martedì 17 giugno 2014

Una vita intera nell’era glaciale


Una  vita intera nell’era glaciale

 

   Ero ventenne all’inizio di quella che ho definito era glaciale, quella che ora sembra stia finendo drammaticamente. La parte più importante e feconda della mia vita da adulto è trascorsa tutta all’interno di essa. Quelli della mia generazione sono stati gli ultimi ad aver vissuto consapevolmente ciò che c’era prima nella nostra confessione religiosa. I più giovani non possono averne memoria viva. Per loro quello che c’era prima ha la stessa realtà delle guerre puniche. Le file dei più anziani di me si stanno assottigliando. Con loro condividiamo, noi della mia generazione, una grave responsabilità: quella di non aver saputo opporci con efficacia al grande gelo che lentamente è sceso sulla nostra collettività religiosa dopo la primavera seguita al Concilio Vaticano 2°. E di non aver saputo trasmettere una tradizione viva di ciò che da esso era scaturito. Siamo stati superficiali, abbiamo studiato troppo poco, abbiamo parlato e scritto troppo poco, abbiamo lasciato correre. Abbiamo lasciato che menti ed esperienze vitali di quella stagione piena di speranze fossero colpite ed emarginate. Lo abbiamo fatto forse anche pensando di esercitare l’obbedienza e la docilità come virtù. Ma, ci aveva avvertito Lorenzo Milani, non lo sono più.  E ora che proviamo a riprendere quel lavoro di rinnovamento fermato dalla grande glaciazione, scopriamo che mancano le basi, manca un popolo, mancano la coscienza e la volontà di essere popolo.
E’ in fondo per questo che troviamo tante difficoltà a radunare gente intorno al nostro gruppo parrocchiale di Azione Cattolica.
  Del resto non è difficile trovare giustificazioni all’inerzia nostra, dico di quelli della mia generazione. Il compito che ci era stato proposto appariva veramente sovrumano. Dovevamo muoverci contro una tradizione addirittura millenaria! Eppure essa era in fin dei conti prodotto di esseri umani come noi, anche se ideologicamente siamo stati istruiti a considerarla discesa dall’alto, come se la sua creazione e il suo mantenimento rispondesse a un comando soprannaturale. Ciò che è stato progettato da menti umane e fatto da mani umane può essere cambiato da menti umane e da mani umane. Occorre però agire, muoversi e anche combattere, mentre ancora oggi ci viene proposto l’obiettivo del quietismo, inteso come stare quieti, cercando al più di migliorare le tecniche di marketing religioso.
 Scrive Luigi Alici nell’articolo Il coraggio della profezia, pubblicato sul numero 6/2013 di Coscienza, la rivista del M.E.I.C.:
Le forme di questo «analfabetismo religioso» possono essere le più diverse: la denuncia angosciata dei «profeti di sventura» (dai quali Giovanni 23° ci ha messo in guardia) e l’apatico aggrapparsi  a una routine abitudinaria sono, in un certo senso, due facce della medesima reazione di fastidio nei confronti della sinodalità come forma ecclesiale qualificante, condizione di possibilità del discernimento comunitario. Allora possiamo diventare ‘laudatores temporis acti’ [=estimatori delle cose passate], sognando una cristianità compatta e splendente, forse mai esistita, oppure continuare a oliare e potenziare la macchina organizzativa (trasformando inavvertitamente la complessità culturale esterna in complessità pastorale interna), in nome di un rassicurante ‘anything goes’ [=tutto funziona]. La prima via è efficacemente descritta da Rosmini [Antonio Rosmini, prete e filosofo, 1797/1855] in una lettera al canonico Gatti:«Molti erompono in lamentazioni e guai sull’empietà dominante, sulla traboccante scostumatezza, ma non si curano poi d’investigarne le cause, di proporne i rimedi, e se voi ne fate il tentativo, quegli uomini zelanti, quei novelli Geremia, vi fanno il viso arcigno, e poco manca che non vi applichino a dirittura il titolo d’eretico, di novatore, o almeno di temerario”. Ma potremmo indicare con le sue parole anche la seconda via: “Tutto va bene, a giudicare de’ prudenti di questo secolo”[Antonio Rosmini, Le cinque piaghe della Chiesa].
In un certo senso, ieri le forme di resistenza più esplicite al concilio scaturivano soprattutto dal catastrofismo; oggi, invece, sono riconducibili soprattutto agli alfieri di una routine rassicurante, che non vogliono sentir parlare di rigenerazione  pastorale e culturale: per loro il cristianesimo continua a occupare la scena pubblica ed è sufficiente continuare a fare un po’ meglio quello che abbiamo fatto sempre. Tra cristianità e cristianesimo non ci sarebbe alcuna differenza; la Chiesa sarebbe depositaria di un corpus dottrinario, liturgico e morale la cui compattezza dogmatica non può essere minimamente interpretata né disarticolata.
 Tra catastrofismo e quietismo passa una via stretta che dobbiamo imboccare risolutamente, per non lasciare a papa Francesco il compito di coprire con il suo dinamismo le nostre inerzie.
 Occorre dunque fissare lo sguardo dentro la crisi con un atteggiamento profetico, per trovare e annunciare una parola di speranza, La speranza è autentica quando non svicola dinanzi alle difficoltà, alle resistenze, alla disperazione, all’indifferenza. La speranza è autentica quando ci aiuta a non scappare, spingendoci a guardare oltre il negativo e a rivivere continuamente, nella storia, l’esodo come passaggio dalla morte alla resurrezione.”
 Da dove ricominciare, dunque?
 Direi che si potrebbe farlo a cominciare dal problema del popolo, quindi da noi fedeli laici, che di quel popolo costituiamo la massima di parte, la massa.
 Dove siamo, noi popolo, nella Chiesa di oggi? Quale posto occupiamo? Quali posizioni assumiamo?
 Tanti anni fa, in FUCI, il nostro assistente ci raccontò la barzelletta che correva tra i preti sulle posizioni  dei fedeli nella chiesa: secondo i clericali erano tre,  seduti, in piedi, in ginocchio.
 A me pare che noi fedeli laici nella Chiesa di oggi semplicemente non ci siamo. Nel senso che per la struttura clericale che la governa non siamo essenziali: può fare benissimo a meno di noi. Ed in effetti il più delle volte fa a meno di noi. Di solito noi, quando non appariamo semplicemente come indistinta massa plaudente, folla di comparse dei grandi eventi organizzati dalla ditta (perché è questo l'unico modo lecito di essere massa nella nostra confessione religiosa secondo la gran parte dei nostri capi e così a loro piace contemplarci),  costituiamo più che altro un problema, appunto il problema del popolo. E quando i nostri capi e i teologi parlano di popolo di Dio non si riferiscono in realtà proprio a noi, ma a uno loro qualche idea di popolo espressa con il sofisticato gergo tecnico della teologia (formale, preciso, ricco di sottili distinzioni, ma inarrivabile per la gente comune come quello della grande filosofia), una immagine  alla quale noi assomigliamo, riprendo il paragone di Fulvio De Giorgi, come  il brutto anatroccolo  assomiglia al cigno. E infatti, in genere, sono scontenti di noi.
 La cosa è ben rappresentata in quella specie di simulacro di stato che è la Città del Vaticano. Uno stato senza popolo. O meglio, con un popolo che è fatto esclusivamente di funzionari e ausiliari dell'organizzazione clericale che vi è insediata. Esso ha una costituzione, delle leggi, una pubblica amministrazione, una magistratura, un esercito, una polizia, una banca centrale, le poste, la zecca, manda in giro e riceve ambasciatori, ma non ha un vero popolo, è totalmente autoreferenziale. L’organizzazione della nostra collettività religiosa è modellata in fondo  su quella della Città del Vaticano, con cui condivide il suo sovrano supremo e assoluto, secondo una ideologia che è stata pensata e attuata a partire dall’Undicesimo secolo dell’era cristiana. Che sia obsoleta l’hanno capito tutti. Durante il Concilio Vaticano 2° se ne progettò il superamento. La paura del nuovo ha però indotto a congelare quel moto di rinnovamento.  Superare una organizzazione millenaria che l'anno  scorso ha mostrato in modo eclatante la sua insufficienza, e proprio nella sua reggia romana, richiederà uno sforzo collettivo di grande portata. Come laici di fede riuniti in un gruppo parrocchiale di Azione Cattolica possiamo dare sicuramente un contributo attuando nuove forme di aggregazione, nuovi stili, nuove attività nei campi che ci sono propri, nuovi modi di stare insieme. E anche cercando di fare memoria  di ciò che c’è stato prima del grande gelo, per collegarci idealmente con quel moto di rinnovamento che caratterizzò gli anni Sessanta e Settanta. Un lavoro appassionante, in cui la mia generazione potrà forse trovare un mezzo di riscatto delle sue lunghe insufficienze.
 Come è avvenuto negli ultimi due secoli, all'attuazione di un nuovo modo di essere popolo di fede probabilmente seguiranno anche nuove leggi  promulgate dai nostri capi religiosi.
 
Mario Ardigò – Azione Cattolica in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.