giovedì 17 aprile 2014


Purificazione, penitenza, conversione

17-4-14 

 Martedì scorso siamo stati intrattenuti con una interessante relazione sul tema della purificazione nella concezione di Dante Alighieri espressa nella cantica del Purgatorio della Divina Commedia. Abbiamo visto come in quell'opera poetica le anime purganti devono ascendere un alto monte per poter poi intraprendere il volo verso l'empireo  dei beati. La salita è particolarmente difficoltosa. A seconda del proprio peccato le anime subiscono delle pene, che sono presentate come veri e propri supplizi, che però sono solo temporanee e conducono a una purificazione che consente di proseguire l'ascesa. Dante scrive nell'ottica di concezioni religiose correnti nel Trecento, che però sono ancora profondamente radicate nella nostra fede, sebbene quello che viene presentato come un cammino di penitenza/purificazione sia concepito in termini molto meno realistici   e crudi che nell'opera dantesca.
  L'idea di penitenza/purificazione presenta aspetti sociali particolarmente critici nella nostra religione, se posta a confronto con l'ideologia contemporanea corrente in Occidente in merito al recupero dei devianti. Essi però riguardano anche propriamente la vita personale di fede  e sono assai rilevanti, perché riguardano una concezione che risale alle origini e, in particolare, quella del senso religioso della colpa, vale a dire del peccato. Quest'ultimo viene visto come qualcosa che macchia o contamina e la purificazione, attraverso la penitenza, come una processo di smacchiamento  o di decontaminazione. E' un aspetto che è presente nel rito battesimale. Esso deriva da antiche usanze giudaiche, reinterpretate dalla nostra teologia. Nell'antico giudaismo, ma anche nell'ebraismo contemporaneo, le questioni puro/impuro sono molto rilevanti e richiedono un particolare impegno per risolvere nel modo giusto i relativi problemi. La gran parte di esse sono state superate nel distacco della nostra esperienza religiosa dall'antico giudaismo. In particolare lo sono state quelle che configuravano impurità rituali,  contratte dal contatto con qualcosa di esterno alla persona, da certe condizioni fisiche della persona, dal nutrirsi di certi alimenti, dal non osservare certe pratiche nella vita quotidiana. Rimane l'idea che qualcosa in noi ci possa rendere impuri, in particolare a seguito di una colpa religiosa, del peccato. Il peccato, in quest'ottica, è qualcosa che richiede una penitenza/espiazione che conduce alla purificazione. La  conversione, come cambiamento di mentalità e di volontà, non è quindi sufficiente, è solo un inizio di un percorso. Non è nemmeno sufficiente cercare di rimediare al  male che è stato conseguenza diretta di un agire cattivo. Ci vuole qualcosa di più, una pena commisurata alla colpa, una pena che ci si autoinfligge e che in epoca medievale poteva impegnare a lungo, ad esempio nel compimento di un pericoloso e lungo  pellegrinaggio verso luoghi santi. Ma anche questo non basta. Occorre la sanzione sacrale dell'autorità religiosa, l'esercizio di quello che chiamiamo il potere delle chiavi. In qualche modo tutta questa complessa organizzazione della purificazione può essere vista come una specie di un'azienda specializzata in materia, con il suo personale e i suoi clienti, al modo di una struttura sanitaria, o anche come qualcos'altro simile a ciò che nella società civile è il sistema dell'organizzazione penitenziaria, che alle origini fu effettivamente modellato su         tipo della vita penitenziale dei monaci. La reclusione  all'origine era infatti concepita, nel lontano passato, ed anche nelle strutture penitenziarie civili, come un periodo di penitenza, di espiazione e quindi di purificazione. Bisogna ricordare che il sistema penale fondato sulla reclusione  è stato un notevole temperamento di  quello più antico, realmente esistito, basato su supplizi di vario genere, su marchi d'infamia impressi sul corpo, su morti inflitte con modalità particolarmente dolorose e umilianti e sul lavoro sfiancante coatto. Quest'utimo sistema era basato sull'idea di retribuire male con male, in base all'antichissimo principio dell'occhio per occhio o a quella sua evoluzione che è il principio del contrappasso, per cui si fa subire al malvagio lo stesso male che egli ha inflitto ad altri e alla società, o una sofferenza che è costituita dall'umiliazione sociale di una sorta di marchio d'infamia, per cui lo si costringe a manifestare pubblicamente la sua colpa. In quest'ottica non si tende alla purificazione, ma all'isolamento sociale e alla eliminazione  dei malvagi. Mentre nel sistema penitenziale la sofferenza è una via per elevarsi  al bene, nel sistema retributivo essa non ha altro fine che fiaccare  le forze del malvagio, e al limite di sopprimerlo, e  anche di indurre nella società, con lo spettacolo delle sue sofferenza e della sua morte, il terrore di deviare dalle regole imposte dall'ordinamento civile. Il sistema retributivo  è essenzialmente un sistema preventivo  e terroristico.
 Come può accadere che una sofferenza, soprattutto se inflitta dagli altri e non liberamente scelta come forma di penitenza,  migliori un essere umano? In realtà questo è paradossale, vale a dire contrario alla comune esperienza. E' un principio veramente piuttosto problematico. E lo diventa ancora di più se si considera il processo  penitenziale come una sorta di smacchiamento o di  purificazione, un ripulirsi da una sozzura che una persona si porta addosso o come un morbo. Infatti in quest'ottica si prescinde, in realtà, da come uno è diventato nel tempo e di come è mutato il suo modo di agire, e addirittura da ciò che ha fatto per riparare il male commesso: nonostante tutto, il male continua ad aderirgli addosso finché egli non si sottopone ad una speciale procedura, in religione a un rituale  penitenziale. In certe concezioni, poi, questo male attaccato  addosso al malvagio nonostante il suo cambiamento interiore ed esteriore può trasmettersi anche alla discendenza, macchiare una stirpe  e addirittura un intero popolo.
 In una concezione sacrale non ci si può levare di dosso la macchia  o il morbo   della colpa se non con un intervento dall'esterno, sottomettendosi a quell'organizzazione penitenziale  di cui dicevo, la quale stabilisce quale sofferenza  si debba subire per espiare la colpa e, soprattutto, stabilisce e sancisce solennemente l'avvenuta  purificazione.
 Quando uno legge la Divina Commedia e la confronta con le teologia ufficiale corrente in merito all'espiazione/purificazione capisce bene come sono cambiate nei secoli le concezioni su questo tema. Uno sviluppo rilevantissimo di questo cambiamento ideologico è stata l'avvenuta pacificazione con l'ebraismo nostro contemporaneo, un evento veramente epocale perché, rivedendo  e direi ribaltando le nostre concezioni sul significato dell'ebraismo coevo alla nostra confessione religiosa abbiamo iniziato un lavoro molto più ampio che sta investendo le origini stesse della nostra fede, nel momento in cui iniziò a staccarsi dall'antico giudaismo.
 Qualcosa di analogo sta avvenendo anche nel diritto penale contemporaneo delle società Occidentali.
 Dal sistema  retributivo si è passati al sistema penitenziale, e poi a quello per così dire sanitario, dove la devianza, e quindi la colpa, e considerata una sorta di malattia da sanare. Ai tempi nostri i sistemi penali delle nazioni Occidentali sono basati sull'idea di interazione con il deviante, nel rispetto della sua dignità di persona.  Si è tolto ai devianti il marchio  d'infamia, non li considera gente da eliminare o da fiaccare a forza di stenti e di dolore, né malati da sanare, ma persone  con le quali tentare di attivare, sia pura coattivamente, una relazione che susciti la loro collaborazione ad un lavoro che viene definito in vari modi, ma che, con la Costituzione italiana vigente, possiamo ancora indicare come una rieducazione. Quest'ultima non è più concepita come una  purificazione. In essa il rieducando svolge un ruolo attivo e non conta solo quanto a lungo soffre, ma si considerano le sue manifestazioni sociali indicative di un mutamento di mentalità.  Ecco dunque che la pena è divenuta flessibile e, soprattutto, non concepita solo come reclusione penitenziale ma anche come esercizio di altre attività tutte finalizzate al cosiddetto  reinserimento  sociale di chi è stato giudicato colpevole. Queste nuove concezioni faticano ad essere comprese dalla gente, che è ancora molto legata alla pena come retribuzione del male commesso  o come espiazione penitenziale. Ciò è emerso particolarmente nei commenti sulle notizie diffuse in questi giorni sulle modalità di espiazione di pena stabilite per un personaggio italiano molto noto.
 Anche la nova attuale teologia penitenziale contempranea fatica ad essere compresa, in religione. Anch'essa si basa, e questo indica che fa parte di un più vasto movimento culturale delle nostre società, sul mantenimento della dignità  personale del peccatore. Argomenti biblici e precedenti teologici vi erano sicuramente. Tuttavia va considerato che per oltre  un millennio la si è pensata molto diversamente. E, per quanto riesco a capire, problemi permangono: circolano concezioni che per certi versi sono incomponibili e mantengono una certa tensione. La nostra confessione religiosa ha sviluppato, al modo di uno stato, un diritto  propriamente penale, con tutti i problemi che ne conseguono e a cui sopra ho accennato, che però, a differenza del diritto penale delle società civili, raggiunge l'interiorità più intima. In particolare, quando in religione un comportamento viene definito come crimine gravissimo, come nel caso dell'aborto volontario, si viene ad attribuire al colpevole un vero e proprio marchio d'infamia. La nostra collettività religiosa ha espresso un'organizzazione penitenziale che ha aspetti di  sistema penitenziario  o di  azienda di risanamento spirituale altamente burocratizzati, alla quale ci si accosta non di rado come  ricercati che si costituiscono all'autorità o come utenti  di un servizio spirituale. L'espiazione/purificazione  rimane in questi casi come un fatto che riguarda essenzialmente il  personale specializzato dell'organizzazione e le persone che ad essa si rivolgono in particolari momenti della loro vita. Il trattamento di questa categoria di utenti, quando non avviene con modalità piuttosto sbrigative e formali, spesso non è rispettoso della dignità delle persone.  Nulla di comparabile, naturalmente, con certi eccessi di un passato non tanto lontano, quando bastava veramente poco per essere colpiti duramente dal marchio d'infamia religiosa. Ma abbastanza per far perdere fiducia nel nostro sistema di purificazione/espiazione, che infatti è tutto sommato poco frequentato, tranne che in momenti della vita caratterizzati da uno slancio emotivo più intenso.
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.