venerdì 13 giugno 2014

La bella addormentata


La bella addormentata
 

 In un suo bel libro di qualche anno fa, Fulvio De Giorgi paragonò il laicato italiano al brutto anatroccolo della favola, per la scarsa considerazione in cui è tenuto dal clero. Con quella definizione voleva però anche alludere alle potenzialità che esso aveva, appunto come il brutto anatroccolo della favola.
  Per definire la situazione attuale delle nostre collettività religiose italiane si potrebbe anche fare riferimento ad un'altra favola per bambini, la bella addormentata. In effetti sembra proprio che noi fedeli siamo ancora preda di una sorta di incantamento che ci impedisce di agire. Per far capire ciò a cui intendo riferirmi ho fatto anche ricorso alle metafore del grande gelo o dell'era glaciale.
 Può apparire strano che queste ultime siano riferite ad un'era religiosa che fu dominata da una figura calda  come quella di Karol Wojtyla. Ed in effetti quest'ultimo, il cui magistero segnò uno stacco deciso rispetto a quello del suo predecessore e caratterizzò fortemente l'epoca di cui scrivo, improntando fortemente non solo l'organizzazione formale delle nostre collettività religiose ma la stessa nostra religiosità sia individuale che collettiva, fu una persona affascinante, sebbene venuta da un mondo che, in molti sensi, era lontano, dalla Polonia in cui la gente della nostra fede era stretta intorno ai suoi prìncipi religiosi per resistere all'azione di erosione, di disgregazione, promossa dal regime comunista all'epoca egemone.
 I nuovissimi fedeli, ad esempio i bambini che attualmente frequentano le elementari non hanno conosciuto quel nostro grande padre universale, grande in molti sensi, sicuramente un modello di capo religioso con cui ci si deve confrontare. Non c'era mai stato, al vertice romano della nostra organizzazione religiosa uno come lui. Questa è la prima cosa che vorrei sottolineare. Ma in che cosa egli fu diverso, per noi fedeli? Essenzialmente i padri universali arroccati nella cittadella fortificata vaticana era stati, prima di lui, maestri di dottrina, e maestri molto importanti, tanto che con il loro insegnamento necessariamente sentivano di doversi confrontare sia quelli che lo condividevano sia quelli che avevano una posizione più articolata, se non proprio critica. Con Wojtyla il nostro padre universale, e per noi romani vescovo, divenne un maestro di vita e, innanzi tutto, un esempio di vita buona, capace, ad esempio, di trattare francamente di sessualità dei giovani (ricordo il suo bel libro, scritto da vescovo, Amore e responsabilità) senza suscitare la repulsione generata di solito dai documenti del magistero su questo tema. Per noi giovani di allora, in particolare per noi fucini di Roma, che pure idealmente eravamo ancora molto legati alla figura di Giovanni Battista Montini, apparve veramente un uomo ancora giovane tra i giovani. Un uomo colto e brillante, come lo sono certi professori universitari da giovani; un sacerdote che aveva una particolare attenzione nel mantenersi in contatto con il popolo dei fedeli laici; sicuramente una persona che, come si capì subito, non avrebbe accettato di farsi imprigionare nella fortezza vaticana.
 Come è successo, allora, che proprio al suo magistero e alla sua azione di capo religioso ci si debba riferire per spiegare perché le nostre collettività religiose, caratterizzate fin dalla fine del Settecento da un vivo attivismo laicale appaiano ora incantate al mondo del mondo della bella addormentata?
 E' una lunga storia, di cui sono stato partecipe e testimone e di cui vorrei scrivervi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli