La bella addormentata
In un suo bel libro
di qualche anno fa, Fulvio De Giorgi paragonò il laicato italiano al brutto anatroccolo della favola, per la
scarsa considerazione in cui è tenuto dal clero. Con quella definizione voleva
però anche alludere alle potenzialità che esso aveva, appunto come il brutto
anatroccolo della favola.
Per definire la
situazione attuale delle nostre collettività religiose italiane si potrebbe
anche fare riferimento ad un'altra favola per bambini, la bella addormentata. In effetti sembra proprio che noi fedeli
siamo ancora preda di una sorta di incantamento che ci impedisce di agire. Per
far capire ciò a cui intendo riferirmi ho fatto anche ricorso alle metafore del
grande gelo o dell'era glaciale.
Può apparire strano
che queste ultime siano riferite ad un'era religiosa che fu dominata da una
figura calda come quella di Karol Wojtyla. Ed in effetti
quest'ultimo, il cui magistero segnò uno stacco deciso rispetto a quello del
suo predecessore e caratterizzò fortemente l'epoca di cui scrivo, improntando
fortemente non solo l'organizzazione formale delle nostre collettività
religiose ma la stessa nostra religiosità sia individuale che collettiva, fu
una persona affascinante, sebbene venuta da un mondo che, in molti sensi, era
lontano, dalla Polonia in cui la gente della nostra fede era stretta intorno ai
suoi prìncipi religiosi per resistere all'azione di erosione, di disgregazione,
promossa dal regime comunista all'epoca egemone.
I nuovissimi fedeli, ad esempio i bambini che
attualmente frequentano le elementari non hanno conosciuto quel nostro grande padre universale, grande in molti sensi, sicuramente un modello di capo religioso con
cui ci si deve confrontare. Non c'era mai stato, al vertice romano della nostra
organizzazione religiosa uno come lui. Questa è la prima cosa che vorrei
sottolineare. Ma in che cosa egli fu diverso, per noi fedeli? Essenzialmente i padri universali arroccati nella
cittadella fortificata vaticana era stati, prima di lui, maestri di dottrina, e maestri molto importanti, tanto che con il
loro insegnamento necessariamente sentivano di doversi confrontare sia quelli
che lo condividevano sia quelli che avevano una posizione più articolata, se
non proprio critica. Con Wojtyla il nostro padre
universale, e per noi romani vescovo,
divenne un maestro di vita e, innanzi
tutto, un esempio di vita buona,
capace, ad esempio, di trattare francamente di sessualità dei giovani (ricordo
il suo bel libro, scritto da vescovo, Amore
e responsabilità) senza suscitare la repulsione generata di solito dai
documenti del magistero su questo tema. Per noi giovani di allora, in particolare
per noi fucini di Roma, che pure idealmente eravamo ancora molto legati alla
figura di Giovanni Battista Montini, apparve veramente un uomo ancora giovane tra i giovani. Un uomo colto e brillante,
come lo sono certi professori universitari da giovani; un sacerdote che aveva
una particolare attenzione nel mantenersi in contatto con il popolo dei fedeli
laici; sicuramente una persona che, come si capì subito, non avrebbe accettato
di farsi imprigionare nella fortezza vaticana.
Come è successo, allora, che proprio al suo magistero
e alla sua azione di capo religioso ci si debba riferire per spiegare perché le
nostre collettività religiose, caratterizzate fin dalla fine del Settecento da
un vivo attivismo laicale appaiano ora incantate
al mondo del mondo della bella addormentata?
E' una lunga storia, di cui sono stato
partecipe e testimone e di cui vorrei scrivervi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in
San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli