Abbiamo costruito un
mondo nuovo
I nostri capi religiosi
sono soliti autocelebrarsi, in particolare coloro che si sono trovati al
vertice supremo della nostra confessione religiosa. Lo si è visto chiaramente
nel recente evento spettacolare svoltosi a Roma, nel corso del quale si è fatto
posto sugli altari a due recenti nostri sovrani assoluti. Ed effettivamente per
gran parte del secondo millennio della nostra era il loro ruolo è stato molto
importante, per cui, ad esempio, la storia della nostra collettività religiosa
può essere scandita, come ai tempi dell'impero romano, dai regni dei nostri
monarchi romani. La situazione è molto cambiata, in Europa, il centro culturale
della nostra confessione di fede, a partire dall'Ottocento, il secolo in cui le
masse hanno iniziato ad essere protagoniste. Da allora il ruolo, nelle società
civili in cui erano immersi, dei nostri monarchi romani, formalmente capi
assoluti con una potestà vastissima giuridicamente riconosciuta da leggi da
loro stessi ideate e promulgate, è divenuto via via sempre più modesto, è ciò è continuato anche nei periodi in cui
quei sovrani hanno riscosso un certo successo personale, in particolare, in
Italia, dalla metà degli scorsi anni '70. Questo fenomeno ha riguardato
sostanzialmente tutta la gerarchia che a loro metteva capo, con qualche
eccezione. Dall'Ottocento i nostri capi religiosi hanno agito prevalentemente di
rimessa, recependo con grande difficoltà e molti ritardi le novità che venivano imponendosi nelle
società intorno a loro, in genere cercando di contenerle e di rallentarne lo sviluppo e preferendo i moti
reazionari e antidemocratici. La guerra che hanno combattuto in nome della
nostra fede comune non è stata diretta però solo contro i nemici della fede, ma
anzitutto e molto duramente contro i gruppi che essi consideravano nemici interni, vale a dire contro
coloro che avevano iniziato a sperimentare
nuove idee su come vivere collettivamente la nostra fede e così facendo impregnare le società in cui
vivendo dei nostri ideali religiosi. Questi moti così avversati hanno prodotto,
dopo la fine della seconda guerra mondiale (1939-1945), addirittura un nuovo
ordine mondiale e, in particolare, la nostra nuova Europa pacificata,
quest'ultima fondata sul principio istituzionale, elaborato nella nostra
cultura religiosa, della sussidiarietà,
che significa lasciar vivere il pluralismo delle organizzazioni sociali, quando
esso si dimostri in grado di soddisfare le necessità delle popolazioni e di
garantire un ordine pacifico mediante un coordinamento basati su patti con
gli altri gruppi sociali. Esso preserva
la società dall'invadenza autoritaria di chi comanda ai livelli gerarchici più
alti. Si tratta, è evidente, di un principio predicato dai nostri capi
religiosi ma da essi assolutamente non applicato
al loro potere.
L'idea che potesse
esistere qualcosa come una democrazia
cristiana, proposta da vivaci correnti culturali a cavallo tra Ottocento e
Novecento, fu espressamente sconfessata all'inizio del Novecento. L'esempio degli Stati
Uniti d'America, la prima grande democrazia moderna, basata esplicitamente su
ideali religiosi della nostra fede e in particolare sulla concezione che gli
esseri umani siano creati uguali in
dignità, fu addotto a sospetto e indicato come pericoloso americanismo, da non imitare, pur avendo
coinvolto anche masse di gente della nostra confessione religiosa. La vita
delle correnti di pensiero e d'azione espresse da coloro che ritenevano gli
ideali democratici non solo compatibili con quelli religiosi, ma addirittura
una grande opportunità per questi ultimi, fu molto travagliata e sempre, per
così dire, sul filo del rasoio. Ciò è molto evidente nelle biografie non
puramente agiografiche del beato Giuseppe Toniolo, il quale per non essere
apertamente sconfessato come accaduto ad altri
esponenti del laicato di fede del suo tempo, dovette subire soffrendo i ricorrenti accessi reazionari dei monarchi
religiosi della sua epoca.
Fu solo a seguito del
discredito che colpì la nostra gerarchia religiosa alle metà degli anni '40 del
secolo scorso, per le sue complicità disonorevoli e per i suoi silenzi
umilianti nei confronti dei regimi nazi-fascisti europei, che quello che fu
chiamato cattolicesimo democratico
ebbe modo di svilupparsi e di far sentire la sua voce. Gli anni '50 del
Novecento videro l'affermazione di nuove concezioni a sfondo religioso non più
solo nel campo delle società civili e della politica, ma anche in quello
dell'organizzazione delle nostre collettività di fede, portando a quelle che
Battista Mondin, nel libro del 1980 da me citato in interventi precedenti,
definì nuove ecclesiologie. Questi
sviluppi condussero, all'inizio dei successivi anni '60 a quell'importantissimo
evento che fu il Concilio Vaticano 2°,
nel corso del quale si iniziò a prendere
atto che poteva esistere un altro modo di vivere collettivamente la fede
rispetto a quello attuato nel millennio
precedente, a partire da un'ideologia elaborata dall'11° secolo. Quel consesso
non produsse quindi delle novità, ma ne prese atto e rimosse
le sconfessioni del passato anche molto recente. La sua
importanza fu nel modificare profondamente il quadro normativo della nostra confessione religiosa: Il Concilio
Vaticano 2° produsse infatti documenti, denominati costituzioni, decreti e dichiarazioni con forza di legge per noi gente di fede: di
legge sia in senso giuridico che in senso morale. Quelle leggi sono formalmente
ancora in vigore, pur se largamente disapplicate, in particolare per ciò che
riguarda l'organizzazione gerarchica della nostra confessione religiosa e il
ruolo che in essa spetterebbe ai laici di fede.
Ha detto lo scorso
anno il nostro nuovo vescovo e padre universale:
"Dopo
cinquant'anni, abbiamo fatto tutto quello che ci ha detto lo Spirito Santo nel Concilio? No…Non vogliamo cambiare. Di
più: ci sono voci che vogliono andare indietro. Questo si chiama essere
testardi, questo si chiama voler addomesticare lo Spirito Santo, questo si
chiama diventare stolti e lenti di cuore".
Prendiamo atto di
queste parole, citate dal filosofo morale Luigi Alici nel suo
bell'articolo "Il coraggio della profezia", pubblicato nel numero 6/2013
di Coscienza, la rivista del M.E.I.C., centrato sull'idea che, in
tempi di crisi, occorra una ripresa dello spirito profetico. Ma esse suonano
come una critica esplicita al corso impresso alla storia della nostra
collettività religiosa dai suoi predecessori, ai quali principalmente, per il
loro grande potere, deve ascriversi il mancato sviluppo delle idee del
Concilio. Essi però, si badi bene, non hanno agito per puro spirito
reazionario, ma nel timore che il popolo di fede andasse disperso a causa
dell'ebollizione delle novità che si andavano sperimentando dopo il
Concilio. Ed in effetti, chi ha vissuto i turbolenti anni '70, sicuramente
ricorda che problemi vi furono. A quell'epoca noi laici non sapemmo
tenere sufficientemente conto dell'esigenza di mantenere, nelle sperimentazioni che si venivano
facendo, un'unità amorevole di fondo tra noi, quella che nel gergo teologico
viene definita comunione. Del resto, a scusa di chi visse
attivamente quegli anni, bisogna dire che a questo lavoro, di mantenere comunione, eravamo stati poco abituati,
in genere venendo spinti a costruire l'unità mediante la sottomissione ad un
unico sovrano religioso, più che nell'accettazione di un determinato contesto
etico finalizzato a un pluralismo pacificato.
Come alla fine della
seconda guerra mondiale, i problemi, anche di carattere etico, che stanno
travagliando il nostro vertice romano, arroccato nella fortezza vaticana dove
il nostro nuovo vescovo si muove al modo di un ospite precario, avendo deciso
di non vivere nella reggia che gli apparterrebbe ma in una stanza d'albergo, un
po' insomma sul piede di partenza, con lo spirito religioso del pellegrino, stanno
aprendo nuove prospettive per il popolo di fede, innanzi tutto per il laicato
italiano, questo brutto anatroccolo,
come l'ha definito Fulvio De Giorgi nel suo libro omonimo. Ma, come ho
osservato, riprendere un discorso addirittura da trentacinque anni fa non è
facile. A parte i più anziani e una ristretta cerchia di
appassionati, chi, tra la gente di fede, sa veramente quali siano stati gli
ideali religiosi che il Concilio Vaticano 2° ci chiese di promuovere? Chi ha
veramente memoria della missione che ci fu allora assegnata?
In questi anni
difficili, che ho chiamato come quelli dell'era
glaciale, del grande inverno,
l'Azione Cattolica, con i percorsi di autoformazione e con la sua casa editrice
A.V.E., ha cercato di mantenere viva la memoria di
quell'evento, il Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e di quella missione. Essa ha
continuato ad essere, lo dico con una celebre espressione utilizzata da Giuseppe Dossetti, sentinella nella notte.
Per capire il particolare legame che si è
instaurato tra l'Azione Cattolica e gli ideali dell'ultimo Concilio può essere utile procurarsi un libretto
divulgativo edito appunto dalla A.V.E.
e che è tuttora in commercio: Azione
Cattolica e Concilio, di Paola Bignardi, Francesco Lambiasi, Stella Morra e
Ernesto Preziosi. Ve lo propongo come compito
per le vacanze estive.
Scrive, in quel
testo, Paola Bignardi a conclusione della sua introduzione: "Il Concilio è ancora oggi il nostro
programma", e intende il programma della nostra Azione Cattolica.
Coraggio, dunque:
cerchiamo di saperne di più, cerchiamo di ritrovare nella polvere della storia
quello che Paolo Giuntella chiamò il
gomitolo dell'alleluia, il filo che ci collega con le gente del Concilio,
cerchiamo di capire in che cosa consista la missione che ancora oggi ci
interpella, noi laici di fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli-.