Discernimento
comunitario
Nell'ecclesialese
corrente, il gergo parlato negli ambienti chiesastici, si parla di discernimento comunitario intendendo che
al giorno d'oggi è possibile pensare a un modo di mettersi in linea con
l'ideologia che discende dalle nostre autorità religiose che non consista nel
puro e semplice obbedire a dei comandi. Su certe cose ci si può riflettere per
convincersi meglio e per dare un'adesione più convinta. E' un po' la prassi che
tanti anni fa veniva seguita nei gruppi di base comunisti per consolidare nella
popolazione gli orientamenti ideologici diffusi dagli organi dirigenti del
partito. La differenza rispetto al metodo democratico come è insegnato e praticato
ai tempi nostri è che non c'è una vera possibilità di scelta, perché alla fine
si deve convergere su quanto stabilisce l'autorità. Non essendovi una vera possibilità
di scelta non c'è neppure una reale possibilità di conflitto, il che fa apparire
una collettività come pacificata,
mentre in realtà essa esclude i
dissenzienti e pertanto previene il confitto allontanando chi la pensa
diversamente dalla linea ufficiale. In questi mesi ci è venuto però un appello
a un'azione di segno contrario, ad includere:
l'inclusione però richiede di
cominciare ad adottare prassi contrarie a quelle abitualmente adottate nella
nostra confessione religiosa per un tempo lunghissimo e quindi divenute parte
della tradizione se non addirittura
della Tradizione, con la
"T" maiuscola, intesa come l'insieme dei principi che riteniamo
fondamentali, irrinunciabili, immodificabili per la nostra fede.
Questo lavoro si
cominciò a farlo, nella nostra confessione religiosa, a partire dagli anni
Sessanta, sulla base di un importante principio enunciato normativamente dai
nostri capi religiosi di allora, quello dell'autonomia delle realtà terrene. Che significa? Fino ad allora le nostre autorità religiose
avevano avuto la pretesa di poter dare direttive su ogni aspetto della vita
degli esseri umani, degli individui come delle loro società, utilizzando le
risorse della loro teologia, quella disciplina che con un metodo analogo a
quello filosofico è stata utilizzata più o meno dal terzo secolo della nostra
era per strutturare l'ideologia a sfondo religioso imposta alle masse dei
fedeli. Ciò è molto evidente, ad esempio, nel documento normativo che viene
considerato l'inizio di quel vasto corpo di istruzioni che viene denominato dottrina sociale, vale a dire
nell'enciclica Rerum novarum (=sulle novità) del papa Leone 13° (1891). In
essa l'autorità religiosa, sulla base di ragionamenti prettamente teologici,
spiegò il modo migliore per organizzare le società civili e pretese di essere
obbedita religiosamente in quanto quei ragionamenti prendevano le mosse da
comandi soprannaturali. La forza dei ragionamenti teologici sta infatti proprio
in questo, nel pretendere di essere fondati su quei comandi. Accettare invece
l'autonomia delle realtà terrene significa affrontare le questioni in tutt'altra
maniera. Significa ritenere che la teologia da sola non basti a dirci che fare,
il che è come dire che, lo dico utilizzando l'immagine utilizzata nell'omelia
di Pentecoste da un vescovo del Lazio, i nostri scritti sacri, dai quali la
teologia parte per i propri ragionamenti, non sono il Libro delle Giovani Marmotte del fumetto di Paperino, in cui
c'erano le istruzioni su tutto ciò che si doveva fare di fronte a ogni
situazione della vita. Sono necessarie
competenze non teologiche, in questo senso laiche,
le quali in quanto tali non sono dominate dalle nostre autorità religiose, ma
sono proprie di altri settori della società. Questo significa anche che le
soluzioni, non potendo essere escogitate per via di deduzione teologica, in un processo in cui l'interferenza
dell'autorità religiosa è sempre stata fortissima, devono scaturire dal
confronto e dal dialogo tra le componenti sociali che quelle competenze laiche hanno espresso. E non è detto che
questo processo porti a una sola
soluzione condivisa su ogni tema,
anzi il più delle volte ne usciranno diverse, a nessuna delle quali può
assegnarsi pregiudizialmente una forza superiore a quella delle altre. Quindi
poi le società potranno seguire vie diverse, anche se tutte ispirate religiosamente: questo è il pluralismo che è ancora tanto temuto
dalle nostre autorità religiose, ma che costituisce la base ideologica delle
democrazie contemporanee e che ha consentito di realizzare società veramente pacificate e pacifiche in una straordinaria
evoluzione culturale che non ha precedenti nella storia dell'umanità.
In quest'ottica il
fattore di pacificazione non risiede
nel conformarsi alle decisioni di un'autorità superiore, ma nella volontà
pervicace di mantenere aperti i canali di reale dialogo con le altre componenti
sociali, di mantenere l'agàpe
religiosa nonostante le diversità ideologiche. Ciò riguarda ogni scelta
rilevante, individuale e sociale, e, nella visione proposta dal Concilio
Vaticano 2°, mai veramente attuata nelle nostre collettività di fede, il
dialogo che si fa nelle chiese non
deve essere limitato alle questioni religiose, ma deve comprendere ogni
questione rilevante per la vita degli esseri umani, comprese, ad esempio,
quelle che riguardano le scelte politiche nelle società civili. Questo perché la
partecipazione alle gioie, alle speranze e alle sofferenze dell'intera umanità
fa parte dello spirito religioso ed è già azione
religiosa, anche se non
esplicitamente tale, ma non solo: quella partecipazione è essenziale per gli spiriti religiosi, il che è come dire che la religiosità,
nella concezione della nostra fede, non si esprime solo negli spazi liturgici. Il
recente appello che ci è venuto
dall'alto, ad essere Chiesa in uscita,
manifesta chiaramente che in genere non si è ragionato in questo modo, nelle
nostre collettività religiose. Il che è come dire che ci si è molto allontanati
dall'ordine di idee promosso nel corso del Concilio Vaticano 2°.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli