Che cos'è e come si
fa la mediazione culturale
Miei appunti di
lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture -
problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline,
1982
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Il processo
di mediazione culturale e di inculturazione non deve significare affatto
sminuire la forza del radicalismo
evangelico, il rigore di una sequela che comporti associazione alla vita del
maestro.
Seguire è
credere dirà Giovanni, seguire è abbandonare e rinnegarsi dicono i Sinottici;
seguire è imitare spiegherà meglio Paolo.
Mediazione
culturale significa ancora riconoscere che la storia del cristianesimo in fondo
non è che una storia di imitatori e seguaci.
La vera
teologia della chiesa è la storia degli eventi salvifici che di contino si incarnano
nella vita dei credenti. E' la storia di racconti che sono insieme memoria e
testimonianza di una vita che "conquista senza bisogno di parole quelli
che si rifiutano di credere alla Parola".
La nostra
storia è una storia di peccato e di grazia, di sequela e di attesa. Anche
quella delle singole comunità ecclesiali. Occorre [quindi] "demitizzare" la
nostra storia e le nostre "narrazioni": scomponendo di continuo il
monolite delle tradizioni decodificando nella memoria e nell'identità ereditata
gli elementi che sono realmente tipici, essenziali e irrinunciabili, per
distinguerli da quelli che sono contingenze culturali, stratificazioni prodotte
dal pessimismo o dall'ottimismo [nell'espressione delle concezioni di fede],
dai rapporti ereditati con civiltà obsolete, da limitazioni personali,
pastorali, socio-economiche connaturali ad altre epoche e non alle nostre.
Le nostre
comunità di credenti hanno bisogno di ascoltare di nuovo ciò che devono
credere, le ragioni della propria speranza, il comandamento nuovo dell'amore.
In altre parole hanno bisogno di essere riconvocate e convertire.
Mie considerazioni
L'evoluzione culturale delle società umane si sviluppa secondo criteri in
parte analoghi a quelle dell'evoluzione biologica: per conservazione e accumulo
e per varianti che vengono mantenute, con in più, trattandosi di processi
consapevoli, effettivamente in parte determinati da disegni collettivi intelligenti, un continuo lavoro di correzione e
adattamento, da una parte, e di imitazione dall'altra. Queste ultime
caratteristiche consentono un'evoluzione complessivamente estremamente più
veloce delle società umane rispetto a quella biologica e non determinata esclusivamente
dal risultato di sopravvivenza dopo conflitti. Le capacità cognitive degli
esseri umani consentono infatti una stupefacente capacità delle società umane
di interagire tra loro anche nelle modalità della solidarietà e dello scambio
per equivalenti oltre che in quella, spietata e cieca al modo delle dinamiche
naturali, del conflitto. E' proprio la cultura, intesa come "un insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il
costume e qualsiasi altra capacità e abitudine
acquisita dall'uomo come membro della società [E.B.Taylor in "Primitive Culture" (=la
cultura dei primitivi), Murray, Londra, 1871, citato nel testo da Secondin - si
veda parte n.1 di questa sintesi], che ha fatto storicamente la differenza, tra
gli umani, per questo tipo di evoluzione. Questo aspetto differenzia
profondamente le società umane dalle altre popolazioni animali, che
fondamentalmente sono assoggettate alla dura legge di natura del conflitto e
della predazione, secondo la quale, in particolare, tutti mangiano tutti, pesce
grosso mangia pesce piccolo, una legge spietata e sanguinaria che in religione
consideriamo come il frutto di una caduta,
immaginando una originaria diversa realtà da erbivori, alle origini della
storia dei viventi animati.
Spesso non
ci si rende conto dell'importanza che ha, nell'evoluzione delle società umane,
la capacità di farsi volontari imitatori
e seguaci. E' proprio questo che ha consentito lo straordinario processo di conservazione
e accumulo di informazioni che ha determinato, finora, il successo degli umani
su tutti gli altri viventi terrestri e, in particolare, il prevalere sociale su
quasi tutti i viventi nemici naturali dell'umanità, ad eccezione, per ciò che
ne so, di batteri patogeni e virus. Le società umane, a differenza delle
popolazioni degli altri animali, non hanno bisogno di attendere il lunghissimo
esito del processo di selezione naturale
indotto dalla spietata legge della natura, ma possono introdurre varianti fortunate per imitazione e
scambio di equivalenti, in quest'ultimo caso secondo le dinamiche di mercato.
La possibilità di interazioni di progresso tra società umane che, secondo le
leggi di natura, dovrebbero tendere semplicemente a prevalere l'una sull'altra, sterminando tutti gli individui delle
società concorrenti e in tal modo eliminando i loro codici genetici, sono date
secondo le modalità dell'agàpe,
quindi della possibilità di scoprire solidarietà con società teoricamente
concorrenti e di radunarne gli individui in un convegno festoso, condividendo risorse e facendo in tal modo unità. Questa opportunità venne
sottovalutata dalle correnti del cosiddetto darwinismo
sociale le quali, dalla metà
dell'Ottocento, applicarono alquanto semplicisticamente le leggi
dell'evoluzione biologica delle specie animali all'evoluzione della società
umane, ritenendo un bene che la sanguinosa legge di natura fosse volontariamente applicata anche a queste
ultime, finendo poi per dare le basi culturali al razzismo novecentesco, che
pretese di avere fondamento scientifico e fu diffuso anche in Italia negli anni
'30.
L'evoluzione delle società umane ha anche
un'altra importante caratteristica che la rende più veloce: la capacità degli
esseri umani di individuare razionalmente e combattere gli errori nella replicazione
dei modelli e di introdurre volontariamente varianti,
in quest'ultimo caso senza attendere i tempi lunghissimi della produzione
casuale e dell'affermazione con le modalità della selezione naturale. Questa
capacità, che negli ultimi millenni ha riguardato la dimensione sociale, ora, con il progresso della
bioscienze, comincia a riguardare anche
la nostra fisiologia. In un certo senso è vero, quindi, che noi
abbiamo la capacità di creare esseri
umani nuovi. Questa possibilità di
incessante rinnovamento riguarda anche la religione; è sempre stato un fatto
molto evidente, ma se ne è cominciato a prendere veramente collettivamente
coscienza e, soprattutto, ad accettarla come un fenomeno anche positivo solo
dagli scorsi anni Sessanta.
Scrive Paul Paupard, in un articolo pubblicato
sull'ultimo numero di Coscienza,
trattando della genesi della costituzione conciliare Gaudium et spes [=la gioia e la speranza] del Concilio Vaticano 2°
(1962-1965), e, in particolare, del n.54 di quel documento normativo:"…aggiunge il testo, le scienze
storiche giovano a far considerare le cose sotto l'aspetto della loro
mutabilità ed evoluzione. Basta pensare al significato del tempo nella storia
della salvezza, dalla Genesi all'Apocalisse. Viene dopo, l'industrializzazione,
l'urbanesimo e le altre cose che favoriscono la vita comunitaria e creano nuove
forme di cultura (cultura di massa), da cui nascono nuovi modi di pensare, di
agire, di impiegare il tempo libero. Il n. 54, dedicato a questi nuovi stili di
vita, conclude, secondo la confidenza di monsignor Moeller su una visione
proprio teilhardiana [dal teologo Marie-Joseph Pierre Teilhard de Charidn,
filosofo gesuita - 1881-1955] Così poco a poco si prepara una forma più
universale di cultura umana che tanto più promuove ed esprime l'unità del
genere umano, quanto meglio rispetta la particolarità delle diverse
culture".
Ora,
usciamo da un'era storica in cui, nella nostra organizzazione religiosa, quel
lavoro di correzione degli errori di cui dicevo ha comportato non
solo la funzione molto importante di contenimento
del male (riprendo il concetto da un
recente libro del filosofo italiano Cacciari), ma anche un lavoro piuttosto
pervicace di inibizione di ogni variante. Questo ha oggettivamente impoverito
la nostra vita di fede e ne ha determinato il regresso nella società, questa
volta, sì, quasi al modo in cui un fenomeno simile viene indotto dal processo
di selezione naturale nelle popolazioni animali. Ripensare a fondo questo orientamento
è così diventato, veramente, questione di vita o di morte, di sopravvivenza;
fatto di cui possiamo renderci ben conto nel nostro gruppo di Azione Cattolica.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli