sabato 31 maggio 2014

Bizzarrie dell'evoluzione


Bizzarrie dell'evoluzione

 

  Comunemente si associa il concetto di evoluzione a quello di progresso.  Quest'idea è antica e deriva dal pensiero filosofico, ma anche è molto legata a visioni religiose radicate nella nostra fede. In quest'ottica si pongono gli esseri umani ai vertici del processo evolutivo, visto come un progredire verso di loro. Siamo poco meno degli angeli, si dice in religiose, simili alla divinità. Abbiamo raggiunto la facoltà del pensiero e dell'autocoscienza, osservano i filosofi. Questo ci distingue dagli animali antropomorfi, anche se tra noi e loro si percepisce, come dire, una certa aria di famiglia e le scienze naturali ce lo confermano.
 Ai tempi nostri si cerca di saldare le visioni filosofiche e quelle religiose in un pensiero umanistico  che ci situa al culmine del creato, del quale non si sentiamo solo parte, quindi oggetto del processo evolutivo, ma dominatori e responsabili. In quest'ottica ragioniamo effettivamente come divinità, simili ad esse.  In realtà su questo, come in altre materie, le scienze della natura si dimostrano piuttosto agnostiche.  Non è infatti assolutamente scontato che il processo evolutivo si risolva in un progresso, nel senso, da un punto di vista molto umano, di un miglioramento. Quindi, da un punto di vista scientifico, non può essere confermata l'idea, oggi corrente in religione, nella nostra fede, di un disegno intelligente che sorregge l'evoluzione e, anzi, molti risultati del processo evolutivo destano perplessità e non confortano l'ideologia evolutiva progressista. E questo non solo dal punto di vista della biologia, ma, ad esempio, anche di quello della psicologia. Per quanto infatti l'umanità abbia, da lungo tempo, sviluppato un pensiero collettivo tendenzialmente razionale, gli esseri umani rimangono sostanzialmente dei viventi irrazionali. Questo ha importanti riflessi sulla nostra vita sociale e, ad esempio, manda all'aria molte teorie economiche sul mercato che pongono il postulato della razionalità delle scelte degli attori dell'economia. La tendenziale irrazionalità degli esseri umani costituisce la base psicologica dell'affermazione delle religioni, anche di una molto strutturata in un pensiero razionale come la nostra. E' per questo che noi riusciamo a credere in realtà invisibili, che da un punto di vista puramente razionale appaiono immaginarie. E a figurarci una realtà oltre la morte fisica individuale.
  Queste considerazioni possono allarmare, ma solo chi collega razionalità  e  verità, come in particolare fecero alcune correnti filosofiche dal Settecento in poi.  In realtà, benché osservandoli da vicino i processi della natura possano essere compresi dalla ragione umana e quindi in questo senso abbiano una loro razionalità, quando si tenta di calare lo sguardo sull'universo, quello naturale e quello sociale, in cui si è immersi, le categorie della razionalità non bastano più, di fronte a ciò che ci appare come un mistero occorre andare oltre e il nostro animo agevolmente ci riesce, e ci riesce perché ne ha bisogno. Su questo si basa la nostra speranza religiosa.
 Fermo restando questo sentimento di fede, che ci consente di tirare avanti, gioiosamente fino ad un certo punto, nonostante l'apparente mancanza di senso di tutto ciò che c'è, il processo evolutivo, sia da punto di vista biologico che da quello sociale può risolversi in un regresso. Noi naturalmente cerchiamo di correggerlo lì dove produce effetti negativi, ma questo, per ora,  ci riesce meglio nei problemi della società che in quelli della natura, anche se abbiamo fatto significativi passi avanti anche in quest'ultimo campo. Nella nostra religione, tuttavia, negli ultimi trentacinque anni questo lavoro si è pervicacemente dedicato, con successo, a contrastare le tendenze sociali evolutive progressiste, in ciò, del resto, perfettamente in linea con una tendenza ormai millenaria che vede la nostra fede sempre schierata in campo reazionario. Queste tendenze reazionarie sono risaltate di più che in passato perché sono venute dopo una breve era in senso contrario, caratterizzata da aperture, una effimera primavere a cui è seguita un'era glaciale.
 Poiché l'Azione Cattolica si era profondamente legata alle dinamiche progressiste, in questo processo reazionario, di spinta verso il regresso in direzione del passato, ci ha scapitato. Ad esempio essa, nella nostra parrocchia, è ridotta a un pervicace e orgoglioso resto  di sopravvissuti all'era glaciale. Testimoni della possibilità di vivere la fede in un modo che non è più tanto comune. Una fede caratterizzata dalle modalità dell'apertura e del dialogo, una fede non clericale e, in particolare, non papista, nel senso deteriore dei questo termine. Una fede che rifiuta il ruolo di  ideologia sociale di chi nella società comanda, ai fini di dominio delle masse. Una fede che rifiuta l'assimilazione nei nazionalismi e quindi di essere la fede  solo  di un particolare popolo, di una particolare etnia, di una particolare cultura. Una fede benevolente verso chi sta peggio ed è caduto. Una fede che immagina di poter radunare tutti i popoli della Terra in una agàpe, quella particolare forma di convivenza gioiosa che è raffigurata in un pasto insieme tra amici. Una fede, infine, che ha riscoperto i fondamenti religiosi delle democrazie contemporanee ed è capaci quindi di costruire forme di potere sociale, anche nell'organizzazione religiosa, rispettosa della dignità personale e che quindi tende a superare l'antica e obsoleta struttura feudale, costruita nei secoli passati e storicamente fonte di tanti problemi, detto piuttosto eufemisticamente.
 Abbiamo sperimentato che, anche in tempi di disgelo, non è facile ricominciare, pensare di riuscire ad andare oltre la pura e semplice sopravvivenza. All'esterno appariamo infatti come un gruppo prevalentemente di anziani. Si è interrotta una tradizione e abbiamo difficoltà a ricucire, a rattoppare, la trama della nostra storia. I più giovani hanno conosciuto solo le manifestazioni religiose dei tempi dell'era glaciale e, anche grazie a un'ideologia continuista, che tende a sdrammatizzare molto il senso dell'evoluzione storica che abbiamo vissuto e che ci ha plasmati socialmente, non si rendono conto della possibilità di vivere una fede in una maniera come la nostra. Ecco quindi che, benché oggi si sia invitati a vivere la fede nella dimensione dell'apertura e dell'uscita, si tende poi a radunarsi in massa, come del resto si è stati abituati a fare, intorno alla figura che impersona nella nostra organizzazione religiosa il vertice del potere feudale. E quando nella società viviamo e proclamiamo certi principi che hanno chiara matrice religiosa, come quelli dell'uguaglianza in dignità, della solidarietà sociale e della pace sociale, non ci sentiamo in ciò di vivere già solo per questo in una realtà di fede, non ci sentiamo persone di fede già solo per questo : quei principi, infatti, sono stati sconfessati, ridotti per così dire allo stato laicale, come alcuni preti esponenti del movimento di rinnovamento della breve e contrastata primavera conciliare.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli