sabato 10 maggio 2014

Noi e la storia


Noi e la storia

  

 L'anno scorso la profonda crisi che la nostra collettività religiosa, al pari della gran parte delle grandi collettività dell'era contemporanea, stava vivendo ha raggiunto i vertici della sua organizzazione religiosa, determinandone l'improvviso cedimento e la sostituzione del suo capo supremo, di colui a cui ancora sono attribuiti i poteri di un imperatore religioso, e noi da  questo, da questa alternanza al comando supremo, ci aspettiamo che tutto cambi, in sostanza ci aspettiamo di cambiare anche noi e in meglio, che quindi quella crisi si stia di colpo avviando alla soluzione. Questa convinzione è però irragionevole e infatti, per quanto siano cambiate le direttive dal vertice, nulla sta veramente cambiando.
  Siamo stati abituati a considerare l'evoluzione storica  della nostra confessione religiosa prendendo come riferimento i nostri imperatori religiosi. Non si tratta di una prospettiva destinata solo alle masse: anche gli storici seguono questo metodo  e, in fondo, non solo per quanto riguarda la storia della nostra esperienza religiosa. Con questo criterio il corso dei tempi può essere interpretato come una lotta, o viceversa una intesa,  tra individualità personali. Era questo il modo di vedere le cose nell'era delle dinastie sovrane, ma esso è continuato anche nell'era delle grandi organizzazioni politiche di massa, quella delle grandi democrazie popolari, nelle sue varie versioni, e dei despoti demagogici. Nella prima il potere politico era cristallizzato in gerarchie di tipo familistico caratterizzate da un paternalismo autoritario,  in cui le masse rientravano nel patrimonio ereditario di dinastie sovrane; nella seconda il potere politico dipende dalla capacità di agitare le masse e di renderle strumento della propria ascesa sociale: la differenza sta quindi in un atteggiamento più attivo delle masse popolari, le quali benché continuino a soggiacere al dominio dei propri capi hanno maggiore voce in capitolo, perché si sentono autorizzate a rovesciarli. L'impero religioso della nostra confessione religiosa è ancora in una fase di passaggio tra le due ere di cui ho parlato. Questo rende più difficile cogliere il senso profondo dell'evoluzione storica della nostra esperienza collettiva di fede. E, correlativamente, la nostra personale responsabilità storica per il corso che gli eventi prendono. In realtà sotto molti aspetti anche in religione le masse popolari stanno assumendo un ruolo molto più importante che nei precedenti due millenni della nostra confessione religiosa e ciò anche se, nella nostra confessione religiosa, il loro statuto formale, giuridico-religioso, sia ancora quello di suddite di un sovrano religioso che pretende di dominarle con paternalismo autoritario.
 Dall'Ottocento c'è una disciplina scientifica, che è al contempo un movimento culturale, la sociologia, la quale parte dall'idea che l'evoluzione storica sia determinata dalle dinamiche delle masse  e cerca di capirle, ma non solo, cerca anche di orientarle. Per gran parte della mia vita ho vissuto vicino a un maestro di questa disciplina, mio zio Achille. In lui ho potuto osservare entrambi gli aspetti di cui dicevo: il cercare di capire le dinamiche delle masse e il cercare di orientarle. Egli infatti non fu solo uno scienziato sociale, ma anche propriamente un politico. La sua scienza sociale lo rendeva più credibile come politico. In particolare egli diffondeva versioni realistiche delle società del suo tempo: che fossero realistiche era provato dal fatto che le sue previsioni sulle dinamiche sociali del prossimo futuro si avveravano. In un certo senso egli mi appariva come la versione contemporanea del profeta. Ed in effetti, per larga parte della sua vita, tale fu considerato, fino alla sconfessione  religiosa degli ultimi tempi, in cui mi parve duramente emarginato, in una delle ultime fasi dell'era glaciale che abbiamo vissuto  dall'inizio degli anni '80. La sua profonda religiosità contribuiva ad accostare la sua figura a quella degli antichi profeti. Egli, pur ritenendo che l'alternarsi dei nostri imperatori religiosi fosse anche, effettivamente, il frutto di un disegno soprannaturale, per cui diceva che ad ogni loro successione iniziava una nuova era, era capace di spiegare le dinamiche di massa che c'erano dietro al prevalere di un certo orientamento religioso e in particolare il legame tra l'evoluzione di quelle religiose e quella delle dinamiche economiche, politiche e sociali. In questa prospettiva, utilizzando un metodo simile, possiamo arrivare a concludere che l'era glaciale che storicamente colleghiamo al potere di uno dei nostri imperatori religiosi in realtà solo parzialmente è stata frutto di sue scelte: in realtà essa è conseguita ad un duro scontro tra due modi molto diversi di intendere la religiosità collettiva correnti nelle nostra masse religiose, all'esito del quale ha prevalso la corrente che è tuttora dominante nella nostra collettività religiosa, quella che, lo dico cercando di sintetizzare molto con il rischio però di generalizzare troppo, concepisce l'esperienza collettiva religiosa come quella di una famiglia allargata dominata dal paternalismo autoritario. Questa concezione si è poi saldata molto profondamente, essendo con essa molto consonante, con quella dei vertici della nostra confessione religiosa, che concepiscono il proprio potere come quello di padri. L'altra concezione, quella che è risultata recessiva negli ultimi quarant'anni e che ha nell'Azione Cattolica uno dei principali centri culturali, dall'Ottocento, in particolare dalla fine di quel secolo, ragiona sul nesso tra democrazia e religione e vede nella democrazia una nuova via per l'esperienza religiosa. Questa idea fu a lungo duramente avversata dai vertici della nostra organizzazione religiosa a partire dall'enciclica Gravis de communi re (sulle controversie relative ai fatti sociali) promulgata dal papa Leone 13° nel 1901, arrivando alla scomunica di uno dei suoi principali esponenti, il prete Romolo Murri, fondatore, a fine Ottocento, del movimento della democrazia cristiana e della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, organizzazione in cui si formarono i vertici del cattolicesimo democratico italiano. L'accettazione della democrazia politica da parte dei vertici della nostra confessione religiosa avvenne, a partire dal 1944, con il radiomessaggio natalizio del papa Pio 12°,  e in più travagliate fasi, in una evoluzione che possiamo considerare conclusa solo nel 1991, con l'enciclica Centesimus Annus (=il centenario [dall'enciclica Rerum Novarum (=sulle novità), del papa Leone 13°, del 1891], del papa Giovanni Paolo 2°. Il ruolo delle dinamiche democratiche nell'esperienza religiosa è invece tuttora da loro rifiutato: essi infatti non perdono occasione per ribadire che "la Chiesa non è una democrazia", preferendola considerare, del tutto anacronisticamente, come un impero religioso. In ciò essi hanno perduto del tutto, in questo, il contatto con la realtà, come ha dovuto riconoscere il nostro nuovo capo supremo nel documento sulla gioia della fede dell'anno scorso. Ma, pur prendendo atto, oggi, francamente di ciò, essi non riescono a trovare soluzioni, riproponendo in fondo il modello di sempre. I loro timori, l'idea di una dissoluzione della nostra esperienza collettiva di fede che conseguirebbe all'accoglimento in religione di principi democratici, sono ai tempi nostri rafforzati dalla crisi delle grandi democrazie di massa di tipo occidentale, che appaiono risentire dei processi di dissoluzione sociale conseguiti all'affermarsi dell'economia globalizzata, negli ultimi vent'anni.  Ma la paura è in genere cattiva consigliere, come lo fu, in Europa, per i nostri capi religiosi negli Venti e Trenta del secolo scorso.
 La crisi della nostra esperienza religiosa, che stiamo tuttora vivendo, non si risolverà in virtù di direttive del vertice supremo della nostra collettività. E' richiesto un nostro impegno collettivo per cambiare e, innanzi tutto un impegno ideativo, che ponga riparo al grave deficit culturale che, questo sì, è dipeso dalla dura opera di repressione ideologica attuata nell'era glaciale dai vertici supremi della nostra organizzazione religiosa. Uno degli aspetti positivi del nuovo corso inaugurato l'anno scorso al vertice della nostra confessione religiosa è stato costituito proprio dall'aver rivolto ai fedeli un appello a dedicarsi a quel tipo di impegno, con audacia, senza paura.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli