Bizzarrie
dell'evoluzione
Comunemente si associa il concetto di
evoluzione a quello di progresso. Quest'idea è antica e deriva dal pensiero
filosofico, ma anche è molto legata a visioni religiose radicate nella nostra
fede. In quest'ottica si pongono gli esseri umani ai vertici del processo
evolutivo, visto come un progredire
verso di loro. Siamo poco meno degli angeli, si dice in religiose, simili alla divinità. Abbiamo raggiunto
la facoltà del pensiero e dell'autocoscienza, osservano i filosofi. Questo ci
distingue dagli animali antropomorfi, anche se tra noi e loro si percepisce,
come dire, una certa aria di famiglia e le scienze naturali ce lo confermano.
Ai tempi nostri si cerca di saldare le visioni filosofiche e quelle religiose
in un pensiero umanistico che ci situa al culmine del creato, del quale
non si sentiamo solo parte, quindi oggetto del processo evolutivo, ma
dominatori e responsabili. In quest'ottica ragioniamo effettivamente come
divinità, simili ad esse. In realtà su questo, come in altre materie, le
scienze della natura si dimostrano piuttosto agnostiche. Non è infatti assolutamente scontato che il
processo evolutivo si risolva in un progresso, nel senso, da un punto di vista
molto umano, di un miglioramento.
Quindi, da un punto di vista scientifico, non può essere confermata l'idea,
oggi corrente in religione, nella nostra fede, di un disegno intelligente che sorregge l'evoluzione e, anzi, molti
risultati del processo evolutivo destano perplessità e non confortano
l'ideologia evolutiva progressista. E
questo non solo dal punto di vista della biologia, ma, ad esempio, anche di
quello della psicologia. Per quanto infatti l'umanità abbia, da lungo tempo,
sviluppato un pensiero collettivo tendenzialmente razionale, gli esseri umani
rimangono sostanzialmente dei viventi irrazionali. Questo ha importanti
riflessi sulla nostra vita sociale e, ad esempio, manda all'aria molte teorie
economiche sul mercato che pongono il postulato della razionalità delle scelte
degli attori dell'economia. La tendenziale irrazionalità degli esseri umani
costituisce la base psicologica dell'affermazione delle religioni, anche di una
molto strutturata in un pensiero razionale come la nostra. E' per questo che
noi riusciamo a credere in realtà
invisibili, che da un punto di vista puramente razionale appaiono immaginarie.
E a figurarci una realtà oltre la morte fisica individuale.
Queste
considerazioni possono allarmare, ma solo chi collega razionalità e verità, come in particolare fecero alcune
correnti filosofiche dal Settecento in poi. In realtà, benché osservandoli da vicino i
processi della natura possano essere compresi dalla ragione umana e quindi in
questo senso abbiano una loro razionalità, quando si tenta di calare lo sguardo
sull'universo, quello naturale e quello sociale, in cui si è immersi, le
categorie della razionalità non bastano più, di fronte a ciò che ci appare come
un mistero occorre andare oltre e il
nostro animo agevolmente ci riesce, e ci riesce perché ne ha bisogno. Su questo
si basa la nostra speranza religiosa.
Fermo restando questo sentimento di fede,
che ci consente di tirare avanti, gioiosamente fino ad un certo punto,
nonostante l'apparente mancanza di senso di tutto ciò che c'è, il processo
evolutivo, sia da punto di vista biologico che da quello sociale può risolversi
in un regresso. Noi naturalmente cerchiamo di correggerlo lì dove produce
effetti negativi, ma questo, per ora, ci
riesce meglio nei problemi della società che in quelli della natura, anche se
abbiamo fatto significativi passi avanti anche in quest'ultimo campo. Nella
nostra religione, tuttavia, negli ultimi trentacinque anni questo lavoro si è
pervicacemente dedicato, con successo, a contrastare le tendenze sociali
evolutive progressiste, in ciò, del
resto, perfettamente in linea con una tendenza ormai millenaria che vede la
nostra fede sempre schierata in campo reazionario. Queste tendenze reazionarie
sono risaltate di più che in passato perché sono venute dopo una breve era in
senso contrario, caratterizzata da aperture,
una effimera primavere a cui è seguita un'era glaciale.
Poiché l'Azione
Cattolica si era profondamente legata alle dinamiche progressiste, in questo processo reazionario, di spinta verso il
regresso in direzione del passato, ci ha scapitato. Ad esempio essa, nella
nostra parrocchia, è ridotta a un pervicace e orgoglioso resto di sopravvissuti
all'era glaciale. Testimoni della possibilità di vivere la fede in un modo che
non è più tanto comune. Una fede caratterizzata dalle modalità dell'apertura e
del dialogo, una fede non clericale e, in particolare, non papista, nel senso deteriore dei questo termine. Una fede che
rifiuta il ruolo di ideologia sociale di
chi nella società comanda, ai fini di dominio delle masse. Una fede che rifiuta
l'assimilazione nei nazionalismi e quindi di essere la fede solo di un particolare popolo, di una particolare
etnia, di una particolare cultura. Una fede benevolente verso chi sta peggio ed
è caduto. Una fede che immagina di poter radunare tutti i popoli della Terra in
una agàpe, quella particolare forma
di convivenza gioiosa che è raffigurata in un pasto insieme tra amici. Una
fede, infine, che ha riscoperto i fondamenti religiosi delle democrazie
contemporanee ed è capaci quindi di costruire forme di potere sociale, anche
nell'organizzazione religiosa, rispettosa della dignità personale e che quindi
tende a superare l'antica e obsoleta struttura feudale, costruita nei secoli
passati e storicamente fonte di tanti problemi, detto piuttosto eufemisticamente.
Abbiamo sperimentato
che, anche in tempi di disgelo, non è facile ricominciare, pensare di riuscire
ad andare oltre la pura e semplice sopravvivenza. All'esterno appariamo infatti
come un gruppo prevalentemente di anziani. Si è interrotta una tradizione e
abbiamo difficoltà a ricucire, a rattoppare, la trama della nostra storia. I
più giovani hanno conosciuto solo le manifestazioni religiose dei tempi
dell'era glaciale e, anche grazie a un'ideologia continuista, che tende a sdrammatizzare molto il senso
dell'evoluzione storica che abbiamo vissuto e che ci ha plasmati socialmente, non
si rendono conto della possibilità di vivere una fede in una maniera come la
nostra. Ecco quindi che, benché oggi si sia invitati a vivere la fede nella
dimensione dell'apertura e dell'uscita, si tende poi a radunarsi in massa, come
del resto si è stati abituati a fare, intorno alla figura che impersona nella
nostra organizzazione religiosa il vertice del potere feudale. E quando nella
società viviamo e proclamiamo certi principi che hanno chiara matrice religiosa,
come quelli dell'uguaglianza in dignità, della solidarietà sociale e della pace
sociale, non ci sentiamo in ciò di vivere già solo per questo in una realtà di
fede, non ci sentiamo persone di fede già solo per questo : quei principi, infatti,
sono stati sconfessati, ridotti per così dire allo stato laicale, come alcuni preti
esponenti del movimento di rinnovamento della breve e contrastata primavera
conciliare.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli