giovedì 19 giugno 2014

Agire come popolo di fede


Agire come popolo di fede
 

 Una delle ragioni per cui non si va in chiesa è perché non si sa più bene perché farlo. E allora si finisce per andarci solo quando si ha bisogno di servizi  religiosi, proprio come accade quando si hanno altre necessità, ad esempio quando si sta male e allora ci si rivolge al medico di base o ad un ospedale. Del resto è proprio la nostra organizzazione religiosa che propone e avvalora questa idea quando spiega pubblicamente la propria giustificazione sociale: essa, dice, serve  alla società, svolge un compito di pubblica utilità, una sorta di servizio pubblico. Questo è molto evidente, ad esempio, negli spot pubblicitari che in questi giorni vengo trasmessi in televisione per invitare la gente a indicare la Chiesa cattolica come beneficiaria dell'8 per mille fiscale. Essi, nella loro struttura, non differiscono molto dalla pubblicità delle imprese commerciali. Pongono in risalto innanzi tutto un prodotto e una  rete commerciale. E cercano di indurre nel pubblico l'idea di una certa economicità della scelta di destinare l'8 per mille  alla nostra organizzazione religiosa, nel senso di presentarla come inquadrata in un contratto a prestazioni corrispettive: con quella scelta  si pagano servizi sociali, c'è una  resa, non si tratta di pura e semplice elemosina. In quest'ottica vengono in risalto dunque l'organizzazione, l'impresa, la  rete di assistenza al cliente, tutte dominate dal clero, con una partecipazione accessoria di volontari laici. Si tratta di una visione bene in linea con quella più generale che identifica Chiesa con organizzazione gerarchica del clero, come quando si afferma "la Chiesa dice…" e si intende che "la gerarchia dice…". E' l'idea di una collettività religiosa intesa come una ditta, in cui c'è un'organizzazione e ci sono dei clienti che accedono a dei servizi, e noi fedeli laici saremmo sostanzialmente questi clienti. Si tratta di una concezione che non ci scandalizza; in essa non ci troviamo in fondo nulla di strano. Invece dovremmo. Perché? Perché in quella visione delle cose non c'è posto per noi, per noi popolo. E' per questo che poi, anche andando  in chiesa non ci ricordiamo più bene perché lo facciamo e, una volta dentro, non capiamo bene che fare. In realtà ci andiamo prevalentemente come spettatori e uditori, come quando andiamo al cinema. Al più ci andiamo per recitare una parte che ci è stata assegnata, che di solito non è molto importante: siamo poco più che comparse. Si fa quello che ci dicono di fare: in piedi, in ginocchio, seduti, cantare!, chinare il capo per la benedizione! e via dicendo. Forme più intense di partecipazione richiedono una assimilazione delle persone in strutture di tipo autoritario in cui l'organizzazione  finisce per pervadere, e invadere, le psicologie e le vite degli adepti per conformarli ad una sua qualche ideologia in quel momento caratterizzante: il risultato è una certa uniformità, per cui tutti quelli che si riesce a coinvolgere in questo lavoro finiscono per pensarla   e per dirla  allo stesso modo e così immaginano di essere come quelle prime beate e fraterne nostre collettività di fede di cui parlano le Scritture, caratterizzate da vita comune nella gioia e semplicità di cuore. Queste concezioni su come si debba essere popolo di fede sono fortemente divergenti da quelle sviluppate e promulgate con forza normativa all'inizio degli scorsi anni Sessanta nel corso del Concilio Vaticano 2° e hanno finito per impoverire la vita di fede della gente, che, appunto, non sa più perché andare  in chiesa e che farci una volta dentro. E, in realtà, il  modo di concepire la nostra collettività religiosa è molto regredito  da allora. Parliamo di Chiesa e ci viene in mente la struttura gerarchica, piramidale, che era la sua immagine proposta per circa un millennio, esattamente nel secondo millennio della nostra era. Si tratta quindi di una concezione fortemente reazionaria, che vuole portarci indietro, nel passato. Chi la propone teme i tempi nuovi, in cui vede prevalentemente male, dando ascolto a quelli che il santo Angelo Giuseppe Roncalli chiamava, mettendocene in guardia, profeti di sventura.  Ma in quel passato millenario a cui si vorrebbe tornare c'è tutto quel male tremendo di cui, sotto la guida del santo Karol Wojtyla, abbiamo iniziato a pentirci nel passaggio al terzo millennio della nostra era, in particolare durante quella solenne e  grandiosa azione liturgica che è stato il Grande Giubileo dell'Anno 2000.
 E' innanzi tutto l'idea di una collettività religiosa intesa come popolo di fede che è molto scaduta. Appena abbozzata durante il Concilio Vaticano 2° non ha poi avuto una reale attuazione e anche i suoi sviluppi puramente culturali sono stati fortemente contrastati negli ultimi trentacinque anni, in quella che ho definito era glaciale della nostra confessione religiosa. Parliamo di popolo  e ci viene in mente un'immagine confusa di folla plaudente, quella che riempie gli spazi fisici dei grandi eventi periodicamente suscitati, al modo di sacre rappresentazioni, dalla nostra organizzazione religiosa. Non riusciamo, in genere, a cogliere la complessità della struttura sociale del popolo di fede, che è costituito di tante componenti in qualche modo federate intorno ad un'ideologia di fede, quindi intorno a un complesso strutturato di idee e consuetudini religiose. Anzi, questa complessità  è in genere vista come fonte di problemi, nella sua invocazione di pluralismo, quindi di una vita di fede ispirata a quel livello minimo di libertà  religiosa che si ritiene oggi essenziale per una vita dignitosa delle persone.
  Come gruppo di Azione Cattolica, quindi parte di un'esperienza associativa che ha fatto dello sviluppo delle idee conciliari il centro della proprio attivismo  sociale, abbiamo l'opportunità di sperimentare  nuove forme di prassi sociali, vale a dire nuovi modi di stare insieme da gente di fede. Si tratta di un obiettivo alla nostra portata, perché il gruppo siamo noi stessi, non siamo obbligati a conformarci a un qualche modello imposto dall'alto, abbiamo piena libertà di fare collettivamente del gruppo ciò che vogliamo. Si tratta però di una scelta di libertà che richiede un impegno. Non si viene in un gruppo di Azione Cattolica per sentirsi spiegare ciò che si deve pensare e ciò che si deve fare. Dobbiamo sforzarci di approfondire personalmente e autonomamente le questioni. Di imparare, di ricordare. E poi di confrontare esperienze vitali. Per capire che cosa è veramente questo popolo di fede di cui tanto si parla, ma che è ancora, per certi versi, non appena si voglia andare oltre la pura e semplice ideologia teologica, il linguaggio astratto e disincarnato degli specialisti del pensiero religioso, un oggetto misterioso.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli