mercoledì 18 giugno 2014

Discernimento comunitario


Discernimento comunitario

 
 

 Nell'ecclesialese corrente, il gergo parlato negli ambienti chiesastici, si parla di discernimento comunitario intendendo che al giorno d'oggi è possibile pensare a un modo di mettersi in linea con l'ideologia che discende dalle nostre autorità religiose che non consista nel puro e semplice obbedire a dei comandi.  Su certe cose ci si può riflettere per convincersi meglio e per dare un'adesione più convinta. E' un po' la prassi che tanti anni fa veniva seguita nei gruppi di base comunisti per consolidare nella popolazione gli orientamenti ideologici diffusi dagli organi dirigenti del partito. La differenza rispetto al metodo democratico come è insegnato e praticato ai tempi nostri è che non c'è una vera possibilità di scelta, perché alla fine si deve convergere su quanto stabilisce l'autorità. Non essendovi una vera possibilità di scelta non c'è neppure una reale possibilità di conflitto, il che fa apparire una collettività come pacificata, mentre in realtà essa esclude i dissenzienti e pertanto previene il confitto allontanando chi la pensa diversamente dalla linea ufficiale. In questi mesi ci è venuto però un appello a un'azione di segno contrario, ad includere: l'inclusione però richiede di cominciare ad adottare prassi contrarie a quelle abitualmente adottate nella nostra confessione religiosa per un tempo lunghissimo e quindi divenute parte della tradizione se non addirittura della Tradizione, con la "T" maiuscola, intesa come l'insieme dei principi che riteniamo fondamentali, irrinunciabili, immodificabili per la nostra fede.
  Questo lavoro si cominciò a farlo, nella nostra confessione religiosa, a partire dagli anni Sessanta, sulla base di un importante principio enunciato normativamente dai nostri capi religiosi di allora, quello dell'autonomia delle realtà terrene. Che significa?  Fino ad allora le nostre autorità religiose avevano avuto la pretesa di poter dare direttive su ogni aspetto della vita degli esseri umani, degli individui come delle loro società, utilizzando le risorse della loro teologia, quella disciplina che con un metodo analogo a quello filosofico è stata utilizzata più o meno dal terzo secolo della nostra era per strutturare l'ideologia a sfondo religioso imposta alle masse dei fedeli. Ciò è molto evidente, ad esempio, nel documento normativo che viene considerato l'inizio di quel vasto corpo di istruzioni che viene denominato dottrina sociale, vale a dire nell'enciclica Rerum novarum (=sulle novità) del papa Leone 13° (1891). In essa l'autorità religiosa, sulla base di ragionamenti prettamente teologici, spiegò il modo migliore per organizzare le società civili e pretese di essere obbedita religiosamente in quanto quei ragionamenti prendevano le mosse da comandi soprannaturali. La forza dei ragionamenti teologici sta infatti proprio in questo, nel pretendere di essere fondati su quei comandi. Accettare invece l'autonomia delle realtà terrene significa affrontare le questioni in tutt'altra maniera. Significa ritenere che la teologia da sola non basti a dirci che fare, il che è come dire che, lo dico utilizzando l'immagine utilizzata nell'omelia di Pentecoste da un vescovo del Lazio, i nostri scritti sacri, dai quali la teologia parte per i propri ragionamenti, non sono il Libro delle Giovani Marmotte del fumetto di Paperino, in cui c'erano le istruzioni su tutto ciò che si doveva fare di fronte a ogni situazione della vita.  Sono necessarie competenze non teologiche, in questo senso laiche, le quali in quanto tali non sono dominate dalle nostre autorità religiose, ma sono proprie di altri settori della società. Questo significa anche che le soluzioni, non potendo essere escogitate per via di deduzione teologica, in un processo in cui l'interferenza dell'autorità religiosa è sempre stata fortissima, devono scaturire dal confronto e dal dialogo tra le componenti sociali che quelle competenze laiche hanno espresso. E non è detto che questo processo porti a una sola soluzione condivisa  su ogni tema, anzi il più delle volte ne usciranno diverse, a nessuna delle quali può assegnarsi pregiudizialmente una forza superiore a quella delle altre. Quindi poi le società potranno seguire vie diverse, anche se tutte ispirate religiosamente: questo è il pluralismo che è ancora tanto temuto dalle nostre autorità religiose, ma che costituisce la base ideologica delle democrazie contemporanee e che ha consentito di realizzare società veramente pacificate e pacifiche in una straordinaria evoluzione culturale che non ha precedenti nella storia dell'umanità.
  In quest'ottica il fattore di pacificazione non risiede nel conformarsi alle decisioni di un'autorità superiore, ma nella volontà pervicace di mantenere aperti i canali di reale dialogo con le altre componenti sociali, di mantenere l'agàpe religiosa nonostante le diversità ideologiche. Ciò riguarda ogni scelta rilevante, individuale e sociale, e, nella visione proposta dal Concilio Vaticano 2°, mai veramente attuata nelle nostre collettività di fede, il dialogo che si fa nelle chiese non deve essere limitato alle questioni religiose, ma deve comprendere ogni questione rilevante per la vita degli esseri umani, comprese, ad esempio, quelle che riguardano le scelte politiche nelle società civili. Questo perché la partecipazione alle gioie, alle speranze e alle sofferenze dell'intera umanità fa parte dello spirito religioso ed è già azione  religiosa, anche se non esplicitamente tale, ma non solo: quella partecipazione è essenziale per gli spiriti religiosi, il che è come dire che la religiosità, nella concezione della nostra fede, non si esprime solo negli spazi liturgici. Il recente appello che ci  è venuto dall'alto, ad essere Chiesa in uscita, manifesta chiaramente che in genere non si è ragionato in questo modo, nelle nostre collettività religiose. Il che è come dire che ci si è molto allontanati dall'ordine di idee promosso nel corso del Concilio Vaticano 2°.
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli