Dal Venerdì Santo alla
Pasqua
Nella spiritualità e
nelle liturgie del Venerdì Santo si manifestano e celebrano vari significati
religiosi. che la nostra teologia cerca di ricondurre a unità, per farne una
guida, una via di fede, anche per i fedeli di oggi. Questa molteplicità di
sensi emerge con molta evidenza dal ciclo delle letture bibliche della Veglia
di Pasqua. Tutta la storia del cosmo e dell'umanità, compresa la narrazione
religiosa della liberazione degli antichi Israeliti dal dominio egiziano del
faraone, viene reinterpretata alla luce degli eventi pasquali. Questi ultimi
fondano la nostra fede, come fin dalle origini e per tutta storia della nostra
collettività religiosa si è sempre
ritenuto, e vanno intesi in senso veramente realistico, anche se non mancano
gli inviti, accade anche in un articolo pubblicato sul quotidiano che leggo, a
rileggerli in senso puramente metaforico, riferendoli ad un'esperienza di rinascita
puramente interiore, psicologica. Quest'ultima via trasforma tuttavia la nostra
fede religiosa in una pia fantasia e serve a poco. Che si possa cambiare
mentalità ad un certo punto della vita, ed anche molto profondamente, è
senz'altro possibile, ma se tutto si risolve all'interno della propria interiorità,
dei propri processi mentali ed emotivi, se tutto in definitiva è solo una
propria costruzione psicologica, senza alcuna fiducia in un'azione
effettivamente esterna dal sé, al modo in cui lo sono i processi della natura, la
fede è in definitiva fede in sé medesimi e lascia il tempo che trova: appare
sproporzionato l'impegno che la religione pretende dalle persone e dalle
collettività in materia di fede. In quest'ottica tutto assume l'aspetto di una
narrazione consolatoria, di una bella fiaba per i tempi difficili, magari
coinvolgente come lo sono certe favole, una cosa che resta nel cuore come
accade con la grande poesia; ma di fiabe
non si vive e, soprattutto, le favole sono una risorsa insufficiente di fronte
all'esperienza della sofferenza estrema e della morte, che ogni essere umano sa
di dover compiere ad un certo punto.
La morte è parte
dell'ordine della natura. La scienza ci spiega che senza la morte degli
individui non potrebbe esistere vita sulla Terra. Ai tempi nostri ci si può
rassegnare a questo, senza bisogno di ricorrere alle narrazione religiose. La
vita ha i suoi momento belli e poi finisce. Nulla può essere salvato per sempre. Il ciclo delle
vita consente tuttavia la sopravvivenza della specie e, per gli esseri umani,
delle loro culture. Di generazione in generazione la vita e le culture umane vengono tramandate
e costantemente rinnovate. Molte persone vivono serenamente questa condizione
nei tempi buoni, e la subiscono in quelli brutti: così vanno le cose, pensano,
impossibile resistere. E certo tutto ciò che ci circonda conferma che questa
convinzione è giusta. Infatti le realtà di fede non sono evidenti, ma non solo: esse non possono in alcun modo essere provate, nel modo in cui oggi si intende
la prova. La prova riguarda le realtà
della natura, la fede riguarda invece il soprannaturale. Gli argomenti che si
portano di solito per dare un fondamento per così dire razionale alla fede sono
per la gran parte di tipo puramente logico,
senza agganci sufficienti con la realtà della natura, almeno nella misura in
cui li si pretende ai tempi nostri, o fondati principalmente sull'esperienza
interiore dell'animo umano. Rimane poi problematico, al di fuori di una fede
nel soprannaturale, convincersi dell'esistenza di un disegno provvidenziale amorevole nei nostri riguardi. La natura infatti ci
appare come un ordine crudele in cui il
pesce grosso mangia il pesce piccolo, una palese smentita di tutte le
nostre convinzioni di fede.
La nostra fede
rifiuta la natura così com'è, e anche le società umane così come sono. E questo
anche se su certi argomenti si tende a identificare natura e disegno
provvidenziale, come nelle faccende riproduttive. In realtà noi viviamo con
sofferenza la realtà della natura intorno a noi, in particolare il tempo limitato
della nostra vita terrena e gli istinti animaleschi che sentiamo in noi e che
condividiamo con i viventi che biologicamente ci sono affini, con i primati e,
in genere, con i mammiferi.
Nella loro
evoluzione, le culture delle società umane hanno cercato di stabilire relazioni
con le potenze della natura, cercando di capirne il senso e le dinamiche per
influire su di esse e migliorare la condizione umana. Nel progresso storico ciò
ha portato allo sviluppo di un pensiero collettivo scientifico, ma inizialmente
e per un tempo lunghissimo questo sforzo
fu essenzialmente religioso. Esso infatti non procedeva per gradi e
osservazioni, ma cercava di intuire e di arrivare direttamente al fondamento di
tutto. L'esperienza collettiva nelle società umane e la constatazione di quanto
in esse fosse dipendente dalla natura ed espressione di essa portò a pensare le
relazioni tra le potenze della natura al modo di quelle familiari e tribali
umane. Nel procedere storico si ebbe dunque l'umanizzazione delle potenze
naturali. Il rito religioso divenne al procedura per entrare in relazione con
esse. Nacquero così dei e religioni e il personale specializzato nelle
relazioni con gli dei, il ceto sacerdotale. Si costruirono cosmogonie, ideologie
su come la natura intorno si era prodotta, e teologie, ideologie specializzate
relative alla potenze della natura deificate e alle strategie umane per
relazionarsi con esse. Le teologie attribuirono alle potenze della natura
sentimenti umani e questo aiutò a sopportarle, ma in fondo non aiutò a capirne
le reali dinamiche. Quello che si giunse a comprendere era che anche gli dei
soggiacevano alla medesima sorte degli umani, allo stesso destino, allo stesso
fato, vale a dire che potenze della natura ed esseri umani dovevano piegarsi
alle stesse inesorabili e crudeli leggi.
In questo panorama
l'antico giudaismo risalta particolarmente: esso costituì una notevole evoluzione
delle religioni più antiche. Questo processo, di cui possiamo dare un'idea
dicendo che si passò dal politeismo al monoteismo, è testimoniato negli scritti
biblici. Si sviluppò una teologia che cercò di andare oltre la deificazione
delle potenze della natura, le quali si erano viste soggiacere a una potenza a
loro superiore. Essa prese le mosse in un contesto sociale di carattere tribale
in cui ogni popolo aveva un suo proprio dio protettore, in un certo senso molto
meno evoluto culturalmente di quello dell'antico
universo greco-romano, che era caratterizzato dall'assimilazione dell'idea che l'umanità fosse composta da diversi popoli che dovevano
coesistere in una società, facendo coesistere anche i rispettivi loro dei, così
come coesistevano gli dei della natura. Fu nel contesto dell'antico giudaismo che si concepì il dio
del popolo come un dio-amante e che quindi si passò dagli dei della natura al
Dio degli esseri umani. Gli eventi avversi della natura e della storia umana
vennero concepiti come una punizione per l'infedeltà degli esseri umani, per il
loro adulterio, per la loro prostituzione. Come poté una concezione del divino
così legata ad un determinato popolo storico, etnico, essere presa a fondamento
della straordinaria espansione universale della nostra confessione religiosa,
che dall'antico giudaismo scaturì e che di esso acquisì le scritture sacre e alcune
delle principali teologie su di esse
costruite? Ciò fu possibile sviluppando l'elevatissimo senso della giustizia
dell'antico giudaismo e l'idea religiosa di una divinità animata da sentimenti
amorevoli verso gli esseri umani. L'etica dell'antico giudaismo fu il tesoro
prezioso che il piccolo e marginale popolo degli Israeliti fece a tutti i
popoli della Terra, cambiandone profondamente la storia. Essa fu veicolata fino agli estremi confini del globo
dalla nostra confessione religiosa. Quell'etica si basa sull'idea di giustizia
misericordiosa. Essa cerca di affrancare gli esseri umani dalle crudeli
dinamiche della natura. Li spinge ad agire diversamente dalle belve. Supera
l'idea che gli dei della natura vadano placati autoinfliggendosi sofferenze e
supplizi, profondamente radicata nelle religioni politeistiche e sviluppata
nelle varie teologie e liturgie sacrificali. Nella nostra confessione condividiamo
con il giudaismo delle origini, e con l'attuale ebraismo, l'idea che questa
straordinaria evoluzione non sia stata determinata solo da una nuova
spiritualità ideata da esseri umani ma da una Voce venuta effettivamente dall'Altissimo, alla quale gli esseri
umani hanno risposto.
La nostra fede è
stata l'ideologia che ha consentito di portare la teologia della giustizia
divina misericordiosa molto oltre i confini dell'antico giudaismo. Il distacco
da quest'ultimo è stato altamente drammatico, essenzialmente per complicazioni teologiche,
e solo nel secolo scorso, dopo quasi duemila anni!, si è giunti a una pacificazione teologica, che
non significa assimilazione, ma accettazione della possibilità di pacifica
coesistenza nella diversità.
La nostra teologia ha
portato alle estreme conseguenze l'idea di giustizia divina misericordiosa,
proiettandola sull'intera condizione umana nella sua relazione con l'universo
della natura, nelle sue dinamiche preistoriche e storiche, in ogni suo tempo,
passato, presente e futuro, e non più
riferendola ad un solo popolo tra i tanti della Terra, destinato a prevalere
sugli altri in virtù di un patto con la divinità suprema. Essa ha concepito
l'idea di un popolo fatto di tutti i
popoli della Terra, la cui legge sia quella della giustizia misericordiosa
in un patto sponsale con una divinità amorevole. Solo il secolo scorso ha
accettato che ciò non avesse comportato il ripudio del popolo degli israeliti e
ciò è veramente paradossale in un'ottica di fede tanto basata sull'idea di
giustizia misericordiosa. Ma il passato non si può cambiare, lo si può solo
ricordare in spirito di verità e trarne insegnamenti per il futuro, cercando di
riparare al male che si è fatto.
Come conciliare le
dinamiche crudeli della natura in cui siamo immersi, e delle quali quelle
sociali sono parte, con l'idea di una divinità amorevole? Lo si è fatto, nella
nostra confessione, costruendo, su basi bibliche, la teologia di un peccato collettivo degli esseri umani che ha guastato il rapporto
con la divinità suprema e che si protrae nella storia. La crudeltà della natura
in tal modo non è più concepita come tale, ma è vista come una sofferenza della natura, una pena in senso proprio, intesa come punizione di una colpa: la
natura in realtà anelerebbe ad essere liberata, attendendo un nuovo ordine che
da lei deve scaturire, dunque geme e
soffre al modo di una partoriente. In questo contesto si collocano gli eventi pasquali e il loro significato di
liberazione cosmica.
Sappiamo bene, come
esseri umani, di non poterci liberare da soli da ciò che produce sofferenza e,
innanzi tutto, dalla sofferenza stessa e dalla morte. Questa è una
constatazione per così dire sperimentale. Nella fede religiosa, confidiamo
però di ottenere come dono divino, per quella giustizia misericordiosa che è il
cardine delle nostre concezioni religiose, ciò che a noi è impossibile. La nostra Pasqua, al modo di
quella ebraica, celebra dunque una liberazione,
che però non sarebbe veramente tale se rimanesse solo a livello interiore, psicologico. La storia
della nostra confessione religiosa dimostra che la si è concepita sempre in
senso veramente realistico ed è proprio su questa base che si è cominciato a
cambiare il mondo, in quella storia straordinaria che tanto ha influito,
purtroppo anche nel male, sui popoli della Terra. E' quindi essenziale, per la nostra fede, che
il nostro primo Maestro sia realmente esistito, che sia ciò che ha detto di
essere, che sia realmente morto e risorto il terzo giorno, nell'antica
Gerusalemme, nella domenica della nostra Pasqua. Che dunque, come si proclama nell'annuncio pasquale, Cristo sia risorto, sia veramente risorto.
Buona Pasqua a tutti
i lettori.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli