La storia ci
interroga
In un bell'articolo
pubblicato nel numero di giugno 1981 della rivista trentina Il Margine, all'inizio dell'era che di
questi tempi sembra volgere al termine, quella che ho definito del grande inverno, o dell'era glaciale, o del modello polacco, Vincenzo Passerini,
un intellettuale molto profondo che allora potei conoscere personalmente e le
cui idee mi hanno sempre molto coinvolto, scrisse che "lasciarsi interrogare dalla storia è un grande esercizio spirituale,
purifica da verbalismo astratto, mette sangue nelle anemiche costruzioni di
principio, misura la reale consistenza della forza con cui si crede in certe
cose; per essere uomini di questo tempo per un altro tempo, fermento che fa
crescere e non dispera e crede e lavora e ha fiducia".
[il testo integrale dell'articolo, dal titolo "Farsi interrogare dalla storia"
può essere letto sul WEB all'indirizzo
Dunque della storia non basta fare memoria, conoscerla: occorre rispondere alle
domande che essa ci pone. Non solo essa, interrogata da noi, ci risponde,
chiarendoci come si è giunti a una certa situazione, ma essa ci interroga e,
innanzi tutto, ci spinge a chiarirci che parte abbiamo avuto nei processi che quella
situazione hanno determinato.
E' chiaro, ad esempio, che per capire come la
nostra collettività religiosa sia divenuta la bella addormentata che oggi ci appare, non può prescindersi dalla
figura storica di Karol Wojtyla. Ma un processo storico è sempre un risultato
collettivo, di massa, non può mai essere
ascritto ad una sola persona, per quanto potente e influente essa possa essere
stata. Viene sempre in questione, quindi, un contributo sociale agli eventi, il
che è come dire, in tema di bella
addormentata, che siamo divenuti preda dell'incantamento perché abbiamo voluto,
o anche solo lasciato, farci incantare. Il che è come dire che ci
siamo fatti delle illusioni, che ad
un certo punto abbiamo perso il contatto con la realtà, finendo in una sorta di
sogno. Dico noi e mi riferisco in
particolare a quelli della mia età o più anziani, vale a dire a coloro che
quell'era glaciale hanno vissuto da adulti, da persone in grado
di influire sul corso delle cose.
In un mio intervento precedente sulle
questioni dell'antigiudaismo cristiano o scritto che cambiare la storia non si
può, anche se ideologicamente ci si prova. Una delle più importanti lezioni che
ci è venuta dal magistero del Wojtyla, che egli elaborò a partire dalla
considerazione veritiera degli orrori antigiudaici perpetrati nella sua nazione
di origine, è che occorre fare memoria veritiera
della storia, per purificarla,
nel senso di staccarsi dagli esempi negativi del passato, per cambiare la storia futura. Questa grande
lezione del Papa santo è quella che ai tempi nostri è più negletta. E infatti
nell'istruzione religiosa di base continua ad esserci pochissima, o nessuna, memoria storica. Ed è in fondo come è
sempre stato durante il regno di quel nostro grande padre universale: ci fu effettivamente un notevole accalcarsi
intorno a lui, di gente comune, di feudatari religiosi, di potenti della Terra,
ma poi in genere i suoi insegnamenti non erano veramente accolti, tutto
rimaneva molto alla superficie delle coscienze, perché poi ognuno continuava la
vita di sempre.
Spiritualismo da cui redimersi, quindi da sentire
propriamente come una colpa, è ad esempio tralasciare la fatica, e la
sofferenza, della memoria storica sostenendo di volerla saltare a piè pari per
connettersi direttamente alle nostre collettività delle origini o, addirittura,
all'esempio di vita degli antichi discepoli ancora vivente il nostro primo
Maestro. Ci si illude di poter raggiungere quella esperienza storica
che in realtà ci è ormai preclusa, perché nella sua memoria si sono innestati,
modificandola profondamente, i ragionamenti che su di essa si sono fatti a
posteriori. Ma anche ammettendo di poterla veramente ricostruire, almeno in
parte, con affidabilità propriamente storica, essa non
è più la nostra storia, anche se da essa sono scaturiti principi ideali
sempre attuali, da essa è scaturita, e su di essa è fondata, la nostra fede. Ma
soprattutto essa non ci parla di noi,
di come siamo diventati, di che cosa abbiamo fatto. Non ci dà più, da sola, gli strumenti che ci
servono per cambiare, per diventare migliori, per corrispondere agli ideali
delle origini, per dare sostanza alla nostra fede.
Riflettere
realisticamente sugli ultimi trentacinque anni della nostra storia di fede può
essere doloroso. Non è sufficiente celebrare la santità del grande Papa che caratterizzò
questa epoca. Ci sono state innovazioni
importanti e molto positive, ma si è anche tanto sbagliato. In particolare da
parte di noi laici di fede, che ci siamo lasciati ridurre al silenzio, a una
condizione di meri ripetitori di idee altrui, di commentatori
della straripante produzione
documentale dei nostri prìncipi religiosi.
Oggi, riflettendo su
quella storia, il primo impulso che emotivamente avverto è quello a un
rinnovato impegno nella nostra collettività religiosa, per contribuire a farla
uscire dallo stato di bella addormentata.
Questo sentimento è condiviso?, mi chiedo. Perché la storia non la si fa da
soli, la storia è fatta di gente, è,
come ho scritto, un lavoro collettivo. Ma radunarsi
per fare la storia sembra essere
diventato molto difficile. Si ha sempre qualcos'altro da fare, e io per primo,
che faccio un lavoro che mi assorbe quasi totalmente.
Prima di proseguire
nella riflessione che vado facendo, vorrei quindi approfittarne per lanciare,
ancora una volta, all'impegno sociale, in particolare a quello in Azione
Cattolica, che è riuscita a rimanere, in Italia, uno dei centri più vivi di diffusione e
sviluppo delle idee promulgate nel Concilio Vaticano 2°. Cerchiamo di uscire
dall'inerzia e dal fatalismo con cui questo impegno talvolta è considerato. Non
è vero che cambiare non si può, la storia è lì a dimostrarlo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli