Noi e la storia
L'anno scorso la
profonda crisi che la nostra collettività religiosa, al pari della gran parte
delle grandi collettività dell'era contemporanea, stava vivendo ha raggiunto i
vertici della sua organizzazione religiosa, determinandone l'improvviso
cedimento e la sostituzione del suo capo supremo, di colui a cui ancora sono
attribuiti i poteri di un imperatore religioso, e noi da questo, da questa alternanza al comando
supremo, ci aspettiamo che tutto cambi, in sostanza ci aspettiamo di cambiare
anche noi e in meglio, che quindi quella crisi si stia di colpo avviando alla
soluzione. Questa convinzione è però irragionevole e infatti, per quanto siano
cambiate le direttive dal vertice, nulla sta veramente cambiando.
Siamo stati abituati
a considerare l'evoluzione storica della
nostra confessione religiosa prendendo come riferimento i nostri imperatori
religiosi. Non si tratta di una prospettiva destinata solo alle masse: anche gli
storici seguono questo metodo e, in
fondo, non solo per quanto riguarda la storia della nostra esperienza
religiosa. Con questo criterio il corso dei tempi può essere interpretato come
una lotta, o viceversa una intesa, tra
individualità personali. Era questo il modo di vedere le cose nell'era delle
dinastie sovrane, ma esso è continuato anche nell'era delle grandi
organizzazioni politiche di massa, quella delle grandi democrazie popolari,
nelle sue varie versioni, e dei despoti demagogici. Nella prima il potere
politico era cristallizzato in gerarchie di tipo familistico caratterizzate da
un paternalismo autoritario, in cui le
masse rientravano nel patrimonio ereditario di dinastie sovrane; nella seconda
il potere politico dipende dalla capacità di agitare le masse e di renderle strumento della propria ascesa
sociale: la differenza sta quindi in un atteggiamento più attivo delle masse
popolari, le quali benché continuino a soggiacere al dominio dei propri capi
hanno maggiore voce in capitolo, perché si sentono autorizzate a rovesciarli. L'impero
religioso della nostra confessione religiosa è ancora in una fase di passaggio
tra le due ere di cui ho parlato. Questo rende più difficile cogliere il senso
profondo dell'evoluzione storica della nostra esperienza collettiva di fede. E,
correlativamente, la nostra personale responsabilità storica per il corso che
gli eventi prendono. In realtà sotto molti aspetti anche in religione le masse
popolari stanno assumendo un ruolo molto più importante che nei precedenti due
millenni della nostra confessione religiosa e ciò anche se, nella nostra
confessione religiosa, il loro statuto formale, giuridico-religioso, sia ancora
quello di suddite di un sovrano religioso che pretende di dominarle con
paternalismo autoritario.
Dall'Ottocento c'è
una disciplina scientifica, che è al contempo un movimento culturale, la
sociologia, la quale parte dall'idea che l'evoluzione storica sia determinata
dalle dinamiche delle masse e cerca di
capirle, ma non solo, cerca anche di orientarle.
Per gran parte della mia vita ho vissuto vicino a un maestro di questa
disciplina, mio zio Achille. In lui ho potuto osservare entrambi gli aspetti di
cui dicevo: il cercare di capire le dinamiche delle masse e il cercare di
orientarle. Egli infatti non fu solo uno scienziato sociale, ma anche
propriamente un politico. La sua scienza sociale lo rendeva più credibile come
politico. In particolare egli diffondeva versioni realistiche delle società del
suo tempo: che fossero realistiche era provato dal fatto che le sue previsioni
sulle dinamiche sociali del prossimo futuro si avveravano. In un certo senso
egli mi appariva come la versione contemporanea del profeta. Ed in effetti, per
larga parte della sua vita, tale fu considerato, fino alla sconfessione religiosa degli
ultimi tempi, in cui mi parve duramente emarginato, in una delle ultime fasi
dell'era glaciale che abbiamo
vissuto dall'inizio degli anni '80. La
sua profonda religiosità contribuiva ad accostare la sua figura a quella degli
antichi profeti. Egli, pur ritenendo che l'alternarsi dei nostri imperatori
religiosi fosse anche, effettivamente, il frutto di un disegno soprannaturale,
per cui diceva che ad ogni loro successione iniziava una nuova era, era capace
di spiegare le dinamiche di massa che c'erano dietro al prevalere di un certo
orientamento religioso e in particolare il legame tra l'evoluzione di quelle religiose
e quella delle dinamiche economiche, politiche e sociali. In questa
prospettiva, utilizzando un metodo simile, possiamo arrivare a concludere che
l'era glaciale che storicamente
colleghiamo al potere di uno dei nostri imperatori religiosi in realtà solo
parzialmente è stata frutto di sue scelte: in realtà essa è conseguita ad un
duro scontro tra due modi molto diversi di intendere la religiosità collettiva
correnti nelle nostra masse religiose, all'esito del quale ha prevalso la
corrente che è tuttora dominante nella nostra collettività religiosa, quella
che, lo dico cercando di sintetizzare molto con il rischio però di
generalizzare troppo, concepisce l'esperienza collettiva religiosa come quella
di una famiglia allargata dominata dal paternalismo autoritario. Questa
concezione si è poi saldata molto profondamente, essendo con essa molto
consonante, con quella dei vertici della nostra confessione religiosa, che
concepiscono il proprio potere come quello di padri. L'altra concezione, quella che è risultata recessiva negli
ultimi quarant'anni e che ha nell'Azione Cattolica uno dei principali centri
culturali, dall'Ottocento, in particolare dalla fine di quel secolo, ragiona
sul nesso tra democrazia e religione e vede nella democrazia una nuova via per
l'esperienza religiosa. Questa idea fu a lungo duramente avversata dai vertici
della nostra organizzazione religiosa a partire dall'enciclica Gravis de communi re (sulle controversie
relative ai fatti sociali) promulgata dal papa Leone 13° nel 1901, arrivando alla
scomunica di uno dei suoi principali esponenti, il prete Romolo Murri,
fondatore, a fine Ottocento, del movimento della democrazia cristiana e della
Federazione Universitaria Cattolica Italiana, organizzazione in cui si
formarono i vertici del cattolicesimo democratico italiano. L'accettazione della
democrazia politica da parte dei vertici della nostra confessione religiosa avvenne,
a partire dal 1944, con il radiomessaggio natalizio del papa Pio 12°, e in più travagliate fasi, in una evoluzione
che possiamo considerare conclusa solo nel 1991, con l'enciclica Centesimus Annus (=il centenario [dall'enciclica
Rerum Novarum (=sulle novità), del
papa Leone 13°, del 1891], del papa Giovanni Paolo 2°. Il ruolo delle dinamiche
democratiche nell'esperienza religiosa è invece tuttora da loro rifiutato: essi
infatti non perdono occasione per ribadire che "la Chiesa non è una democrazia", preferendola
considerare, del tutto anacronisticamente, come un impero religioso. In ciò essi hanno perduto del tutto, in questo,
il contatto con la realtà, come ha dovuto riconoscere il nostro nuovo capo
supremo nel documento sulla gioia della
fede dell'anno scorso. Ma, pur prendendo atto, oggi, francamente di ciò,
essi non riescono a trovare soluzioni, riproponendo in fondo il modello di
sempre. I loro timori, l'idea di una dissoluzione della nostra esperienza
collettiva di fede che conseguirebbe all'accoglimento in religione di principi
democratici, sono ai tempi nostri rafforzati dalla crisi delle grandi
democrazie di massa di tipo occidentale, che appaiono risentire dei processi di
dissoluzione sociale conseguiti all'affermarsi dell'economia globalizzata,
negli ultimi vent'anni. Ma la paura è in
genere cattiva consigliere, come lo fu, in Europa, per i nostri capi religiosi
negli Venti e Trenta del secolo scorso.
La crisi della nostra
esperienza religiosa, che stiamo tuttora vivendo, non si risolverà in virtù di
direttive del vertice supremo della nostra collettività. E' richiesto un nostro
impegno collettivo per cambiare e, innanzi tutto un impegno ideativo, che ponga
riparo al grave deficit culturale che, questo sì, è dipeso dalla dura opera di
repressione ideologica attuata nell'era
glaciale dai vertici supremi della nostra organizzazione religiosa. Uno
degli aspetti positivi del nuovo corso inaugurato l'anno scorso al vertice
della nostra confessione religiosa è stato costituito proprio dall'aver rivolto
ai fedeli un appello a dedicarsi a quel tipo di impegno, con audacia, senza
paura.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli