domenica 15 giugno 2014

La storia ci interroga


La storia ci interroga

 

 In un bell'articolo pubblicato nel numero di giugno 1981 della rivista trentina Il Margine, all'inizio dell'era che di questi tempi sembra volgere al termine, quella che ho definito del grande inverno, o dell'era glaciale, o del modello polacco, Vincenzo Passerini, un intellettuale molto profondo che allora potei conoscere personalmente e le cui idee mi hanno sempre molto coinvolto, scrisse che "lasciarsi interrogare dalla storia è un grande esercizio spirituale, purifica da verbalismo astratto, mette sangue nelle anemiche costruzioni di principio, misura la reale consistenza della forza con cui si crede in certe cose; per essere uomini di questo tempo per un altro tempo, fermento che fa crescere e non dispera e crede e lavora e ha fiducia".
[il testo integrale dell'articolo, dal titolo "Farsi interrogare dalla storia" può essere letto sul WEB all'indirizzo
 
 Dunque della storia non basta fare memoria, conoscerla: occorre rispondere alle domande che essa ci pone. Non solo essa, interrogata da noi, ci risponde, chiarendoci come si è giunti a una certa situazione, ma essa ci interroga e, innanzi tutto, ci spinge a chiarirci che parte abbiamo avuto nei processi che quella situazione hanno determinato.
 E' chiaro, ad esempio, che per capire come la nostra collettività religiosa sia divenuta la bella addormentata che oggi ci appare, non può prescindersi dalla figura storica di Karol Wojtyla. Ma un processo storico è sempre un risultato collettivo, di massa, non può  mai essere ascritto ad una sola persona, per quanto potente e influente essa possa essere stata. Viene sempre in questione, quindi, un contributo sociale agli eventi, il che è come dire, in tema di bella addormentata, che siamo divenuti preda dell'incantamento perché abbiamo voluto, o anche solo lasciato,   farci incantare. Il che è come dire che ci siamo fatti delle illusioni, che ad un certo punto abbiamo perso il contatto con la realtà, finendo in una sorta di sogno. Dico noi e mi riferisco in particolare a quelli della mia età o più anziani, vale a dire a coloro che quell'era glaciale  hanno vissuto da adulti, da persone in grado di influire sul corso delle cose.
  In un mio intervento precedente sulle questioni dell'antigiudaismo cristiano o scritto che cambiare la storia non si può, anche se ideologicamente ci si prova. Una delle più importanti lezioni che ci è venuta dal magistero del Wojtyla, che egli elaborò a partire dalla considerazione veritiera degli orrori antigiudaici perpetrati nella sua nazione di origine, è che occorre fare memoria  veritiera della storia, per purificarla, nel senso di staccarsi dagli esempi negativi del passato, per cambiare la storia futura. Questa grande lezione del Papa santo è quella che ai tempi nostri è più negletta. E infatti nell'istruzione religiosa di base continua ad esserci pochissima, o nessuna, memoria storica. Ed è in fondo come è sempre stato durante il regno di quel nostro grande padre universale: ci fu effettivamente un notevole accalcarsi intorno a lui, di gente comune, di feudatari religiosi, di potenti della Terra, ma poi in genere i suoi insegnamenti non erano veramente accolti, tutto rimaneva molto alla superficie delle coscienze, perché poi ognuno continuava la vita di sempre.
 Spiritualismo da cui redimersi, quindi da sentire propriamente come una colpa, è ad esempio tralasciare la fatica, e la sofferenza, della memoria storica sostenendo di volerla saltare a piè pari per connettersi direttamente alle nostre collettività delle origini o, addirittura, all'esempio di vita degli antichi discepoli ancora vivente il nostro primo Maestro. Ci si illude  di poter raggiungere quella esperienza storica che in realtà ci è ormai preclusa, perché nella sua memoria si sono innestati, modificandola profondamente, i ragionamenti che su di essa si sono fatti a posteriori. Ma anche ammettendo di poterla veramente ricostruire, almeno in parte, con affidabilità propriamente storica,  essa non è più la nostra storia, anche se da essa sono scaturiti principi ideali sempre attuali, da essa è scaturita, e su di essa è fondata, la nostra fede. Ma soprattutto essa non ci parla di noi, di come siamo diventati, di che cosa abbiamo fatto.  Non ci dà più, da sola, gli strumenti che ci servono per cambiare, per diventare migliori, per corrispondere agli ideali delle origini, per dare sostanza  alla nostra fede.
 Riflettere realisticamente sugli ultimi trentacinque anni della nostra storia di fede può essere doloroso. Non è sufficiente celebrare la santità del grande Papa che caratterizzò  questa epoca. Ci sono state innovazioni importanti e molto positive, ma si è anche tanto sbagliato. In particolare da parte di noi laici di fede, che ci siamo lasciati ridurre al silenzio, a una condizione  di meri ripetitori di idee altrui, di commentatori  della straripante produzione documentale dei nostri prìncipi religiosi.
 Oggi, riflettendo su quella storia, il primo impulso che emotivamente avverto è quello a un rinnovato impegno nella nostra collettività religiosa, per contribuire a farla uscire dallo stato di bella addormentata. Questo sentimento è condiviso?, mi chiedo. Perché la storia non la si fa da soli, la storia è fatta di gente,  è, come ho scritto, un lavoro collettivo. Ma radunarsi  per fare la storia sembra essere diventato molto difficile. Si ha sempre qualcos'altro da fare, e io per primo, che faccio un lavoro che mi assorbe quasi totalmente.
 Prima di proseguire nella riflessione che vado facendo, vorrei quindi approfittarne per lanciare, ancora una volta, all'impegno sociale, in particolare a quello in Azione Cattolica, che è riuscita a rimanere, in Italia,  uno dei centri più vivi di diffusione e sviluppo delle idee promulgate nel Concilio Vaticano 2°. Cerchiamo di uscire dall'inerzia e dal fatalismo con cui questo impegno talvolta è considerato. Non è vero che cambiare non si può, la storia è lì a dimostrarlo.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli