lunedì 12 maggio 2014

L'accettazione del pluralismo


L'accettazione del pluralismo

 

 Il cambio al vertice supremo della nostra confessione religiosa, prodottosi l'anno scorso, ha creato attese di un mutamento profondo dei costumi dell'intero popolo di fede.  Esse però contrastano con la riduzione dell'effettività della capacità di influire dall'alto sulle dinamiche sociali e sono espressione di una concezione paternalistica dell'autorità religiosa che è all'origine della crisi che si sta vivendo oggi tra la gente di fede. Si tratta di concezioni che corrispondono all'ideologia diffusa dai nostri capi religiosi per mantenere l'unità dei loro governati e che risale molto nel tempo. Esse hanno comunque origini storiche, non è originaria, non fa parte di quello che viene definito il deposito di fede immutabile. Come emerge chiaramente dalle letture evangeliche che si vanno facendo in questo tempo liturgico, al centro degli insegnamenti sull'esercizio dell'autorità religiosa attestati negli scritti espressione delle concezioni originarie delle nostre prime comunità di fede sta l'idea, ripresa dagli scritti profetici dell'antico giudaismo, che essa si manifesti direttamente dal soprannaturale, superando i poteri terreni, che sempre manifestano limiti. Come sia accaduto che dal soprannaturale l'autorità religiosa si ridiscesa sulla Terra configurandosi come un impero religioso può essere ricostruito storicamente come un processo sociale molto lungo, durato diversi secoli, che trovò espressione ideologica a partire dagli inizi del secondo millennio della nostra era. Le poche frasi evangeliche sul potere delle chiavi attribuito ai primi apostoli non implicano e non sorreggono necessariamente tutto ciò che si è costruito in tema di autorità religiosa nella nostra confessione, che dipende giuridicamente dipende molto più dal diritto pubblico romano dell'era classica che da concezioni religiose, come del resto è accaduto anche per le ideologie che hanno sorretto le dinastie sovrane europee fino al Settecento.
 C'è chi, tra il clero e i laici, ragiona in merito alle proposte di riforma dell'organizzazione del vertice supremo della nostra confessione religiosa, la cui necessità è stata del resto avvertita anche dall'ultimo Papa santo. Ma per la maggior parte dei fedeli si tratta di un esercizio non indispensabile nella situazione di oggi, in cui si aprono tante altre possibilità per sperimentare cose nuove, senza dover attendere lentissimi processi di cambiamento che si prospettano lentissimi in quanto nelle mani stesse di chi esercita il potere da riformare. Più produttivo è, a mio avviso, cercare di ideare e attuare nuove forme di vivere collettivamente la fede, sfruttando gli spazi di libertà religiosa che nel nostro tempo sono consentiti sia dalla società civile sia dai nuovi statuti della nostra confessione religiosa, in particolare da quelli approvati negli anni Sessanta durante il Concilio Vaticano 2°. Il campo in cui bisogna sforzarsi di pensare cose nuovo e, in particolare, quello della serena accettazione del pluralismo, della pacifica coesistenza di più concezioni religiose all'interno di un'unica confessione. Questo comporta costruire una ideologia collettiva che non leghi l'identità religiosa alla fedeltà a un capo terreno, in cui quindi non ci si attenda la sconfessione di chi non la pensa come lui su alcuni temi e in cui, ancora, non ci si proponga poi di prevalere sugli altri esercitando un'influenza sulla corte del capo supremo e non ci si aspetti che tutto cambi cambiando l'imperatore religioso.  Essa sarebbe una novità assoluta nella nostra esperienza di collettività religiosa.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, VAlli