Compiti a casa
Ci stiamo avvicinando
alla pausa estiva delle riunioni infrasettimanali del martedì del nostro gruppo
di Azione Cattolica ed è solitamente il tempo di bilanci. Non è che l'Azione
Cattolica sospenda il suo attivismo,
vale a dire ciò che la caratterizza
maggiormente al pari dell'essere cattolica,
perché il suo ruolo nella società coincide con quello dei suoi associati ed
essi attivi lo sono sempre, nella famiglia, nelle professioni,
nella politica, nella cultura, nella solidarietà verso gli altri, ma anche, ad
esempio, negli sport, nelle arti, negli svaghi, nel girovagare per il mondo
spinti dalla propria curiosità per ciò che di antico e di nuovo c'è. Non è
quindi che uno si attacchi al bavero della giacca il distintivo dell'AC
entrando intorno alle cinque del pomeriggio in quell'oretta e un quarto di
riunione in parrocchia e poi se lo rimetta in tasca uscendo. Quel distintivo,
non tanto inteso come placchetta metallica ma come costume di vita, uno lo
esibisce sempre e, di solito, quelli dell'Azione Cattolica sono chiaramente
riconoscibili come tali anche, e soprattutto, fuori delle chiese. Un esempio di
questo stile di vita fu il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (1918-2012;
presidente dal 1992 al 1999), il quale portava sempre sulla giacca il suo
vecchio distintivo di AC, ma che era riconoscibile come membro dell'Azione
Cattolica soprattutto in ogni parola che diceva e scriveva e in ogni gesto che
faceva. E che lo era soprattutto nella sua capacità di confrontarsi positivamente
con la società del suo tempo, superando le barriere che dividevano le sue
componenti, innanzi tutto quelle determinate dalla propria formazione e dalle
proprie abitudini di vita e di pensiero, dalle proprie origini sociali e
culturali, da schemi mentali ricevuti dal passato e divenuti in parte desueti. Nella
misura in cui egli fu un laico di fede nello spirito evangelico, un laico
sicuramente non clericale, egli fu ascoltato ben oltre i confini della nostra
comunità religiosa. Con questo non voglio dire che io mi attenda che tutti
diventino come lui. Io infatti credo che si possa tranquillamente essere
persone di fede anche se clericali e reazionari, convinti che il meglio si
trovi in un qualche nostro passato della nostra straordinaria e tremenda storia
religiosa. Dico però che il modello, l'esempio, a cui cerco personalmente di
tendere e a cui mi pare di aver capito che anche l'AC tenda, non è sicuramente
quello del clericale e del reazionario e ciò per una serie di buone ragioni che
ho cercato di esporre nei miei interventi su questo blog (ormai quasi seicento)
dagli oltre due anni dalla sua attivazione, nel gennaio 2012 (essi sono tutti
disponibili per la lettura, cliccando nell'elenco qui sulla destra).
E' tempo di bilanci
perché lo spirito umano ne ha bisogno a scadenze cicliche. E per noi dell'AC parrocchiale il tempo di
maggio/giugno lo è: la ripresa a ottobre è avvertita come un nuovo inizio.
Dunque, facendo il
bilancio della sessione sociale trascorsa, dobbiamo tranquillamente riconoscere
che il nostro principale proposito, quello di rinnovare il gruppo attirando gente
nuova, nella fascia 25/45 anni, non ha avuto successo. Per noi questa esigenza
è vitale perché attiene alla sopravvivenza stessa della nostra esperienza
associativa. Per il resto invece abbiamo fatto molte cose interessanti nelle
riunioni del martedì e in altre occasioni sociali, che ci hanno fatto crescere
come persone di fede. Le sollecitazioni che ci sono venute dal nuovo corso che
c'è in religione non sono rimaste senza effetto. E la crescita come persone di
fede ha sicuramente prodotto risultati nella parte di società in cui viviamo e
con la quale interagiamo. Moltiplicati per milioni, questi apporti personali
incidono e molto; molto, molto di più
del superficiale accorrere di moltitudini agli spettacolari eventi mediatici
dei quali la nostra organizzazione religiosa è ancora maestra.
Perché come gruppo
parrocchiale di AC non riusciamo ad attirare
le persone, a differenza da come si
legge avveniva alle origini delle nostre comunità di fede, ad esempio nella
Gerusalemme del primo secolo? Per capirlo bisognerebbe comprendere bene, al di
là dell'ideologia propagandistica storicamente poco affidabile che ancora è
insegnata in religione, ciò che duemila anni fa produsse quel convergere di
popolo e, di nuovo al di là di quella medesima ideologia, che cosa ostacola il
ripetersi ai tempi nostri di quel fenomeno. Questo richiede a tutti noi una
ulteriore crescita culturale, uno sforzo di approfondimento che è innanzi tutto
storico. Una delle principali ragioni per cui si viene in Azione Cattolica è
appunto quella di fare questo lavoro, che è collettivo, richiede un confronto
con gli altri e un aiutarsi reciproco. Non è quindi che si venga in Azione
Cattolica solo per farsi spiegare dai preti tutte le cose della vita, intendo
quelle del mondo che si muove fuori degli spazi liturgici: essi non hanno in
genere la capacità di farlo proprio per la loro particolare condizione e la loro conseguente formazione; si tratta
infatti di un lavoro che spetta innanzi tutto proprio ai laici di fede, ma che
fa fatto insieme confrontando idee ed esperienze e ragionandoci sopra.
Questo blog, che
intenzionalmente non viene assolutamente
propagandato in parrocchia, in quanto
non mira ad attirare quelli che già sono dentro
bensì quelli che sono fuori, vorrebbe
essere uno strumento di primo avvicinamento
offerto a coloro che per vari motivi non sono più o non sono mai stati
coinvolti in un'esperienza di fede di carattere sociale. Parte quindi dall'idea
di parlare con persone che non sono più o non sono mai state consapevoli delle
dinamiche sociali della nostra esperienza religiosa: è come se fossero
viaggiatori in attesa in una stazione
straniera, i quali vedono andare e venire vari treni, ma non riescono a capire
da dove vengono e dove vanno. I treni vanno e vengono rapidamente, si fermano
per pochi minuti, e c'è poco tempo per orizzontarsi. Le scritte e gli annunci
sono in una lingua che non si riesce bene a comprendere. Allora si comincia a
chiedere a chi passa, ma è gente che parla straniero e che inoltre ha fretta. Capita
allora di provare a salire un po' a caso su uno dei treni in partenza, magari
per poi scoprire che non va verso il luogo che si voleva raggiungere. Ecco
quindi spiegata la ragione per cui pignolescamente, quando cito qualche figura
storica cerco di dare qualche riferimento temporale e quando cito qualche
documento importante lo situo storicamente e se non ha titolo in italiano lo traduco.
Tempo fa su un articolo del quotidiano che leggo si è ironizzato sulle carenze
culturali di molti dei nostri fedeli, ma io non mi ci sono divertito, piuttosto
me ne sono sentito responsabile. Avendo avuto il privilegio di una istruzione
religiosa più approfondita di altri, in particolare negli anni universitari a
stretto contatto con un importante teologo italiano, mi sento impegnato a diffondere ciò che ho ricevuto, e devo
riconoscere di non aver fatto abbastanza. La cultura è solo sterile erudizione
se non passa agli altri, se uno non se ne fa strumento di crescita a vantaggio
di coloro con cui entra in contatto sociale.
Potevamo fare meglio
e di più? Vedremo, cercheremo di capirlo ragionandoci su. Certo che la gran
parte dei membri del nostro gruppo sono ormai gente anziana. I più giovani sono
impegnati totalmente negli studi e poi lo saranno nella formazione della
famiglia e nel lavoro. Io sono molto preso dal mio lavoro, tanto che negli
ultimi giorni ho avuto difficoltà a
rispettare l'impegno di scrivere almeno qualche riga ogni giorno sul blog, così
come quotidianamente prego.
Bisogna anche dire
che la diffusione delle convinzioni di fede non dipende solo dall'azione nostra
(e meno male): questa è un'idea che deriva dalle nostre concezioni religiose. Riteniamo
infatti che il soprannaturale sia sempre all'opera. A noi tocca di seminare, ma
non dobbiamo attenderci di poter raccogliere. E forse non siamo ancora
all'epoca del raccolto. I segni dei tempi
sono questi. Ma seminare si deve: questo è essenziale per la nostra vita di
fede. Il tesoro prezioso che abbiamo ricevuto non è fatto per essere seppellito,
la nostra luce interiore, che riteniamo il riflesso di una luce soprannaturale,
non è fatta per essere nascosta, ma per risplendere. E' forse ancora il tempo,
questo, della semina nelle lacrime, come canta il salmo: chissà se poi ci riuscirà anche di mietere con
giubilo! E, insomma, si fa quel che si può, secondo una tradizione culturale
che noi in modo innovativo impersoniamo, e poi si confida che la nostra fede
faccia breccia in altri cuori. Affidando religiosamente il risultato dell'opera
nostra all'azione soprannaturale che riteniamo stia tuttora dispiegandosi nella
storia degli esseri umani, quindi mettendolo in mani migliori delle nostre, ci liberiamo dell'angoscia che consegue alla
constatazione dell'apparente inefficacia dei nostri sforzi, proponendoci
tuttavia di continuarli, metodicamente, sistematicamente.
Io penso che,
ragionando evangelicamente, potremmo proporci realisticamente come obiettivo
per il prossimo anno associativo di raggiungere quota dodici, vale a dire di riuscire a coinvolgere nelle nostre
attività di gruppo almeno dodici nuove persone della fascia d'età 25/45. Quel
numero di persone ha innescato la spettacolare espansione della nostra fede
alle origini e noi, comunque, saremmo molti di più perché ai nuovi si
aggiungerebbero i membri più anziani, tra i quali anch'io ormai sono compreso.
Dobbiamo proporci di costituire un cenacolo
associativo in cui si possano effettivamente scambiare e confrontare idee ed
esperienze proprie di tutte le fasce d'età degli adulti attivi nella società e
a partire dal quale si possano tentare nuovi modelli di vita sociale.
Il clima, come ho già
osservato in altri interventi, non è favorevole, perché veniamo da una lunga
era caratterizzata da un certo atteggiamento reazionario e cupo nei confronti
della storia contemporanea, che non corrisponde alla mentalità della gente più
giovane, la quale per indole naturale è portata alla fiducia nel futuro; un'era
in cui, al di là delle dichiarazioni
programmatiche, si è privilegiato il serrare le fila piuttosto che il dialogo
sociale. E ancora il rapporto con il mondo, l'uscire dalla chiese, è ancora essenzialmente concepito come
un'attività propagandistica, di piazzisti del sacro, come quando suonano alla
porta di casa e ci sono fuori quelli che ti vogliono vendere l'aspirapolvere
o metterti tra le mani l'opuscolo in cui
ti si dice tutto quello che c'è da capire sull'universo. In realtà noi non
abbiamo nulla da vendere e non
riteniamo di essere monopolisti di una qualche verità: invece cerchiamo gente
per capire meglio, insieme, la storia
che stiamo vivendo e come agire positivamente su di essa. Sbaglierebbe, quindi,
chi venendo da noi cercasse la ricetta di vita giusta. Noi non ne abbiamo uno
valida per tutti: bisogna scoprirla insieme. E, in ciò, la fede religiosa non è
un punto di arrivo, ma di partenza.
Bene, ho cercato di
fare un primo bilancio, ma ho fatto anche alcuni propositi per il futuro; vedremo
se saranno condivisi nel gruppo. Come si fa a scuola e in estate ci sono le vacanze, potremmo quindi assegnarci dei compiti a casa, per ripartire a ottobre.
Che la pausa estiva non sia infruttuosa! Proponiamoci, ad esempio, come si
faceva da ragazzi, una serie di letture. Innanzi tutto penso che potremmo
riflettere più a fondo sull'esortazione sulla gioia della fede del nostro nuovo
vescovo e padre universale, un documento lungo e complesso. Ma potremmo individuare
nelle pubblicazione della casa editrice dell'AC, la A.V.E., una sorta di libro di testo per l'estate, da ordinare e da
distribuire all'ultima riunione, e poi da leggere nelle ferie estive, per ragionarci
sopra insieme alla ripresa delle attività associative.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli