L'accettazione del
pluralismo
Il cambio al vertice
supremo della nostra confessione religiosa, prodottosi l'anno scorso, ha creato
attese di un mutamento profondo dei costumi dell'intero popolo di fede. Esse però contrastano con la riduzione
dell'effettività della capacità di influire dall'alto sulle dinamiche sociali e
sono espressione di una concezione paternalistica dell'autorità religiosa che è
all'origine della crisi che si sta vivendo oggi tra la gente di fede. Si tratta
di concezioni che corrispondono all'ideologia diffusa dai nostri capi religiosi
per mantenere l'unità dei loro governati e che risale molto nel tempo. Esse
hanno comunque origini storiche, non
è originaria, non fa parte di quello che viene definito il deposito di fede immutabile. Come emerge chiaramente dalle letture
evangeliche che si vanno facendo in questo tempo liturgico, al centro degli
insegnamenti sull'esercizio dell'autorità religiosa attestati negli scritti
espressione delle concezioni originarie delle nostre prime comunità di fede sta
l'idea, ripresa dagli scritti profetici dell'antico giudaismo, che essa si
manifesti direttamente dal soprannaturale, superando i poteri terreni, che
sempre manifestano limiti. Come sia accaduto che dal soprannaturale l'autorità
religiosa si ridiscesa sulla Terra configurandosi come un impero religioso può
essere ricostruito storicamente come
un processo sociale molto lungo, durato diversi secoli, che trovò espressione
ideologica a partire dagli inizi del secondo millennio della nostra era. Le
poche frasi evangeliche sul potere delle
chiavi attribuito ai primi apostoli non implicano e non sorreggono
necessariamente tutto ciò che si è costruito in tema di autorità religiosa
nella nostra confessione, che dipende giuridicamente dipende molto più dal
diritto pubblico romano dell'era classica che da concezioni religiose, come del
resto è accaduto anche per le ideologie che hanno sorretto le dinastie sovrane
europee fino al Settecento.
C'è chi, tra il clero
e i laici, ragiona in merito alle proposte di riforma dell'organizzazione del
vertice supremo della nostra confessione religiosa, la cui necessità è stata
del resto avvertita anche dall'ultimo Papa santo. Ma per la maggior parte dei fedeli
si tratta di un esercizio non indispensabile nella situazione di oggi, in cui
si aprono tante altre possibilità per sperimentare cose nuove, senza dover
attendere lentissimi processi di cambiamento che si prospettano lentissimi in
quanto nelle mani stesse di chi esercita il potere da riformare. Più produttivo
è, a mio avviso, cercare di ideare e attuare nuove forme di vivere
collettivamente la fede, sfruttando gli spazi di libertà religiosa che nel
nostro tempo sono consentiti sia dalla società civile sia dai nuovi statuti
della nostra confessione religiosa, in particolare da quelli approvati negli
anni Sessanta durante il Concilio Vaticano 2°. Il campo in cui bisogna
sforzarsi di pensare cose nuovo e, in particolare, quello della serena accettazione del pluralismo,
della pacifica coesistenza di più concezioni religiose all'interno di un'unica
confessione. Questo comporta costruire una ideologia collettiva che non leghi l'identità
religiosa alla fedeltà a un capo terreno, in cui quindi non ci si attenda la sconfessione di chi non la pensa come
lui su alcuni temi e in cui, ancora, non ci si proponga poi di prevalere sugli
altri esercitando un'influenza sulla corte del capo supremo e non ci si aspetti
che tutto cambi cambiando l'imperatore religioso. Essa sarebbe una novità assoluta nella nostra
esperienza di collettività religiosa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, VAlli