domenica 22 giugno 2014

Noiosi


Noiosi

 
 

  Se paragono la vita sociale di fede negli anni '70 del secolo scorso, quelli della mia adolescenza, a quella di oggi, trovo che ai tempi nostri essa è diventata noiosa. Lo è sotto molti aspetti, ma, per dare un'idea generale, fondamentalmente e principalmente per la sua uniformità e per il suo aspetto prevalentemente intimistico e devozionalistico. Manca l'effervescenza sociale di quarant'anni fa, che talvolta spaventava, ma anche attirava e coinvolgeva. Tutta concentrata emotivamente sui suoi sovrani religiosi romani, non solo sulla dottrina da essi emanata come era accaduto per gran parte del secondo millennio della nostra era, ma proprio sulle loro esperienze di vita, sulle loro personalità, addirittura sulle loro psicologie, al modo di certi santoni orientali, la nostra confessione non esprime più nemmeno un pensiero  sociale sulla cui base progettare azioni collettive. Quindi poi non riesce neppure a radunare o a coalizzare forze sociali animate da ideali religiosi, quindi a intervenire nelle società in cui è immersa, e riesce semplicemente a concentrare  saltuariamente, con coinvolgimento piuttosto superficiale, delle folle intorno a grandi eventi spettacolari, nell'organizzare i quali il nostro centro romano ha acquisito una notevole abilità, centrati di solito sulla figura personale di un capo spirituale, in particolare su quella dei nostri sovrani religiosi, o su presunti accadimenti paranormali, in cui il soprannaturale si farebbe direttamente percepibile addirittura come esperienza di massa. Chi non ha vissuto una diversa esperienza sociale della fede non immagina che essa possa esistere e che, effettivamente, sia esistita. La nostra religiosità sociale è divenuta noiosa soprattutto per le forze più giovani, di cui infatti siamo piuttosto carenti. Del resto questo modello è stato ideato e attuato (non si è imposto spontaneamente) proprio per reagire ad innovazioni portate dai più giovani: è quindi diretto espressamente contro  di loro. Questa religiosità sociale è noiosa per i più giovani perché non considera importanti le questioni centrali della loro vita, ritenendole incidenti di crescita. Essa propone stili di vita insostenibili per i più giovani e soprattutto li vuole mantenere ad essi assoggettati paternalisticamente, con un'autorità di tipo familistico, contro la quale i più giovani, per indole naturale, istintivamente, sono portati a ribellarsi. Non si tratta di cose di cui scrivo per sentito dire, ma di fatti basati sulla mia esperienza personale di giovane di un tempo. La mia gioventù è infatti trascorsa già tutta dentro l'era glaciale che sembra sia sul punto di finire.
 Le origini di quello che c'è oggi vanno individuate nell'Italia e nell'Europa degli anni '70, che erano tanto diverse da oggi, e nell'ultimo tragico periodo del pontificato del papa Paolo 6°. Montini da giovane prete, negli anni '30, era stato protagonista della rinascita del cattolicesimo democratico europeo, quella ispirata al pensiero sociale del filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973), che tanta parte ha avuto nelle costruzione delle nuove democrazie popolari europee e della stessa Unione Europea. Questo movimento è centrato sull'idea che la democrazia, nella versione popolare contemporanea, con forti accenti sociali, costituisca un'opportunità molto importante per l'affermazione degli ideali religiosi. Essa è riassunta bene nel ritenere la politica una forma di carità in senso religioso ("la politica è la più alta forma di carità", insegnò Montini). Negli anni '70 questo ad un certo punto non fu più tanto evidente, perché sembrò che le dinamiche democratiche favorissero gli avversari della fede religiosa. E che, in particolare, determinassero scompiglio e disorientamento nelle file del popolo di fede. Si era in un mondo in cui il comunismo di tipo sovietico, dominato dal leader russo Breznev, raggiunse la sua massima espansione storica, coinvolgendo circa la metà dei popoli della Terra. Come divenne evidente nel decennio successivo, esso in realtà, in particolare proprio per il grigio conformismo  brezneviano, aveva esaurito la sua forza propulsiva, ma negli anni '70 questo certamente non appariva ancora e nel mondo Occidentale nessuno se lo immaginava veramente. Fu Wojtyla a spiegarcelo, una volta divenuto il nostro nuovo sovrano religioso: egli era un profondo conoscitore del mondo dominato dall'impero sovietico, ma in genere, all'inizio, da noi non gli si credeva. Ricordo in particolare le discussioni che facemmo in FUCI nel '79 e '80 proprio su questo tema: io sostenevo che la ferita che attraversava l'Europa di allora, che la divideva tra Est e Ovest, non si sarebbe rimarginata tanto presto.
  Alla metà degli anni '70 le vicende italiane influirono in modo particolarmente significativo, come già era avvenuto nella seconda metà dell'Ottocento, arrivando a incidere sul corso del Concilio Vaticano 1°, nella storia della nostra confessione religiosa. In quel periodo sembrò che le forze cattolico-democratiche, le quali fino ad allora avevano diretto la politica italiana, stessero per soccombere a quelle ispirate agli ideali del socialismo, che in Italia non erano come ad esempio in Francia antireligiose, ma sicuramente anticlericali. In particolare erano viste con sospetto le intese che, nell'emergenza economica e terroristica di allora, si venivano attuando tra cattolici democratici e socialisti. Questo determinò la ripresa delle forze clericali, quelle che, nel post-fascismo, avevano concluso un precario compromesso con i cattolici democratici per l'affermazione in Italia di una democrazia di tipo occidentale. I cattolici democratici  a quel tempo erano protagonisti dell'effervescenza postconciliare centrata sull'idea di rinnovamento sociale  e di riforma politica. L'idea dei clericali era invece che, poiché questo processo di rinnovamento e riforma presentava dei rischi per la nostra organizzazione religiosa così com'era allora, innanzi tutto minacciando di  metterne in questione i fondamenti, esso, non potendo essere veramente contrastato, perché inserito in un più ampio processo storico di evoluzione sociale in corso, dovesse essere sterilizzato, gelato. Il modello polacco, che all'epoca era già ben conosciuto in Italia, apparve essere la via giusta, perché realizzava un coinvolgimento delle masse in azioni sociali di riforma che non ponevano in questione l'organizzazione gerarchica delle nostre collettività religiose e, soprattutto, esprimeva ideali di riforma non socialisti  e non anticlericali. Nel corso degli anni '70, quindi, in nostri capi religiosi preferirono, anche per l'Europa, e in particolare, per l'Italia di allora questo modello di azione sociale a sfondo religioso invece che quello cattolico-democratico. Il nuovo modello, che in Polonia esprimeva addirittura ideali di rivoluzione sociale, trapiantato in Italia si saldò con le correnti più reazionarie delle nostre collettività religiose, in particolare con quelle espresse dal partito romano (uso un'espressione ideata dallo storico Andrea Riccardi), che fin dall'Ottocento aveva contrastato vivacemente il cattolicesimo democratico in tutte le sue manifestazioni. Esso in Italia trovò un ambiente sociale pronto a sviluppare una sorta di culto della personalità nei confronti del sovrano religioso. Questo fenomeno si era espresso negli ultimi anni del ministero di Giovanni Battista Montini, con l'accorrere di folle, anche giovanili, intorno all'anziano e malato nostro padre universale di allora. Esso è difficile da spiegare, tenendo conto dello scarso successo personale che prima di allora il Montini aveva riscosso nella società italiana. Io all'epoca non fui coinvolto da questo afflato di simpatia verso quel Papa, che iniziai a conoscere meglio solo dopo la sua morte, frequentando gli ambienti romani della FUCI  e del Movimento Laureati, dove era ancora particolarmente vivo il suo insegnamento. Non saprei quindi proporre una spiegazione convincente di questo moto popolare verso l'anziano Papa. Probabilmente in tempi di crisi e di disorientamento c'era a quei tempi un desiderio di padre. Quel tipo di padre che il Wojtyla seppe magistralmente impersonare, coinvolgendoci tutti, anche chi, come me, proveniva da un'esperienza sociale di fede che sotto molti aspetti era molto distante dalla sua, se non proprio divergente.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli