Noiosi
Se paragono la vita
sociale di fede negli anni '70 del secolo scorso, quelli della mia adolescenza,
a quella di oggi, trovo che ai tempi nostri essa è diventata noiosa. Lo è sotto
molti aspetti, ma, per dare un'idea generale, fondamentalmente e principalmente
per la sua uniformità e per il suo aspetto prevalentemente intimistico e devozionalistico.
Manca l'effervescenza sociale di quarant'anni fa, che talvolta spaventava, ma
anche attirava e coinvolgeva. Tutta concentrata emotivamente sui suoi sovrani
religiosi romani, non solo sulla dottrina da essi emanata come era accaduto per
gran parte del secondo millennio della nostra era, ma proprio sulle loro
esperienze di vita, sulle loro personalità, addirittura sulle loro psicologie,
al modo di certi santoni orientali, la nostra confessione non esprime più
nemmeno un pensiero sociale sulla cui base progettare azioni
collettive. Quindi poi non riesce neppure a radunare
o a coalizzare forze sociali animate
da ideali religiosi, quindi a intervenire
nelle società in cui è immersa, e riesce semplicemente a concentrare saltuariamente,
con coinvolgimento piuttosto superficiale, delle folle intorno a grandi eventi spettacolari, nell'organizzare
i quali il nostro centro romano ha acquisito una notevole abilità, centrati di
solito sulla figura personale di un capo spirituale, in particolare su quella
dei nostri sovrani religiosi, o su presunti accadimenti paranormali, in cui il
soprannaturale si farebbe direttamente percepibile addirittura come esperienza
di massa. Chi non ha vissuto una diversa esperienza sociale della fede non
immagina che essa possa esistere e che, effettivamente, sia esistita. La nostra
religiosità sociale è divenuta noiosa soprattutto per le forze più giovani, di
cui infatti siamo piuttosto carenti. Del resto questo modello è stato ideato e
attuato (non si è imposto spontaneamente) proprio per reagire ad innovazioni
portate dai più giovani: è quindi diretto espressamente contro di loro. Questa
religiosità sociale è noiosa per i più giovani perché non considera importanti
le questioni centrali della loro vita, ritenendole incidenti di crescita. Essa
propone stili di vita insostenibili per i più giovani e soprattutto li vuole
mantenere ad essi assoggettati paternalisticamente, con un'autorità di tipo
familistico, contro la quale i più giovani, per indole naturale, istintivamente,
sono portati a ribellarsi. Non si tratta di cose di cui scrivo per sentito
dire, ma di fatti basati sulla mia esperienza personale di giovane di un tempo.
La mia gioventù è infatti trascorsa già tutta dentro l'era glaciale che sembra sia sul punto di finire.
Le origini di quello
che c'è oggi vanno individuate nell'Italia e nell'Europa degli anni '70, che
erano tanto diverse da oggi, e nell'ultimo tragico periodo del pontificato del
papa Paolo 6°. Montini da giovane prete, negli anni '30, era stato protagonista
della rinascita del cattolicesimo democratico europeo, quella ispirata al
pensiero sociale del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973), che tanta
parte ha avuto nelle costruzione delle nuove democrazie popolari europee e
della stessa Unione Europea. Questo movimento è centrato sull'idea che la
democrazia, nella versione popolare contemporanea, con forti accenti sociali,
costituisca un'opportunità molto importante per l'affermazione degli ideali
religiosi. Essa è riassunta bene nel ritenere la politica una forma di carità in senso religioso ("la politica è la più alta forma di carità",
insegnò Montini). Negli anni '70 questo ad un certo punto non fu più tanto
evidente, perché sembrò che le dinamiche democratiche favorissero gli avversari
della fede religiosa. E che, in particolare, determinassero scompiglio e
disorientamento nelle file del popolo di fede. Si era in un mondo in cui il
comunismo di tipo sovietico, dominato dal leader russo Breznev, raggiunse la
sua massima espansione storica, coinvolgendo circa la metà dei popoli della
Terra. Come divenne evidente nel decennio successivo, esso in realtà, in
particolare proprio per il grigio conformismo
brezneviano, aveva esaurito la sua
forza propulsiva, ma negli anni '70 questo certamente non appariva ancora e
nel mondo Occidentale nessuno se lo immaginava veramente. Fu Wojtyla a
spiegarcelo, una volta divenuto il nostro nuovo sovrano religioso: egli era un
profondo conoscitore del mondo dominato dall'impero sovietico, ma in genere,
all'inizio, da noi non gli si credeva. Ricordo in particolare le discussioni
che facemmo in FUCI nel '79 e '80 proprio su questo tema: io sostenevo che la
ferita che attraversava l'Europa di allora, che la divideva tra Est e Ovest,
non si sarebbe rimarginata tanto presto.
Alla metà degli anni '70 le vicende italiane
influirono in modo particolarmente significativo, come già era avvenuto nella
seconda metà dell'Ottocento, arrivando a incidere sul corso del Concilio
Vaticano 1°, nella storia della nostra confessione religiosa. In quel periodo sembrò
che le forze cattolico-democratiche, le quali fino ad allora avevano diretto la
politica italiana, stessero per soccombere a quelle ispirate agli ideali del
socialismo, che in Italia non erano come ad esempio in Francia antireligiose,
ma sicuramente anticlericali. In particolare erano viste con sospetto le intese
che, nell'emergenza economica e terroristica di allora, si venivano attuando
tra cattolici democratici e socialisti. Questo determinò la ripresa delle forze
clericali, quelle che, nel post-fascismo, avevano concluso un precario compromesso
con i cattolici democratici per l'affermazione in Italia di una democrazia di
tipo occidentale. I cattolici democratici
a quel tempo erano protagonisti dell'effervescenza postconciliare
centrata sull'idea di rinnovamento
sociale e di riforma politica. L'idea dei clericali era invece che, poiché
questo processo di rinnovamento e riforma presentava dei rischi per la nostra organizzazione
religiosa così com'era allora, innanzi tutto minacciando di metterne in questione i fondamenti, esso, non
potendo essere veramente contrastato, perché inserito in un più ampio processo
storico di evoluzione sociale in corso, dovesse essere sterilizzato, gelato. Il
modello polacco, che all'epoca era già ben conosciuto in Italia, apparve essere
la via giusta, perché realizzava un coinvolgimento delle masse in azioni
sociali di riforma che non ponevano in questione l'organizzazione gerarchica
delle nostre collettività religiose e, soprattutto, esprimeva ideali di riforma
non socialisti e non anticlericali. Nel
corso degli anni '70, quindi, in nostri capi religiosi preferirono, anche per
l'Europa, e in particolare, per l'Italia di allora questo modello di azione
sociale a sfondo religioso invece che quello cattolico-democratico. Il nuovo
modello, che in Polonia esprimeva addirittura ideali di rivoluzione sociale,
trapiantato in Italia si saldò con le correnti più reazionarie delle nostre
collettività religiose, in particolare con quelle espresse dal partito romano (uso un'espressione
ideata dallo storico Andrea Riccardi), che fin dall'Ottocento aveva contrastato
vivacemente il cattolicesimo democratico in tutte le sue manifestazioni. Esso
in Italia trovò un ambiente sociale pronto a sviluppare una sorta di culto della
personalità nei confronti del sovrano religioso. Questo fenomeno si era
espresso negli ultimi anni del ministero di Giovanni Battista Montini, con
l'accorrere di folle, anche giovanili, intorno all'anziano e malato nostro
padre universale di allora. Esso è difficile da spiegare, tenendo conto dello
scarso successo personale che prima di allora il Montini aveva riscosso nella
società italiana. Io all'epoca non fui coinvolto da questo afflato di simpatia
verso quel Papa, che iniziai a conoscere meglio solo dopo la sua morte,
frequentando gli ambienti romani della FUCI
e del Movimento Laureati, dove era ancora particolarmente vivo il suo
insegnamento. Non saprei quindi proporre una spiegazione convincente di questo
moto popolare verso l'anziano Papa. Probabilmente in tempi di crisi e di disorientamento
c'era a quei tempi un desiderio di padre.
Quel tipo di padre che il Wojtyla seppe magistralmente impersonare,
coinvolgendoci tutti, anche chi, come me, proveniva da un'esperienza sociale di
fede che sotto molti aspetti era molto distante dalla sua, se non proprio
divergente.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli