, quindi, quello della lotta contro il mondo ateo o agnostico ma quello di decidere tra due concezioni di tipo religioso, entrambe basate sulla nostra fede comune: quella corrente in gran parte del secondo millennio della nostra era e quella venutasi affermando  a partire dall'Ottocento, che poi ha prodotto, negli scorsi anni Sessanta, il moto di rinnovamento del Concilio Vaticano 2°. Entrambe queste concezioni di tipo religioso trovano un antagonista formidabile nella cultura contemporanea a sfondo economicista e razzista, affermatasi anch'essa a partire dall'Ottocento, per la quale l'evoluzione delle società umane, al modo di quelle delle specie animali, si produce secondo una dinamica conflittuale che porta alla sopravvivenza del più adatto e, correlativamente, alla scomparsa del meno adatto. Le differenze tra le due concezioni di matrice religiosa sono molto marcate se si considerano i loro effetti sociali, perché la prima, quella che è stata prevalente nel secondo millennio della nostra era, è, a differenza dell'altra, autoritaria e antidemocratica e protegge i singoli  individui nei conflitti sociali solo in quanto accettino di essere dominati da poteri di tipo paternalistico. E' veramente, in questo senso, una religione dei padri. Storicamente essa ha tollerato, e anche espresso, moltissima violenza, considerando normale una situazione di conflitto tra le dinastie sovrane che  dominavano le società umane e l'eliminazione fisica dei dissenzienti come forma di igiene sociale. Ha espresso quindi la teologia della guerra giusta. Attraverso patti federali tra i potenti delle società civile e i capi della nostra organizzazione religiosa è riuscita a preservare uno spazio di autonomia di questi ultimi e delle organizzazioni da essi strettamente dipendenti, ottenendo vari tipi di privilegi sociali. Un esempio di questo tipo di relazione è il Concordato concluso nel 1929 tra il vertice romano della nostra confessione religiosa e il regime fascista italiano, oggi sentito generalmente come disonorevole. Anche oggi questa concezione ha molti e autorevoli fautori. Fondamentalmente essa ha avuto il pregio di preservare nei secoli il sistema feudale secondo il quale è strutturata la gerarchia della nostra collettività religiosa, ed è questo ancora oggi il suo maggior vantaggio secondo i  suoi estimatori. Negli scorsi anni '60 essa fu sentita come non più adeguata al mondo contemporaneo e tale da dover essere aggiornata. In realtà durante il Concilio Vaticano 2° ne fu delineato un vero e proprio superamento. Si trattò di un'opera di progettazione rimasta incompiuta per le molte resistenze che all'epoca si manifestarono tra i nostri capi religiosi radunati nella fortezza vaticana da tutto il mondo. L'autorevolezza della nuova concezione non risiedeva tanto nei suoi ragionamenti formali, teologici, ma nel fatto che il mondo uscito dagli sconvolgimenti bellici delle due guerre mondiali novecentesche, che alcuni storici concepiscono come un fenomeno unitario, era sostanzialmente organizzato, con un certo successo, in vista di un'umanità pacificata, secondo i suoi principi. Ma questi ultimi non erano stati elaborati dalla nostra gerarchia religiosa (che si limitò a recepirli a posteriori, come del resto aveva fatto dall'Ottocento in poi con diversi altri ideali umanitari, giocando di rimessa), ma dalla cultura laicale. Questa loro diversa origine portò la nostra gerarchia religiosa a cercare poi di ridimensionarli, tentando di renderli coerenti con le precedenti ideologie, se non a sconfessarli. La buona accoglienza che, durante il Concilio Vaticano 2°, fu fatta al filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973), che tanta parte aveva avuto nell'elaborazione della nuova concezione a sfondo religioso, dimostra che a quell'epoca questo orientamento non era prevalente, come poi invece divenne in quella che ho chiamato era glaciale, iniziata nel corso degli scorsi anni '80.
  Chi pensa che il lavoro di aggiornamento  iniziato durante il Concilio Vaticano 2° debba essere ripreso e proseguito, non ha pertanto il problema di riscoprire o ricostruire  tutto ciò che si fa rientrare nell'idea di radici cristiane, bensì di strapparle quelle radici, per staccarsi decisamente dal molto male che c'è stato durante il secondo millennio, al quale i fautori dell'altra concezione religiosa guardano con nostalgia, spesso immaginando un passato, inteso come condizione beata e di perfezione,  che in realtà non c'è mai stato. A ben vedere, infatti, come ho ricordato, in quel passato c'è tutto il tremendo male di cui abbiamo iniziato a pentirci a ridosso del Grande Giubileo dell'Anno 2000.
 In realtà gli esseri umani non hanno radici, non sono vegetali. Essi hanno invece basi culturali, che però non sono come le radici un fatto di natura ma un prodotto sociale. Meno che mai  quelle basi sono un fatto soprannaturale, bensì, semmai, solo una interpretazione culturale di fatti soprannaturali. Modificare le basi culturali di società democratiche come quelle in cui viviamo nella nostra nuova Europa, non più dominata da dinastie paternalistiche (quella che domina la nostra confessione religiosa è una delle ultime ancora al potere), richiede un lavoro comune di moltitudini, che è fatto di pensiero e di sperimentazione di prassi. Non è cosa solo da specialisti, che poi ci vengano a dire che cosa pensare e che cosa fare: si tratta infatti della nostra vita, della nostra vita di tutti i giorni, e della nostra responsabilità per come vanno le cose della nostra società.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli