lunedì 7 aprile 2014

Popolo/popoli


Popolo/popoli
 

 L'ideologia di fede in materia di popolo è uno degli elementi più problematici nelle questioni religiose del nostro tempo.
 La nozione  di popolo di fede che oggi viene insegnata ha agganci piuttosto labili  nelle nostre Scritture sacre; essa è in realtà totalmente costruita molti secoli dopo i tempi delle origini delle nostre collettività religiose. Se si prende coscienza di questo, si capisce che essa potrebbe essere radicalmente mutata senza pregiudizio di ciò che definiamo deposito di fede, ed in effetti lo è stata nelle altre confessioni che si richiamano alla nostra fede religiosa.
 L'ideologia di popolo  praticata, prima di essere teorizzata, dalle nostre prime collettività di fede, nella loro stupefacente fase espansiva nell'impero mediterraneo all'estremo margine del quale erano originate, fu fortemente divergente da quella dell'antico giudaismo. Quest'ultima era ed è tuttora fondata su legami familiari, di stirpe. Gli elementi culturali, la fede religiosa, le tradizioni, la lingua, vengono, in un certo senso,  dopo. Questo spiega, per quello che penso di aver compreso, perché nell'antico giudaismo, e anche nell'ebraismo che è stato ed è contemporaneo  delle nostra collettività religiose, l'elemento missionario non è considerato importante. Nella nostra fede, invece, le questioni culturali sono state la base della nostra identità collettiva. Riteniamo di essere radunati da una fede comune, non sulla base di una stirpe comune. Nella nostra concezione, gente di fede si diventa, non si nasce, e tutti possono diventarlo a prescindere da chi sono i loro genitori  e i loro avi. Questo spiega come si possa immaginare, come ai tempi nostri facciamo, di poter radunare tutta l'umanità   in un solo popolo.  In questo ordine di idee l'elemento della missione  è fondamentale. A differenza dell'antico giudaismo, le nostre collettività religiose sono fortemente missionarie, ma non solo: la missione è la loro ragione di vita.  Esse esistono per propagare la fede fino agli estremi confini della Terra.
  Mancando, negli scritti sacri originati dalla vita delle nostre primitive collettività, una ideologia compiuta in materia di popolo, se non quella che lo definisce composto da genti radunate  dall'essere persuase di un'unica fede  religiosa, ci si è storicamente richiamati, nello strutturare le nostre collettività religiose, a quella propria dell'antico giudaismo,  che però è in realtà incompatibile con la concezione universalistica di popolo affermatasi nella nostra collettività religiosa.  L'ideologia  sul popolo che emerge dagli scritti sacri che abbiamo adottato dall'antico giudaismo funziona solo finché si considera la nostra collettività religiosa un popolo tra i popoli, come lo era quello degli antichi israeliti, non nella dimensione universalistica  di popolo.
 L'ideologia di popolo tratta dalle concezioni emergenti dagli scritti ricevuti dall'antico giudaismo  è stata alla base della costruzione dell'impero cristiano, nel corso del primo millennio della nostra esperienza di fede. Essa è stata ibridata con quella giuridica tratta dall'antico diritto romano. Secondo quest'ultima il popolo era concepito come aggregazione oggetto di potere pubblico, ma anche come soggetto  di potere pubblico: in essa era quindi centrale la questione del potere pubblico. "Il Senato e il Popolo di Roma": questo il motto che definiva l'antico sistema di potere originato in Roma, tanto distante dalle democrazie contemporanee e fondato su una sorta di compromesso tra stirpi aristocratiche e coloro (a volte una minoranza, in società che utilizzavano ampiamente la schiavitù e che non riconoscevano automaticamente la cittadinanza alle genti sottomesse) ai quali era riconosciuta storicamente voce in capitolo in materia pubblica, fondamentalmente su base di censo e di stirpe (cittadini si nasce). Il diritto pubblico romano aveva fornito l'ideologia istituzionale dell'impero nel quale la nostra fede si diffuse rapidamente; una versione modificata dell'ideologia di popolo dell'antico giudaismo, ibridandosi con la prima, la costituì fonte di un potere imperiale sia civile che religioso, per cui, ad esempio, gli imperatori presero a convocare concili ecumenici e a dirimere questioni di fede. I fondamenti della nostra teologia si sono costituiti in quest'epoca. Tenuto conto dell'importanza che, in teologia, attribuiamo alla Tradizione, a ciò che è stato portato fino a noi dal passato, possiamo dire che, per così dire geneticamente, le nostre concezioni fondamentali di fede sono improntate all'ideologia di un impero cristiano, che governa un popolo tra i popoli. Il problema è che questa ideologia non è compatibile con quella, universalistica, del popolo radunato da tutte le genti della Terra, un popolo fatto di tutti i popoli  in cui siano annullate tutte le discriminazioni tra i popoli e quindi tra persona e persona,  che  è stata all'origine dell'espansione delle nostre concezioni di fede nell'impero mediterraneo che poi in qualche modo le assimilò nella propria ideologia istituzionale. Infatti la missione al modo evangelico  non può essere concepita come una conquista, intesa come sottomissione  delle genti al modo "imperiale". Oggi ci sembra ovvio, ma solo negli anni Sessanta  del secolo scorso la dimensione della  conquista come sottomissione  cominciò ad essere distinta teologicamente da quella della missione in senso evangelico e, soprattutto, ad essere ripudiata, vissuta come qualcosa di cui pentirsi e da non ripetere.
 Il riemergere dell'originaria dimensione missionaria in senso universalistico ha riproposto una questione che non aveva trovato adeguato sviluppo nei primi secoli della nostra era, ai tempi, appunto, della nostra stupefacente espansione missionaria, ed esattamente quella di come debba funzionare un popolo animato da ideali  universalistici. Infatti l'ideologia dell'impero cristiano l'aveva soffocata rendendola tutto sommato superflua: il popolo, in questa concezione, era infatti composto dai sudditi dell'imperatore cristiano, rappresentante in Terra del Re celeste.
 A noi, oggi, mancano le parole per cominciare la riflessione. Essa era cominciata, dalla seconda metà degli anni Sessanta e  per circa un decennio, per poi essere duramente repressa da nostri sovrani religiosi, i quali agivano secondo l'ideologia dell'impero religioso, fondamentalmente analoga a quella dell'impero cristiano, con la differenza di mettere il potere imperiale nelle mani di burocrazie espresse dal clero invece che nominate dai sovrani civili e di sostituire il diritto canonico al diritto romano. Inutile partire dalla teologia, che, come ho ricordato, si è formata nell'era dell'impero cristiano e da ciò è stata fortemente modellata. La teologia verrà dopo, rifletterà su esperienze attuate. Secondo il mio modo di vedere, bisogna iniziare con lo sperimentare  nuove prassi collettive, dove si può, ad esempio nelle nostre parrocchie, che sono parte, il primo livello, dell'articolazione istituzionale della nostra confessione religiosa. Sperimentare pretendendo però di non essere sconfessati, facendo forza su tutti quegli abbozzi di princìpi in senso lato democratici che, sebbene non sviluppati, sono stati proclamati nelle leggi che disciplinano la dimensione istituzionale delle nostre collettività religiose.
 
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli