Anni '80: due marginalità che
s'incontrano e si alleano
Per aver vissuto
consapevolmente la svolta che si ebbe nella nostra confessione religiosa a
cavallo tra gli anni '70 e '80 bisogna avere la mia età, vale a dire
avvicinarsi alla sessantina. Questo significa che la maggior parte della
popolazione attiva, quella che è impegnata nelle vicende riproduttive e nel
lavoro, non ha più memoria di una collettività religiosa diversa da quella
fortemente improntata al modello polacco,
centrato sulla grande figura di Karol Wojtyla, detto il grande, e ora il santo.
E i più anziani ne hanno una memoria appannata, imprecisa, molto segnata
dall'esperienza successiva, che in molti aspetti ha travolto e superato quello
che c'era prima. Ma che c'era prima? C'era la Chiesa del Concilio. Alcuni aggiungono: la Chiesa bella del Concilio. Sì, era bella, per le
aspettative che si nutrivano, per le speranze che suscitava, ma non era facile
viverci dentro. Sotto molti aspetti era una Chiesa non pacificata, frizzante ma turbolenta, in tensione tra varie sue
componenti e tra le sue manifestazioni nei vari continenti. Su questa
effervescenza, molto sensibile anche in Italia, calò l'inverno polacco, che però all'inizio non fu assolutamente percepito
come tale, anzi. Il gelo calò lentamente, più sensibilmente nel corso degli
anni novanta, fino a rendere la nostra collettività religiosa la bella addormentata che è adesso.
Si è molto scritto su quell'epoca. Io ho
trovato illuminante la bella e ponderosa biografia del Wojtyla scritta da
Andrea Riccardi, una persona che conobbe molto bene e da vicino quel grande
sovrano religioso. Si tratta di un testo che ha avuto una vastissima diffusione
perché è stato distribuito insieme a una edizione di un quotidiano nazionale di
grande tiratura.
Una prima chiave di
lettura delle dinamiche del nuovo corso polacco
mi pare possa essere quella dell'incontro di due marginalità.
Scrivendo nel 1980,
il teologo Battista Mondin, nell'elencare gli esponenti degli indirizzi
prevalenti nell'ecclesiologia, la disciplina che tratta delle concezioni
teologiche riguardanti la Chiesa e che fornisce le base per le relative riforme,
nel precedente trentennio citava: Journet, Beni, Gherardini, Barth, Bultmann,
Brunner, Hamer, Dianich, Congar, Cullmann, Florovski, Semmerlroth, Rahner,
Schillebeeckx, Ratzinger, von Balthasar, Küng, Mühlen,
Moltmann, Tillich, Afanassiev, De Lubac, Parente, Bouyer. I nomi che, per
quanto ne so, ebbero più seguito sono di non italiani. Tra gli italiani, mi
pare che, dagli anni '80 in poi abbia spiccato solo la figura di Severino
Dianich. Il pensiero teologico italiano era quindi tutto sommato marginale,
rispetto a correnti di pensiero sviluppatesi prevalentemente nell'Europa
settentrionale. Eppure il governo della nostra confessione religiosa si faceva,
e si fa, dall'Italia, a cui metteva, e
mette, capo la struttura feudale-sacrale della nostra organizzazione religiosa.
Anche la Chiesa
polacca era marginale, nel senso che, assediata dal regime comunista
dell'epoca, viveva in modo particolare, diverso da quello delle varie altre
cattolicità del mondo, arroccata intorno ai suoi prìncipi religiosi e, in particolare,
intorno al suo primate, nel ricordo nostalgico e affettuoso dei suoi antichi
sovrani civili, delle grandi dinastie monarchiche del passato che avevano
cementato l'unità nazionale polacca.
Il motivo per cui la marginalità polacca ebbe l'occasione di
accedere al governo della nostra collettività religiosa, alleandosi con la
marginalità italiana e integrandosi profondamente con essa, va ricercato in
quella effervescenza post-conciliare
che caratterizzò gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, facendo
temere, ad un certo punto, la dissoluzione della nostra confessione religiosa
e, comunque, la perdita di controllo, da parte del vertice romano, delle sue
parti configgenti.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli