Popolo/popoli
L'ideologia di fede
in materia di popolo è uno degli
elementi più problematici nelle questioni religiose del nostro tempo.
La nozione di popolo
di fede che oggi viene insegnata ha agganci piuttosto labili nelle nostre Scritture sacre; essa è in
realtà totalmente costruita molti
secoli dopo i tempi delle origini delle nostre collettività religiose. Se si
prende coscienza di questo, si capisce che essa potrebbe essere radicalmente
mutata senza pregiudizio di ciò che definiamo deposito di fede, ed in effetti lo è stata nelle altre confessioni
che si richiamano alla nostra fede religiosa.
L'ideologia di popolo praticata, prima di essere teorizzata, dalle
nostre prime collettività di fede, nella loro stupefacente fase espansiva nell'impero
mediterraneo all'estremo margine del quale erano originate, fu fortemente
divergente da quella dell'antico giudaismo. Quest'ultima era ed è tuttora
fondata su legami familiari, di stirpe. Gli elementi culturali, la fede
religiosa, le tradizioni, la lingua, vengono, in un certo senso, dopo.
Questo spiega, per quello che penso di aver compreso, perché nell'antico
giudaismo, e anche nell'ebraismo che è stato ed è contemporaneo delle nostra collettività religiose,
l'elemento missionario non è considerato
importante. Nella nostra fede, invece, le questioni culturali sono state la
base della nostra identità collettiva. Riteniamo di essere radunati da una fede
comune, non sulla base di una stirpe comune. Nella nostra concezione, gente di fede si diventa, non si nasce, e
tutti possono diventarlo a prescindere da chi sono i loro genitori e i loro avi. Questo spiega come si possa
immaginare, come ai tempi nostri facciamo, di poter radunare tutta l'umanità in un
solo popolo. In questo ordine di
idee l'elemento della missione è fondamentale. A differenza dell'antico
giudaismo, le nostre collettività religiose sono fortemente missionarie, ma non solo: la missione è la loro ragione di vita. Esse esistono
per propagare la fede fino agli estremi confini della Terra.
Mancando, negli
scritti sacri originati dalla vita delle nostre primitive collettività, una
ideologia compiuta in materia di popolo,
se non quella che lo definisce composto da genti
radunate dall'essere persuase di un'unica fede religiosa, ci si è storicamente richiamati,
nello strutturare le nostre collettività religiose, a quella propria
dell'antico giudaismo, che però è in realtà incompatibile con la
concezione universalistica di popolo affermatasi nella nostra collettività
religiosa. L'ideologia sul popolo che emerge dagli scritti sacri che
abbiamo adottato dall'antico giudaismo funziona solo finché si considera la
nostra collettività religiosa un popolo
tra i popoli, come lo era quello degli antichi israeliti, non nella
dimensione universalistica di popolo.
L'ideologia di popolo
tratta dalle concezioni emergenti dagli scritti ricevuti dall'antico
giudaismo è stata alla base della
costruzione dell'impero cristiano,
nel corso del primo millennio della nostra esperienza di fede. Essa è stata
ibridata con quella giuridica tratta dall'antico diritto romano. Secondo
quest'ultima il popolo era concepito
come aggregazione oggetto di potere
pubblico, ma anche come soggetto di potere pubblico: in essa era quindi
centrale la questione del potere pubblico.
"Il Senato e il Popolo di Roma":
questo il motto che definiva l'antico sistema di potere originato in Roma,
tanto distante dalle democrazie contemporanee e fondato su una sorta di
compromesso tra stirpi aristocratiche e coloro (a volte una minoranza, in
società che utilizzavano ampiamente la schiavitù e che non riconoscevano
automaticamente la cittadinanza alle genti sottomesse) ai quali era
riconosciuta storicamente voce in capitolo in materia pubblica,
fondamentalmente su base di censo e di stirpe (cittadini si nasce). Il diritto pubblico romano aveva fornito l'ideologia
istituzionale dell'impero nel quale la nostra fede si diffuse rapidamente; una
versione modificata dell'ideologia di popolo
dell'antico giudaismo, ibridandosi con la prima, la costituì fonte di un potere
imperiale sia civile che religioso,
per cui, ad esempio, gli imperatori presero a convocare concili ecumenici e a
dirimere questioni di fede. I fondamenti
della nostra teologia si sono costituiti in quest'epoca. Tenuto conto
dell'importanza che, in teologia, attribuiamo alla Tradizione, a ciò che è
stato portato fino a noi dal passato, possiamo dire che, per così dire geneticamente, le nostre concezioni fondamentali di
fede sono improntate all'ideologia di un impero
cristiano, che governa un popolo tra
i popoli. Il problema è che questa ideologia non è compatibile con quella, universalistica,
del popolo radunato da tutte le genti
della Terra, un popolo fatto di tutti
i popoli in cui siano annullate tutte le discriminazioni tra i popoli e quindi
tra persona e persona, che è stata all'origine dell'espansione delle
nostre concezioni di fede nell'impero mediterraneo che poi in qualche modo le assimilò nella propria ideologia
istituzionale. Infatti la missione al
modo evangelico non può essere concepita come una conquista,
intesa come sottomissione delle genti al modo "imperiale".
Oggi ci sembra ovvio, ma solo negli anni Sessanta
del secolo scorso la dimensione
della conquista come sottomissione cominciò ad essere distinta teologicamente da
quella della missione in senso evangelico
e, soprattutto, ad essere ripudiata,
vissuta come qualcosa di cui pentirsi e da non ripetere.
Il riemergere
dell'originaria dimensione missionaria in senso universalistico ha riproposto
una questione che non aveva trovato adeguato sviluppo nei primi secoli della
nostra era, ai tempi, appunto, della nostra stupefacente espansione
missionaria, ed esattamente quella di come debba funzionare un popolo animato da ideali universalistici. Infatti l'ideologia
dell'impero cristiano l'aveva soffocata rendendola tutto sommato superflua: il
popolo, in questa concezione, era infatti composto dai sudditi dell'imperatore cristiano, rappresentante in Terra del Re
celeste.
A noi, oggi, mancano
le parole per cominciare la riflessione. Essa era cominciata, dalla seconda
metà degli anni Sessanta e per circa un
decennio, per poi essere duramente repressa da nostri sovrani religiosi, i
quali agivano secondo l'ideologia dell'impero
religioso, fondamentalmente analoga a quella dell'impero cristiano, con la differenza di mettere il potere imperiale nelle mani di burocrazie
espresse dal clero invece che nominate dai sovrani civili e di sostituire il
diritto canonico al diritto romano. Inutile partire dalla teologia, che, come
ho ricordato, si è formata nell'era dell'impero
cristiano e da ciò è stata fortemente modellata. La teologia verrà dopo,
rifletterà su esperienze attuate. Secondo il mio modo di vedere, bisogna
iniziare con lo sperimentare nuove prassi collettive, dove si può, ad
esempio nelle nostre parrocchie, che sono parte, il primo livello,
dell'articolazione istituzionale della nostra confessione religiosa. Sperimentare pretendendo però di non essere
sconfessati, facendo forza su tutti quegli abbozzi di princìpi in senso lato
democratici che, sebbene non sviluppati, sono stati proclamati nelle leggi che
disciplinano la dimensione istituzionale delle nostre collettività religiose.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli