Una vita intera nell’era glaciale
Ero ventenne all’inizio di quella che ho definito era glaciale, quella che ora sembra stia finendo drammaticamente.
La parte più importante e feconda della mia vita da adulto è trascorsa tutta
all’interno di essa. Quelli della mia generazione sono stati gli ultimi ad aver
vissuto consapevolmente ciò che c’era prima nella nostra confessione religiosa.
I più giovani non possono averne memoria viva. Per loro quello che c’era prima ha
la stessa realtà delle guerre puniche. Le file dei più anziani di me si stanno
assottigliando. Con loro condividiamo, noi della mia generazione, una grave
responsabilità: quella di non aver saputo opporci con efficacia al grande gelo
che lentamente è sceso sulla nostra collettività religiosa dopo la primavera
seguita al Concilio Vaticano 2°. E di non aver saputo trasmettere una
tradizione viva di ciò che da esso era scaturito. Siamo stati superficiali,
abbiamo studiato troppo poco, abbiamo parlato e scritto troppo poco, abbiamo
lasciato correre. Abbiamo lasciato che menti ed esperienze vitali di quella
stagione piena di speranze fossero colpite ed emarginate. Lo abbiamo fatto
forse anche pensando di esercitare l’obbedienza e la docilità come virtù. Ma,
ci aveva avvertito Lorenzo Milani, non lo sono più. E ora che proviamo a riprendere quel lavoro di
rinnovamento fermato dalla grande glaciazione, scopriamo che mancano le basi,
manca un popolo, mancano la coscienza e la volontà di essere popolo.
E’ in fondo per questo che
troviamo tante difficoltà a radunare gente intorno al nostro gruppo
parrocchiale di Azione Cattolica.
Del resto non è difficile trovare giustificazioni all’inerzia nostra,
dico di quelli della mia generazione. Il compito che ci era stato proposto
appariva veramente sovrumano. Dovevamo muoverci contro una tradizione
addirittura millenaria! Eppure essa era in fin dei conti prodotto di esseri
umani come noi, anche se ideologicamente siamo stati istruiti a considerarla
discesa dall’alto, come se la sua creazione e il suo mantenimento rispondesse a
un comando soprannaturale. Ciò che è stato progettato da menti umane e fatto da
mani umane può essere cambiato da menti umane e da mani umane. Occorre però agire, muoversi e anche combattere,
mentre ancora oggi ci viene proposto l’obiettivo del quietismo, inteso come stare
quieti, cercando al più di migliorare le tecniche di marketing religioso.
Scrive Luigi Alici nell’articolo Il coraggio della profezia, pubblicato
sul numero 6/2013 di Coscienza, la
rivista del M.E.I.C.:
“Le forme di questo «analfabetismo religioso» possono essere le
più diverse: la denuncia angosciata dei «profeti di sventura» (dai quali
Giovanni 23° ci ha messo in guardia) e l’apatico aggrapparsi a una
routine abitudinaria sono, in un certo senso, due facce della medesima reazione
di fastidio nei confronti della sinodalità come forma ecclesiale qualificante,
condizione di possibilità del discernimento comunitario. Allora possiamo
diventare ‘laudatores temporis acti’ [=estimatori delle cose passate], sognando una cristianità compatta e
splendente, forse mai esistita, oppure continuare a oliare e potenziare la
macchina organizzativa (trasformando inavvertitamente la complessità culturale
esterna in complessità pastorale interna), in nome di un rassicurante ‘anything
goes’ [=tutto funziona]. La prima via
è efficacemente descritta da Rosmini [Antonio Rosmini, prete e filosofo,
1797/1855] in una lettera al canonico
Gatti:«Molti erompono in lamentazioni e guai sull’empietà dominante,
sulla traboccante scostumatezza, ma non si curano poi d’investigarne le cause,
di proporne i rimedi, e se voi ne fate il tentativo, quegli uomini zelanti,
quei novelli Geremia, vi fanno il viso arcigno, e poco manca che non vi
applichino a dirittura il titolo d’eretico, di novatore, o almeno di temerario”.
Ma potremmo indicare con le sue parole anche la seconda via: “Tutto va bene, a
giudicare de’ prudenti di questo secolo”[Antonio Rosmini, Le cinque piaghe della Chiesa].
In un certo senso, ieri le forme di resistenza più esplicite al
concilio scaturivano soprattutto dal catastrofismo; oggi, invece, sono
riconducibili soprattutto agli alfieri di una routine rassicurante, che non
vogliono sentir parlare di rigenerazione
pastorale e culturale: per loro il cristianesimo continua a occupare la
scena pubblica ed è sufficiente continuare a fare un po’ meglio quello che
abbiamo fatto sempre. Tra cristianità e cristianesimo non ci sarebbe alcuna
differenza; la Chiesa
sarebbe depositaria di un corpus dottrinario, liturgico e morale la cui
compattezza dogmatica non può essere minimamente interpretata né disarticolata.
Tra catastrofismo e quietismo
passa una via stretta che dobbiamo imboccare risolutamente, per non lasciare a
papa Francesco il compito di coprire con il suo dinamismo le nostre inerzie.
Occorre dunque fissare lo
sguardo dentro la crisi con un atteggiamento profetico, per trovare e
annunciare una parola di speranza, La speranza è autentica quando non svicola
dinanzi alle difficoltà, alle resistenze, alla disperazione, all’indifferenza.
La speranza è autentica quando ci aiuta a non scappare, spingendoci a guardare
oltre il negativo e a rivivere continuamente, nella storia, l’esodo come
passaggio dalla morte alla resurrezione.”
Da dove ricominciare,
dunque?
Direi che si potrebbe farlo a cominciare dal
problema del popolo, quindi da noi
fedeli laici, che di quel popolo costituiamo la massima di parte, la massa.
Dove siamo, noi popolo, nella Chiesa di oggi?
Quale posto occupiamo? Quali posizioni assumiamo?
Tanti anni fa, in FUCI, il nostro assistente
ci raccontò la barzelletta che correva tra i preti sulle posizioni dei fedeli nella
chiesa: secondo i clericali erano tre, seduti, in piedi, in ginocchio.
A me pare che noi fedeli laici nella Chiesa di oggi semplicemente non ci siamo. Nel senso che per la
struttura clericale che la governa non siamo essenziali: può fare benissimo a
meno di noi. Ed in effetti il più delle volte fa a meno di noi. Di solito noi,
quando non appariamo semplicemente come indistinta massa plaudente, folla di
comparse dei grandi eventi
organizzati dalla ditta (perché è questo l'unico modo lecito di essere massa nella nostra confessione religiosa secondo la gran parte dei nostri capi e così a loro piace contemplarci), costituiamo più che altro un problema, appunto il problema del popolo. E quando i nostri
capi e i teologi parlano di popolo di Dio
non si riferiscono in realtà proprio a noi, ma a uno loro qualche idea di popolo espressa con il
sofisticato gergo tecnico della
teologia (formale, preciso, ricco di sottili distinzioni, ma inarrivabile per
la gente comune come quello della grande filosofia), una immagine alla quale noi assomigliamo, riprendo il
paragone di Fulvio De Giorgi, come il brutto anatroccolo assomiglia al cigno. E infatti, in genere,
sono scontenti di noi.
La cosa è ben rappresentata in quella specie
di simulacro di stato che è la
Città del Vaticano. Uno stato senza popolo. O meglio, con un
popolo che è fatto esclusivamente di funzionari e ausiliari dell'organizzazione
clericale che vi è insediata. Esso ha una costituzione, delle leggi, una
pubblica amministrazione, una magistratura, un esercito, una polizia, una banca
centrale, le poste, la zecca, manda in giro e riceve ambasciatori, ma non ha un
vero popolo, è totalmente autoreferenziale. L’organizzazione della nostra
collettività religiosa è modellata in fondo
su quella della Città del Vaticano, con cui condivide il suo sovrano
supremo e assoluto, secondo una ideologia che è stata pensata e attuata a partire
dall’Undicesimo secolo dell’era cristiana. Che sia obsoleta l’hanno capito
tutti. Durante il Concilio Vaticano 2° se ne progettò il superamento. La
paura del nuovo ha però indotto a congelare
quel moto di rinnovamento. Superare una
organizzazione millenaria che l'anno scorso ha mostrato in modo eclatante la sua
insufficienza, e proprio nella sua reggia romana, richiederà uno sforzo
collettivo di grande portata. Come laici di fede riuniti in un gruppo
parrocchiale di Azione Cattolica possiamo dare sicuramente un contributo attuando nuove forme di aggregazione,
nuovi stili, nuove attività nei campi che ci sono propri, nuovi modi di stare
insieme. E anche cercando di fare memoria
di ciò che c’è stato prima del
grande gelo, per collegarci idealmente con quel moto di rinnovamento che caratterizzò gli anni Sessanta e Settanta. Un
lavoro appassionante, in cui la mia generazione potrà forse trovare un mezzo di
riscatto delle sue lunghe insufficienze.
Come è avvenuto negli ultimi due secoli,
all'attuazione di un nuovo modo di essere popolo di fede probabilmente
seguiranno anche nuove leggi promulgate dai nostri capi religiosi.
Mario Ardigò – Azione Cattolica
in San Clemente Papa – Roma, Monte Sacro, Valli.