domenica 11 maggio 2014

Pensare nuovi modi per vivere la fede insieme

Pensare nuovi modi per vivere la fede insieme
 
 Mi chiedono, a volte, se voglio bene al Papa. Ma sì, ma sì, anch'io voglio bene al Papa; però il mio voler bene al Papa non è costitutivo del mio essere persona di fede. L'insegnamento dei Papi è stato molto importante nel formarmi alla fede, ma la mia fede non dipende da esso, non è fatta solo dell'adesione a quell'insegnamento, che, del resto, come tutti i pronunciamenti umani, non può comprendere tutta  la realtà, e in effetti  neppure pretende di farlo, e quand'anche lo pretendesse non ci riuscirebbe. Esso del resto, anche se ideologicamente si cerca di sminuire la cosa, ha avuto una sua evoluzione storica, che si è fatta molto veloce dalla metà dell'Ottocento e velocissima dagli scorsi anni Cinquanta, per cui è inevitabile e addirittura doveroso per una persona di fede l'esercizio critico per cogliere il senso di questo cambiamento e non restare ancorato a concezioni desuete: queste ultime, come sempre accade nel corso delle cose umane, continuano a persistere insieme alle novità e non sempre queste ultime, oltre che nuove, sono anche buone; non solo: una novità non diventa buona solo per il fatto essere insegnata con autorità. Certo, noi confidiamo, quindi speriamo religiosamente, e anch'io confido religiosamente, che nelle cose essenziali della fede un'azione dall'alto preservi la nostra collettività, e quindi colui che sulla Terra ne esprime l'unità, dal cadere definitivamente vittima dell'errore, e che quindi trovi sempre la forza, a partire dal suo vertice supremo, di convertirsi, di cambiare, dove necessario, ma, in tutto il resto, in tutto ciò che non rientra nell'essenziale possiamo serenamente riconoscere che si è molto sbagliato, specialmente negli affari politici, ma anche in quelli specificamente religiosi. Come si spiegherebbe, altrimenti, la pace fatta con la Chiesa Luterana sulla dottrina della giustificazione, il tema centrale dello Scisma d'Occidente, nel Cinquecento (Dichiarazione congiunta sulla Dottrina della Giustificazione, firma e celebrata il 31-10-99 a Augsburg, in Germania, dalla Federazione Luterana Mondiale e dalla Chiesa Cattolica Romana - la trovate in

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/documents/rc_pc_chrstuni_doc_31101999_cath-luth-joint-declaration_it.html )

 Anche a Primo Mazzolari, prete emiliano, resistente al fascismo e pacifista su basi di fede chiesero se volesse bene al Papa e lui, 1942, in un'epoca in cui i cattolici italiani, popolo e vertici, erano ancora legati al compromesso disonorevole con il regime mussoliniano, ci scrisse un libretto sopra, sostenendo che, sì, anche lui voleva bene al Papa  (si riferiva al papa Pio 12° - regnante dal 1939 al 1958), in ciò in cui il Papa si manifestava coerente con il nostro primo Maestro.
"Santità, camminando come vogliamo camminare, potremo anche sbagliare la strada, accentuare un messaggio non nostro con qualche cosa di troppo nostro. Ma anche sbagliando possiamo aiutarti, perché ogni sincera e audace esperienza ti può servire per sbarrare una strada che non conduce o per avviarne una che conduce.
A noi non importa cadere per aprire piuttosto che per chiudere, a noi importa servire in un'obbedienza che accetta tutte le audacie e non rifiuta nessuna umiliazione.
Noi vogliamo servire in ginocchio e in piedi il Cristo che è in te"
  Primo Mazzolari voleva dunque bene al Papa, ma non si fece suddito della sua autorità terrena, non fu amante acritico, e questo gli costò caro, subendo una dura repressione ideologica dai suoi capi religiosi.
  Perché in questo mio intervento viene fuori la questione del voler bene al Papa? Perché essa è centrale nel rinnovamento che si impone in questo nostro tempo, in cui ci troviamo a dover affrontare una delle cicliche crisi della nostra confessione religiosa. E lo è in quanto si tratta di uscire dal modello polacco di vivere collettivamente la fede che ha prevalso negli ultimi trent'anni e che è  tutto centrato, a somiglianza di ciò che accadde nel regno del papa Pio 12°, sulla relazione di massa con il  Papa. Ma perché bisogna uscire da quel modello? Bisogna farlo perché, ad uno sguardo retrospettivo e cercando di avere presente le attese che si erano prodotte tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del secolo scorso, la vitalità delle nostre collettività di allora, esso ha finito per impoverire e deprivare le nostre esperienze collettive di fede, inducendoci a farci semplici ripetitori della dottrina sociale altrui, quindi depotenziando la più importante novità che si era prodotta in Europa a partire dall'Ottocento nelle nostre collettività religiose, vale a dire la capacità di pensare con autonomia e originalità e  di realizzare  forme di democrazia di massa e di organizzazione dell'economia che, religiosamente, tenessero conto dell'esigenza di elevare  le persone umane, nelle loro dimensioni individuali e sociali, e non solo di fotografare e consacrare i rapporti di forza stabiliti nella società: si tratta del lavoro del cristianesimo democratico, movimento di cui il cattolicesimo democratico  è stato ed è parte molto importante. Da quel lavoro scaturirono i principi enunciati negli articoli 2 e 3 della nostra Costituzione (1948), che trovano corrispondenza  nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (1950) e nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europa (entrata in vigore come legge dell'Unione Europea il 1 dicembre 2009): la nostra nuova Europa, anche se si è persa la capacità di riconoscerlo, si basa su fondamenta religiose.
 Il modello polacco, ai tempi in cui cominciò a divenire un modello anche al di fuori della Polonia, vale a dire verso la metà degli anni '70 del secolo scorso, dava voce solo ai capi religiosi, esponenti dell'alto clero nazionale, i quali, nel regime comunista  dominante all'epoca in quella nazione, godevano di spazi di autonomia. L'iniziativa politica dei laici sarebbe stata colpita duramente: essa si espresse quindi essenzialmente come autonomia nel sociale, in particolare nel sindacalismo. Le iniziative rivoluzionarie, rispetto al regime comunista dominante,  vennero riservate ai capi religiosi. Quel modello di azione collettiva in Polonia ebbe esiti rivoluzionari in quanto fu determinante nel produrre il crollo di quel regime comunista, che avversava l'affermarsi delle visioni religiose nella società. Trasportato nell'Europa occidentale si saldò invece con le concezioni reazionarie che osteggiavano i cambiamenti indotti dal moto di riforma religiosa prodotto dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965), determinando una ripresa del paternalismo autoritario di massa che aveva caratterizzato lo stile dei Papi da Leone 13° (1878-1903) in poi, con le sole pause dei regni dei Papi Giovanni 23° (regnante dal 1958 al 1963) e Paolo 6° (regnante dal 1963 al 1978). Il modello polacco in Europa fu caratterizzato negli ultimi quarant'anni da masse reazionarie e da un Papa ancora capace di gesti rivoluzionari, che però poi non stentavano a diventare patrimonio culturale di massa. Mentre però in Polonia quel modello indusse esiti rivoluzionari, quindi di riforma sociale profonda, nell'Europa delle democrazie occidentali esso venne a insterilire i moti di riforma sociale su base religiosa, determinando quei compromessi politici che sono stati all'origine della crisi che l'anno scorso ha coinvolto i vertici romani della nostra confessione religiosa, la cui natura è stata piuttosto esplicitamente spiegat al Papa rinunciate e da quello attuale. Questa, in fondo,  è ancora oggi la situazione. Come si capisce bene ad essere in questione non è in realtà il Papa, ma sono le masse, quindi noi tutti gente di fede,  e la nostra abitudine di farci semplici ripetitori  delle idee che giungono dalle autorità religiose, una sorta di impianto di amplificazione della voce dell'autorità.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli