Purificazione,
penitenza, conversione
Martedì scorso siamo
stati intrattenuti con una interessante relazione sul tema della purificazione nella concezione di Dante
Alighieri espressa nella cantica del Purgatorio
della Divina Commedia. Abbiamo visto
come in quell'opera poetica le anime purganti
devono ascendere un alto monte per poter poi intraprendere il volo verso l'empireo dei beati. La salita è particolarmente
difficoltosa. A seconda del proprio peccato le anime subiscono delle pene, che
sono presentate come veri e propri supplizi, che però sono solo temporanee e
conducono a una purificazione che consente di proseguire l'ascesa. Dante scrive
nell'ottica di concezioni religiose correnti nel Trecento, che però sono ancora
profondamente radicate nella nostra fede, sebbene quello che viene presentato
come un cammino di
penitenza/purificazione sia concepito in termini molto meno realistici
e crudi che nell'opera dantesca.
L'idea di penitenza/purificazione
presenta aspetti sociali particolarmente critici nella nostra religione, se
posta a confronto con l'ideologia contemporanea corrente in Occidente in merito
al recupero dei devianti. Essi però
riguardano anche propriamente la vita personale di fede e sono assai rilevanti, perché riguardano una
concezione che risale alle origini e, in particolare, quella del senso
religioso della colpa, vale a dire del peccato.
Quest'ultimo viene visto come qualcosa che macchia
o contamina e la purificazione, attraverso la penitenza, come una processo di smacchiamento o di decontaminazione.
E' un aspetto che è presente nel rito battesimale. Esso deriva da antiche
usanze giudaiche, reinterpretate dalla nostra teologia. Nell'antico giudaismo,
ma anche nell'ebraismo contemporaneo, le questioni puro/impuro sono molto
rilevanti e richiedono un particolare impegno per risolvere nel modo giusto i
relativi problemi. La gran parte di esse sono state superate nel distacco della
nostra esperienza religiosa dall'antico giudaismo. In particolare lo sono state
quelle che configuravano impurità rituali,
contratte dal contatto con qualcosa
di esterno alla persona, da certe condizioni fisiche della persona, dal nutrirsi
di certi alimenti, dal non osservare certe pratiche nella vita quotidiana.
Rimane l'idea che qualcosa in noi ci possa rendere impuri, in particolare a seguito di una colpa religiosa, del
peccato. Il peccato, in quest'ottica, è qualcosa che richiede una penitenza/espiazione che conduce alla purificazione. La conversione, come
cambiamento di mentalità e di volontà, non è quindi sufficiente, è solo un
inizio di un percorso. Non è nemmeno sufficiente cercare di rimediare al male che è stato conseguenza diretta di un
agire cattivo. Ci vuole qualcosa di più, una pena commisurata alla colpa, una
pena che ci si autoinfligge e che in epoca medievale poteva impegnare a lungo,
ad esempio nel compimento di un pericoloso e lungo pellegrinaggio verso luoghi santi. Ma anche
questo non basta. Occorre la sanzione sacrale dell'autorità religiosa,
l'esercizio di quello che chiamiamo il potere
delle chiavi. In qualche modo tutta questa complessa organizzazione della
purificazione può essere vista come una specie di un'azienda specializzata in
materia, con il suo personale e i suoi clienti, al modo di una struttura
sanitaria, o anche come qualcos'altro simile a ciò che nella società civile è
il sistema dell'organizzazione penitenziaria,
che alle origini fu effettivamente modellato su tipo della vita penitenziale
dei monaci. La reclusione all'origine era infatti concepita, nel lontano
passato, ed anche nelle strutture penitenziarie civili, come un periodo di penitenza, di espiazione e quindi di purificazione.
Bisogna ricordare che il sistema penale fondato sulla reclusione è stato un
notevole temperamento di quello più
antico, realmente esistito, basato su supplizi di vario genere, su marchi
d'infamia impressi sul corpo, su morti inflitte con modalità particolarmente
dolorose e umilianti e sul lavoro sfiancante coatto. Quest'utimo sistema era
basato sull'idea di retribuire male
con male, in base all'antichissimo principio dell'occhio per occhio o a quella sua evoluzione che è il principio del contrappasso, per cui si fa subire al
malvagio lo stesso male che egli ha inflitto ad altri e alla società, o una sofferenza
che è costituita dall'umiliazione sociale di una sorta di marchio d'infamia, per cui lo si costringe a manifestare pubblicamente
la sua colpa. In quest'ottica non si tende alla purificazione, ma all'isolamento
sociale e alla eliminazione dei malvagi. Mentre nel sistema penitenziale la sofferenza è una via per
elevarsi al bene, nel sistema retributivo essa non ha altro fine che fiaccare le forze del
malvagio, e al limite di sopprimerlo,
e anche di indurre nella società, con lo
spettacolo delle sue sofferenza e della sua morte, il terrore di deviare dalle
regole imposte dall'ordinamento civile. Il sistema retributivo è essenzialmente
un sistema preventivo e terroristico.
Come può accadere che
una sofferenza, soprattutto se inflitta dagli altri e non liberamente scelta
come forma di penitenza, migliori un essere umano? In realtà questo è
paradossale, vale a dire contrario alla comune esperienza. E' un principio veramente
piuttosto problematico. E lo diventa ancora di più se si considera il processo penitenziale come una sorta di smacchiamento o di purificazione, un ripulirsi
da una sozzura che una persona si porta addosso o come un morbo. Infatti in
quest'ottica si prescinde, in realtà, da come uno è diventato nel tempo e di
come è mutato il suo modo di agire, e addirittura da ciò che ha fatto per
riparare il male commesso: nonostante tutto, il male continua ad aderirgli addosso finché egli non si
sottopone ad una speciale procedura, in religione a un rituale penitenziale. In
certe concezioni, poi, questo male attaccato
addosso al malvagio nonostante il
suo cambiamento interiore ed esteriore può trasmettersi anche alla discendenza,
macchiare una stirpe e addirittura un
intero popolo.
In una concezione sacrale non ci si può levare di dosso la
macchia o il morbo della colpa se non con un intervento
dall'esterno, sottomettendosi a quell'organizzazione
penitenziale di cui dicevo, la quale
stabilisce quale sofferenza si debba subire per espiare la colpa e, soprattutto, stabilisce e sancisce solennemente
l'avvenuta purificazione.
Quando uno legge la Divina Commedia e la confronta con le
teologia ufficiale corrente in merito
all'espiazione/purificazione capisce
bene come sono cambiate nei secoli le concezioni su questo tema. Uno sviluppo
rilevantissimo di questo cambiamento ideologico è stata l'avvenuta
pacificazione con l'ebraismo nostro contemporaneo, un evento veramente epocale
perché, rivedendo e direi ribaltando le
nostre concezioni sul significato dell'ebraismo coevo alla nostra confessione
religiosa abbiamo iniziato un lavoro molto più ampio che sta investendo le
origini stesse della nostra fede, nel momento in cui iniziò a staccarsi
dall'antico giudaismo.
Qualcosa di analogo
sta avvenendo anche nel diritto penale contemporaneo delle società Occidentali.
Dal sistema retributivo si è passati al sistema penitenziale, e poi a quello per così
dire sanitario, dove la devianza, e
quindi la colpa, e considerata una sorta di malattia da sanare. Ai tempi nostri
i sistemi penali delle nazioni Occidentali sono basati sull'idea di interazione con il deviante, nel
rispetto della sua dignità di persona. Si è tolto ai devianti il marchio d'infamia, non li considera gente da eliminare o da fiaccare a forza
di stenti e di dolore, né malati da sanare, ma persone con le quali tentare
di attivare, sia pura coattivamente, una relazione che susciti la loro
collaborazione ad un lavoro che viene definito in vari modi, ma che, con la
Costituzione italiana vigente, possiamo ancora indicare come una rieducazione. Quest'ultima non è più
concepita come una purificazione. In essa il rieducando
svolge un ruolo attivo e non conta solo quanto
a lungo soffre, ma si considerano le sue manifestazioni sociali indicative
di un mutamento di mentalità. Ecco
dunque che la pena è divenuta flessibile
e, soprattutto, non concepita solo come reclusione
penitenziale ma anche come esercizio di altre attività tutte finalizzate al
cosiddetto reinserimento sociale di chi è stato giudicato
colpevole. Queste nuove concezioni faticano ad essere comprese dalla gente, che
è ancora molto legata alla pena come retribuzione
del male commesso o come espiazione
penitenziale. Ciò è emerso particolarmente nei commenti sulle notizie
diffuse in questi giorni sulle modalità di espiazione di pena stabilite per un
personaggio italiano molto noto.
Anche la nova
attuale teologia penitenziale contempranea fatica
ad essere compresa, in religione. Anch'essa si basa, e questo indica che fa
parte di un più vasto movimento culturale delle nostre società, sul
mantenimento della dignità personale del peccatore. Argomenti biblici e precedenti teologici vi erano
sicuramente. Tuttavia va considerato che per oltre un millennio la si è pensata molto
diversamente. E, per quanto riesco a capire, problemi permangono: circolano
concezioni che per certi versi sono incomponibili e mantengono una certa
tensione. La nostra confessione religiosa ha sviluppato, al modo di uno stato,
un diritto propriamente penale, con tutti i problemi che
ne conseguono e a cui sopra ho accennato, che però, a differenza del diritto
penale delle società civili, raggiunge l'interiorità più intima. In particolare,
quando in religione un comportamento viene definito come crimine gravissimo, come nel caso dell'aborto volontario, si viene
ad attribuire al colpevole un vero e proprio marchio d'infamia. La nostra collettività religiosa ha espresso
un'organizzazione penitenziale che ha
aspetti di sistema penitenziario o di azienda di risanamento spirituale
altamente burocratizzati, alla quale ci si accosta non di rado come ricercati che si costituiscono all'autorità
o come utenti di un servizio spirituale.
L'espiazione/purificazione rimane in questi casi come un fatto che
riguarda essenzialmente il personale
specializzato dell'organizzazione e le persone che ad essa si rivolgono in
particolari momenti della loro vita. Il trattamento di questa categoria di utenti, quando non avviene con modalità
piuttosto sbrigative e formali, spesso non è rispettoso della dignità delle
persone. Nulla di comparabile, naturalmente,
con certi eccessi di un passato non tanto lontano, quando bastava veramente
poco per essere colpiti duramente dal marchio
d'infamia religiosa. Ma abbastanza per far perdere fiducia nel nostro
sistema di purificazione/espiazione,
che infatti è tutto sommato poco frequentato, tranne che in momenti della vita caratterizzati
da uno slancio emotivo più intenso.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.