Agire come popolo di fede
Una delle ragioni per
cui non si va in chiesa è perché non
si sa più bene perché farlo. E allora si finisce per andarci solo quando si ha bisogno di servizi religiosi, proprio
come accade quando si hanno altre necessità, ad esempio quando si sta male e
allora ci si rivolge al medico di base o ad un ospedale. Del resto è proprio la
nostra organizzazione religiosa che propone e avvalora questa idea quando spiega
pubblicamente la propria giustificazione sociale: essa, dice, serve alla società, svolge un compito di pubblica
utilità, una sorta di servizio pubblico. Questo è molto evidente, ad esempio,
negli spot pubblicitari che in questi
giorni vengo trasmessi in televisione per invitare la gente a indicare la
Chiesa cattolica come beneficiaria dell'8
per mille fiscale. Essi, nella loro struttura, non differiscono molto dalla
pubblicità delle imprese commerciali. Pongono in risalto innanzi tutto un prodotto e una rete commerciale. E cercano
di indurre nel pubblico l'idea di una certa economicità
della scelta di destinare l'8 per mille alla nostra organizzazione religiosa, nel
senso di presentarla come inquadrata in un contratto a prestazioni
corrispettive: con quella scelta si pagano servizi sociali, c'è una resa,
non si tratta di pura e semplice elemosina.
In quest'ottica vengono in risalto dunque l'organizzazione,
l'impresa, la rete di assistenza al cliente,
tutte dominate dal clero, con una partecipazione accessoria di volontari laici.
Si tratta di una visione bene in linea con quella più generale che identifica Chiesa con organizzazione gerarchica del clero, come quando si afferma "la Chiesa dice…" e si intende
che "la gerarchia dice…".
E' l'idea di una collettività religiosa intesa come una ditta, in cui c'è un'organizzazione
e ci sono dei clienti che
accedono a dei servizi, e noi fedeli laici saremmo sostanzialmente questi clienti. Si tratta di una concezione che
non ci scandalizza; in essa non ci troviamo in fondo nulla di strano. Invece
dovremmo. Perché? Perché in quella visione delle cose non c'è posto per noi,
per noi popolo. E' per questo che
poi, anche andando in chiesa non ci ricordiamo più bene perché lo
facciamo e, una volta dentro, non
capiamo bene che fare. In realtà ci andiamo prevalentemente come spettatori e uditori, come quando andiamo al cinema. Al più ci andiamo per
recitare una parte che ci è stata assegnata, che di solito non è molto
importante: siamo poco più che comparse. Si fa quello che ci dicono di fare: in piedi, in ginocchio, seduti, cantare!, chinare il capo per la benedizione!
e via dicendo. Forme più intense di partecipazione richiedono una assimilazione delle persone in strutture
di tipo autoritario in cui l'organizzazione
finisce per pervadere, e invadere,
le psicologie e le vite degli adepti
per conformarli ad una sua qualche ideologia in quel momento caratterizzante:
il risultato è una certa uniformità,
per cui tutti quelli che si riesce a coinvolgere in questo lavoro finiscono per
pensarla
e per dirla allo stesso modo e
così immaginano di essere come quelle prime beate e fraterne nostre
collettività di fede di cui parlano le Scritture, caratterizzate da vita comune
nella gioia e semplicità di cuore. Queste concezioni su come si debba essere popolo di fede sono fortemente
divergenti da quelle sviluppate e promulgate con forza normativa all'inizio
degli scorsi anni Sessanta nel corso del Concilio Vaticano 2° e hanno finito
per impoverire la vita di fede della gente, che, appunto, non sa più perché andare in chiesa e che farci una volta dentro. E, in realtà, il modo di concepire la nostra collettività
religiosa è molto regredito da allora. Parliamo di Chiesa e ci viene in mente la struttura gerarchica, piramidale, che
era la sua immagine proposta per circa un millennio, esattamente nel secondo
millennio della nostra era. Si tratta quindi di una concezione fortemente
reazionaria, che vuole portarci indietro,
nel passato. Chi la propone teme i tempi nuovi, in cui vede prevalentemente male, dando ascolto a quelli che il
santo Angelo Giuseppe Roncalli chiamava, mettendocene in guardia, profeti di sventura. Ma in quel passato millenario a cui si
vorrebbe tornare c'è tutto quel male
tremendo di cui, sotto la guida del santo Karol Wojtyla, abbiamo iniziato a
pentirci nel passaggio al terzo millennio della nostra era, in particolare
durante quella solenne e grandiosa
azione liturgica che è stato il Grande
Giubileo dell'Anno 2000.
E' innanzi tutto l'idea di una
collettività religiosa intesa come popolo
di fede che è molto scaduta. Appena abbozzata durante il Concilio Vaticano
2° non ha poi avuto una reale attuazione
e anche i suoi sviluppi puramente culturali sono stati fortemente contrastati
negli ultimi trentacinque anni, in quella che ho definito era glaciale della nostra confessione religiosa. Parliamo di popolo e ci viene in mente un'immagine confusa di folla plaudente, quella che riempie gli
spazi fisici dei grandi eventi periodicamente
suscitati, al modo di sacre rappresentazioni, dalla nostra organizzazione
religiosa. Non riusciamo, in genere, a cogliere la complessità della struttura
sociale del popolo di fede, che è
costituito di tante componenti in qualche modo federate intorno ad un'ideologia di fede, quindi intorno a un
complesso strutturato di idee e consuetudini religiose. Anzi, questa complessità è in genere vista come fonte di problemi,
nella sua invocazione di pluralismo, quindi
di una vita di fede ispirata a quel livello minimo di libertà religiosa che si
ritiene oggi essenziale per una vita dignitosa
delle persone.
Come gruppo di Azione Cattolica, quindi parte di
un'esperienza associativa che ha fatto dello sviluppo delle idee conciliari il
centro della proprio attivismo sociale, abbiamo l'opportunità di sperimentare nuove forme di prassi sociali, vale a dire
nuovi modi di stare insieme da gente di fede. Si tratta di un obiettivo alla
nostra portata, perché il gruppo siamo
noi stessi, non siamo obbligati a conformarci a un qualche modello imposto
dall'alto, abbiamo piena libertà di fare collettivamente del gruppo ciò che
vogliamo. Si tratta però di una scelta di libertà che richiede un impegno. Non
si viene in un gruppo di Azione Cattolica per sentirsi spiegare ciò che si deve
pensare e ciò che si deve fare. Dobbiamo sforzarci di approfondire
personalmente e autonomamente le questioni. Di imparare, di ricordare. E poi di
confrontare esperienze vitali. Per capire che cosa è veramente questo popolo di
fede di cui tanto si parla, ma che è ancora, per certi versi, non appena si
voglia andare oltre la pura e semplice ideologia teologica, il linguaggio
astratto e disincarnato degli specialisti del pensiero religioso, un oggetto
misterioso.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma,
Monte Sacro, Valli