Pensare nuovi modi
per vivere la fede insieme
Mi chiedono, a volte,
se voglio bene al Papa. Ma sì, ma sì, anch'io
voglio bene al Papa; però il mio voler
bene al Papa non è costitutivo del mio essere persona di fede. L'insegnamento
dei Papi è stato molto importante nel formarmi alla fede, ma la mia fede non
dipende da esso, non è fatta solo dell'adesione a quell'insegnamento, che, del
resto, come tutti i pronunciamenti umani, non può comprendere tutta la realtà, e in effetti neppure pretende di farlo, e quand'anche lo
pretendesse non ci riuscirebbe. Esso del resto, anche se ideologicamente si
cerca di sminuire la cosa, ha avuto una sua evoluzione storica, che si è fatta
molto veloce dalla metà dell'Ottocento e velocissima dagli scorsi anni
Cinquanta, per cui è inevitabile e addirittura doveroso per una persona di fede
l'esercizio critico per cogliere il senso di questo cambiamento e non restare
ancorato a concezioni desuete: queste ultime, come sempre accade nel corso
delle cose umane, continuano a persistere insieme alle novità e non sempre
queste ultime, oltre che nuove, sono
anche buone; non solo: una novità non diventa buona solo per il fatto essere insegnata con autorità. Certo, noi confidiamo,
quindi speriamo religiosamente, e
anch'io confido religiosamente, che
nelle cose essenziali della fede un'azione dall'alto preservi la nostra
collettività, e quindi colui che sulla Terra ne esprime l'unità, dal cadere definitivamente vittima dell'errore, e
che quindi trovi sempre la forza, a partire dal suo vertice supremo, di convertirsi, di cambiare, dove necessario, ma, in tutto il resto, in tutto ciò che
non rientra nell'essenziale possiamo
serenamente riconoscere che si è molto sbagliato, specialmente negli affari
politici, ma anche in quelli specificamente religiosi. Come si spiegherebbe,
altrimenti, la pace fatta con la Chiesa Luterana sulla dottrina della
giustificazione, il tema centrale dello Scisma d'Occidente, nel Cinquecento (Dichiarazione congiunta sulla Dottrina della
Giustificazione, firma e celebrata il 31-10-99 a Augsburg, in Germania,
dalla Federazione Luterana Mondiale e dalla Chiesa Cattolica Romana - la trovate in
http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/documents/rc_pc_chrstuni_doc_31101999_cath-luth-joint-declaration_it.html
)
Anche a Primo Mazzolari, prete emiliano,
resistente al fascismo e pacifista su basi di fede chiesero se volesse bene al Papa e lui, 1942, in
un'epoca in cui i cattolici italiani, popolo e vertici, erano ancora legati al
compromesso disonorevole con il regime mussoliniano, ci scrisse un libretto
sopra, sostenendo che, sì, anche lui
voleva bene al Papa (si riferiva al
papa Pio 12° - regnante dal 1939 al 1958), in ciò in cui il Papa si manifestava
coerente con il nostro primo Maestro.
"Santità, camminando come vogliamo camminare,
potremo anche sbagliare la strada, accentuare un messaggio non nostro con
qualche cosa di troppo nostro. Ma anche sbagliando possiamo aiutarti, perché
ogni sincera e audace esperienza ti può servire per sbarrare una strada che non
conduce o per avviarne una che conduce.
A noi non importa cadere per aprire piuttosto che per chiudere, a noi importa servire in un'obbedienza che accetta tutte le audacie e non rifiuta nessuna umiliazione.
Noi vogliamo servire in ginocchio e in piedi il Cristo che è in te"
A noi non importa cadere per aprire piuttosto che per chiudere, a noi importa servire in un'obbedienza che accetta tutte le audacie e non rifiuta nessuna umiliazione.
Noi vogliamo servire in ginocchio e in piedi il Cristo che è in te"
Primo Mazzolari voleva dunque bene
al Papa, ma non si fece suddito della sua autorità terrena, non fu amante acritico,
e questo gli costò caro, subendo una dura repressione ideologica dai suoi capi
religiosi.
Perché in questo mio
intervento viene fuori la questione del voler
bene al Papa? Perché essa è centrale nel rinnovamento che si impone in
questo nostro tempo, in cui ci troviamo a dover affrontare una delle cicliche
crisi della nostra confessione religiosa. E lo è in quanto si tratta di uscire
dal modello polacco di vivere
collettivamente la fede che ha prevalso negli ultimi trent'anni e che è tutto centrato, a somiglianza di ciò che
accadde nel regno del papa Pio 12°, sulla relazione di massa con il Papa. Ma perché bisogna uscire da quel
modello? Bisogna farlo perché, ad uno sguardo retrospettivo e cercando di avere
presente le attese che si erano prodotte tra gli anni Cinquanta e gli anni
Settanta del secolo scorso, la vitalità delle nostre collettività di allora,
esso ha finito per impoverire e deprivare le nostre esperienze collettive di
fede, inducendoci a farci semplici ripetitori della dottrina sociale altrui,
quindi depotenziando la più importante novità
che si era prodotta in Europa a partire dall'Ottocento nelle nostre
collettività religiose, vale a dire la capacità di pensare con autonomia e
originalità e di realizzare forme di democrazia di massa e di
organizzazione dell'economia che, religiosamente, tenessero conto dell'esigenza
di elevare le persone umane, nelle loro dimensioni
individuali e sociali, e non solo di fotografare
e consacrare i rapporti di forza
stabiliti nella società: si tratta del lavoro del cristianesimo democratico, movimento di cui il cattolicesimo democratico è
stato ed è parte molto importante. Da quel lavoro scaturirono i principi
enunciati negli articoli 2 e 3 della nostra Costituzione (1948), che trovano
corrispondenza nella Convenzione europea per la salvaguardia dei
diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (1950) e nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione
Europa (entrata in vigore come legge dell'Unione Europea il 1 dicembre
2009): la nostra nuova Europa, anche se si è persa la capacità di riconoscerlo,
si basa su fondamenta religiose.
Il modello polacco, ai tempi in cui
cominciò a divenire un modello anche al
di fuori della Polonia, vale a dire verso la metà degli anni '70 del secolo
scorso, dava voce solo ai capi religiosi, esponenti dell'alto clero nazionale,
i quali, nel regime comunista dominante
all'epoca in quella nazione, godevano di spazi di autonomia. L'iniziativa politica dei laici sarebbe stata colpita
duramente: essa si espresse quindi essenzialmente come autonomia nel sociale,
in particolare nel sindacalismo. Le iniziative rivoluzionarie, rispetto al regime comunista dominante, vennero riservate ai capi religiosi. Quel
modello di azione collettiva in Polonia ebbe esiti rivoluzionari in quanto fu
determinante nel produrre il crollo di quel regime comunista, che avversava
l'affermarsi delle visioni religiose nella società. Trasportato nell'Europa
occidentale si saldò invece con le concezioni reazionarie che osteggiavano i
cambiamenti indotti dal moto di riforma religiosa prodotto dal Concilio
Vaticano 2° (1962-1965), determinando una ripresa del paternalismo autoritario
di massa che aveva caratterizzato lo stile dei Papi da Leone 13° (1878-1903) in
poi, con le sole pause dei regni dei Papi Giovanni 23° (regnante dal 1958 al
1963) e Paolo 6° (regnante dal 1963 al 1978). Il modello polacco in Europa fu caratterizzato negli ultimi
quarant'anni da masse reazionarie e da un Papa ancora capace di gesti rivoluzionari, che però poi non stentavano
a diventare patrimonio culturale di massa. Mentre però in Polonia quel modello
indusse esiti rivoluzionari, quindi di riforma sociale profonda, nell'Europa
delle democrazie occidentali esso venne a insterilire i moti di riforma sociale
su base religiosa, determinando quei compromessi politici che sono stati
all'origine della crisi che l'anno scorso ha coinvolto i vertici romani della
nostra confessione religiosa, la cui natura è stata piuttosto esplicitamente
spiegat al Papa rinunciate e da quello attuale. Questa, in fondo, è ancora oggi la situazione. Come si capisce
bene ad essere in questione non è in realtà il Papa, ma sono le masse, quindi
noi tutti gente di fede, e la nostra
abitudine di farci semplici ripetitori delle idee che giungono dalle autorità
religiose, una sorta di impianto di
amplificazione della voce dell'autorità.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli