sabato 31 maggio 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (19)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale

Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982


19
 Il processo di mediazione culturale e di inculturazione non deve significare affatto sminuire la forza del radicalismo evangelico, il rigore di una sequela che comporti associazione alla vita del maestro.
 Seguire è credere dirà Giovanni, seguire è abbandonare e rinnegarsi dicono i Sinottici; seguire è imitare spiegherà meglio Paolo.
 Mediazione culturale significa ancora riconoscere che la storia del cristianesimo in fondo non è che una storia di imitatori e seguaci.
 
La vera teologia della chiesa è la storia degli eventi salvifici che di contino si incarnano nella vita dei credenti. E' la storia di racconti che sono insieme memoria e testimonianza di una vita che "conquista senza bisogno di parole quelli che si rifiutano di credere alla Parola".
 La nostra storia è una storia di peccato e di grazia, di sequela e di attesa. Anche quella delle singole comunità ecclesiali.  Occorre [quindi] "demitizzare" la nostra storia e le nostre "narrazioni": scomponendo di continuo il monolite delle tradizioni decodificando nella memoria e nell'identità ereditata gli elementi che sono realmente tipici, essenziali e irrinunciabili, per distinguerli da quelli che sono contingenze culturali, stratificazioni prodotte dal pessimismo o dall'ottimismo [nell'espressione delle concezioni di fede], dai rapporti ereditati con civiltà obsolete, da limitazioni personali, pastorali, socio-economiche connaturali ad altre epoche e non alle nostre.
 Le nostre comunità di credenti hanno bisogno di ascoltare di nuovo ciò che devono credere, le ragioni della propria speranza, il comandamento nuovo dell'amore. In altre parole hanno bisogno di essere riconvocate e convertire.
 
Mie considerazioni
  L'evoluzione culturale delle società umane si sviluppa secondo criteri in parte analoghi a quelle dell'evoluzione biologica: per conservazione e accumulo e per varianti che vengono mantenute, con in più, trattandosi di processi consapevoli, effettivamente in parte determinati da disegni collettivi intelligenti, un continuo lavoro di correzione e adattamento, da una parte, e di imitazione dall'altra. Queste ultime caratteristiche consentono un'evoluzione complessivamente estremamente più veloce delle società umane rispetto a quella biologica e non determinata esclusivamente dal risultato di sopravvivenza dopo conflitti. Le capacità cognitive degli esseri umani consentono infatti una stupefacente capacità delle società umane di interagire tra loro anche nelle modalità della solidarietà e dello scambio per equivalenti oltre che in quella, spietata e cieca al modo delle dinamiche naturali, del conflitto. E' proprio la cultura, intesa come "un insieme complesso che include la conoscenza, le    credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e       abitudine acquisita dall'uomo come membro della società [E.B.Taylor in "Primitive Culture" (=la cultura dei primitivi), Murray, Londra, 1871, citato nel testo da Secondin - si veda parte n.1 di questa sintesi], che ha fatto storicamente la differenza, tra gli umani, per questo tipo di evoluzione. Questo aspetto differenzia profondamente le società umane dalle altre popolazioni animali, che fondamentalmente sono assoggettate alla dura legge di natura del conflitto e della predazione, secondo la quale, in particolare, tutti mangiano tutti, pesce grosso mangia pesce piccolo, una legge spietata e sanguinaria che in religione consideriamo come il frutto di una caduta, immaginando una originaria diversa realtà da erbivori, alle origini della storia dei viventi animati.
 Spesso non ci si rende conto dell'importanza che ha, nell'evoluzione delle società umane, la capacità di farsi volontari imitatori e seguaci. E' proprio questo che ha consentito lo straordinario processo di conservazione e accumulo di informazioni che ha determinato, finora, il successo degli umani su tutti gli altri viventi terrestri e, in particolare, il prevalere sociale su quasi tutti i viventi nemici naturali dell'umanità, ad eccezione, per ciò che ne so, di batteri patogeni e virus. Le società umane, a differenza delle popolazioni degli altri animali, non hanno bisogno di attendere il lunghissimo esito del processo di selezione naturale indotto dalla spietata legge della natura, ma possono introdurre varianti fortunate per imitazione e scambio di equivalenti, in quest'ultimo caso secondo le dinamiche di mercato. La possibilità di interazioni di progresso tra società umane che, secondo le leggi di natura, dovrebbero tendere semplicemente a prevalere l'una sull'altra, sterminando tutti gli individui delle società concorrenti e in tal modo eliminando i loro codici genetici, sono date secondo le modalità dell'agàpe, quindi della possibilità di scoprire solidarietà con società teoricamente concorrenti e di radunarne  gli individui in un convegno festoso, condividendo  risorse e facendo in tal modo unità. Questa opportunità venne sottovalutata dalle correnti del cosiddetto darwinismo  sociale le quali, dalla metà dell'Ottocento, applicarono alquanto semplicisticamente le leggi dell'evoluzione biologica delle specie animali all'evoluzione della società umane, ritenendo un bene che la sanguinosa legge di natura fosse volontariamente applicata anche a queste ultime, finendo poi per dare le basi culturali al razzismo novecentesco, che pretese di avere fondamento scientifico e fu diffuso anche in Italia negli anni '30.
 L'evoluzione delle società umane ha anche un'altra importante caratteristica che la rende più veloce: la capacità degli esseri umani di individuare razionalmente e combattere gli errori  nella replicazione dei modelli e di introdurre volontariamente varianti, in quest'ultimo caso senza attendere i tempi lunghissimi della produzione casuale e dell'affermazione con le modalità della selezione naturale. Questa capacità, che negli ultimi millenni ha riguardato la dimensione sociale, ora, con il progresso della bioscienze, comincia  a riguardare anche la nostra fisiologia.  In un certo senso è vero, quindi, che noi abbiamo la capacità di creare esseri umani nuovi. Questa possibilità di incessante rinnovamento riguarda anche la religione; è sempre stato un fatto molto evidente, ma se ne è cominciato a prendere veramente collettivamente coscienza e, soprattutto, ad accettarla come un fenomeno anche positivo solo dagli scorsi anni Sessanta.
 Scrive  Paul Paupard, in un articolo pubblicato sull'ultimo numero di Coscienza, trattando della genesi della costituzione conciliare Gaudium et spes [=la gioia e la speranza] del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), e, in particolare, del n.54 di quel documento normativo:"…aggiunge il testo, le scienze storiche giovano a far considerare le cose sotto l'aspetto della loro mutabilità ed evoluzione. Basta pensare al significato del tempo nella storia della salvezza, dalla Genesi all'Apocalisse. Viene dopo, l'industrializzazione, l'urbanesimo e le altre cose che favoriscono la vita comunitaria e creano nuove forme di cultura (cultura di massa), da cui nascono nuovi modi di pensare, di agire, di impiegare il tempo libero. Il n. 54, dedicato a questi nuovi stili di vita, conclude, secondo la confidenza di monsignor Moeller su una visione proprio teilhardiana [dal teologo Marie-Joseph Pierre Teilhard de Charidn, filosofo gesuita - 1881-1955] Così poco a poco si prepara una forma più universale di cultura umana che tanto più promuove ed esprime l'unità del genere umano, quanto meglio rispetta la particolarità delle diverse culture".
  Ora, usciamo da un'era storica in cui, nella nostra organizzazione religiosa, quel lavoro di correzione  degli errori di cui dicevo ha comportato non solo la funzione molto importante di contenimento del male  (riprendo il concetto da un recente libro del filosofo italiano Cacciari), ma anche un lavoro piuttosto pervicace di inibizione di ogni variante. Questo ha oggettivamente impoverito la nostra vita di fede e ne ha determinato il regresso nella società, questa volta, sì, quasi al modo in cui un fenomeno simile viene indotto dal processo di selezione naturale nelle popolazioni animali. Ripensare a fondo questo orientamento è così diventato, veramente, questione di vita o di morte, di sopravvivenza; fatto di cui possiamo renderci ben conto nel nostro gruppo di Azione Cattolica.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli