domenica 6 aprile 2014

Popolo - gregge


Popolo - gregge

 
 Il tema su cui noi laici dovremmo sentirci chiamati, di questi tempi, a impegnarci particolarmente è quello del come essere  popolo nella nostra fede. E ciò non solo perché si tratta di una questione di quelle centrali quando, agli inizi, degli scorsi anni Sessanta, i nostri capi religiosi decisero di imprimere una decisa svolta alle nostre collettività religiose, ma anche perché la gravissima crisi che come collettività di fede stiamo vivendo è descritta anche come una radicale separazione tra le concezioni espresse dai nostri capi religiosi e quelle dell'altra gente di fede, quindi tra i nostri capi religiosi e il loro popolo.
 Le difficoltà che si incontrano riflettendo su questo argomento sono molto serie e, sostanzialmente, derivano da due cause: la prima è che manca del tutto un pensiero teologico che possa guidare sperimentazioni pratiche e questo a causa di una durissima e ventennale azione di polizia ideologica espressa da un'organizzazione specializzata del nostro vertice romano, per cui i teologi, minacciati da sconfessione, hanno passato la mano; la seconda è che le democrazie Occidentali, da dove sono scaturite le nuove concezioni su come essere popolo affrancandosi da dinastie sovrane più o meno assolute, sono attraversate anch'esse, analogamente alla nostra confessione religiosa, da una gravissima crisi e, in particolare, minacciate da nuovi poteri di tipo assolutistico e, apparentemente, ingovernabili dalle istituzioni espresse dalle masse di cittadini.
 Di solito, in religione, per sapere che fare si cerca innanzi tutto di riferirsi a un insegnamento autorevole, al nostro magistero, a quello che i nostri capi religiosi propongono. E questi ultimi, in effetti,  in materia di popolo ci propongono una ideologia su base teologica  e biblica abbastanza strutturata e completa. Dagli scorsi anni Sessanta essa prende come orientamento la concezione di popolo espressa nella Costituzione Lumen gentium (=Luce per le genti) approvata nel corso del Concilio Vaticano 2° (1962/1965):
 
"Tutti gli uomini sono  chiamati a formare il popolo di Dio. Perciò questo popolo, pur restando uno e unico, si deve estendere a tutto il mondo e a tutti i secoli, affinché si adempia l'intenzione della volontà di Dio, il quale in principio creò la natura umana una e volle radunare insieme i suo figli dispersi (cfr Gv 11, 52). A questo scopo Dio mandò il Figlio suo, al quale conferì il dominio di tutte le cose (cfr Eb 1,2), perché fosse maestro, re e sacerdote di tutti, capo del nuovo e universale popolo dei figli di Dio. Per questo infine Dio mandò lo Spirito del Figlio suo, Signore e vivificatore, il quale per tutta la Chiesa e per tutti i singoli credenti è principio di associazione e di unità, nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (cfr At 2,42).
 In tutte quindi le nazioni della terra è radicato un solo popolo di Dio, poiché di mezzo a tutte le stirpi egli prende i cittadini del suo regno non terreno ma celeste. E in effetti tutti i fedeli sparsi per il mondo sono in comunione con gli altri nello Spirito Santo,  e così «chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra» (citazione da una omelia di S. Giovanni Cristomo - 4°/5° secolo della nostra era). Siccome dunque il regno di Cristo non è di questo mondo (cfr Gv 18,36), la Chiesa, cioè il popolo di Dio, introducendo questo regno nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutte le ricchezze, le risorse e le forme di vita dei popoli in ciò che esse hanno di buono e accogliendole le purifica, le consolida e le eleva. Essa si ricorda infatti di dover far opera di raccolta con quel Re, al quale sono state data in eredità le genti (cfr Sal,2,8), e nella cui città queste portano i loro doni e offerte (cfr Sal 71(72), 10; Is 60,4-7; Ap 21,24). Questo carattere di universalità, che adorna e distingue il popolo di Dio è dono dello stesso Signore, e con esso la Chiesa cattolica efficacemente e senza soste tende a ricapitolare l'umanità, con tutti i suoi beni, in Cristo e capo, nell'unità di lui". [dalla Costituzione dogmatica Lumen gentium (=luce per le genti), n.13, del Concilio Vaticano 2° - 1962/1965].
 
 In realtà quell'ideologia, apparentemente  esaustiva, non lo è affatto e presenta al suo interno elementi  contraddittori e irriducibili. Ma soprattutto è costituita quasi solo da corollari teologici e, secondo il metodo teoretico della teologia cattolica, prescinde del tutto dalla prassi, da come vanno effettivamente le cose. Si cerca di tenere tutto insieme, principi che muovono da premesse divergenti e prassi divergenti dalla teoria, ma il risultato finisce con l'essere gravemente insoddisfacente.
 I documenti del Concilio Vaticano 2° disegnarono una organizzazione religiosa che sostanzialmente era quella dell'impero religioso (egemonizzata da sovrani tratti dal clero), che caratterizzò l'intero secondo millennio, mentre quella dell'impero cristiano (egemonizzata da sovrani civili) aveva caratterizzato gli ultimi sei secoli circa del primo millennio. Si tratta di due tipi di teologia politica che non sono più attuabili nel nostro mondo. Dalle origini fino al quarto secolo del primo millennio si passò da un'era in cui mancava del tutto una teologia politica, ed è quella che ha prodotto gli scritti sacri originati dalle esperienze delle nostre prime collettività religiose, ad un'altra era, magmatica, in cui c'erano fermenti delle teologie dell'impero religioso  e di quelle dell'impero cristiano: comunque tutte teologie "imperiali". Tutte queste teologie imperiali non sono più proponibili nel nostro mondo.
  La versione della teologia imperiale che è oggi proposta dai nostri capi religiosi è quella fondata sull'ideologia del gregge.  Le pecore  seguono la voce dei buoni pastori. E' chiaramente una mitigazione di altre precedenti teologie imperiali secondo le quali la gente doveva essere costretta con le buone ma anche con le cattive, con misure repressive di stato, a seguire i propri capi. Gli sviluppi, abbastanza recenti, delle concezioni teologiche riguardanti la coscienza personale e la libertà di coscienza hanno consentito di costruire una ideologia religiosa che non entrasse in conflitto palese con il diritto penale delle società contemporanee, che non tollerano coercizione e discriminazioni su base religiosa.
 Il problema è che le nostre società civili sono strutturate su ideologie opposte a quelle del gregge: in teoria sono i capi a dover seguire la volontà dei consociati. In pratica non accade mai proprio così. Ma comunque, certamente, chi vuol essere capo deve tener conto  della voce della gente e queste voce finisce per essere effettivamente determinante nelle scelte fondamentali, come quando, in Italia, si dovette decidere tra monarchia e repubblica, al crollo del regime fascista, negli scorsi anni Quaranta, o come quando, poco dopo, si dovette decidere tra il comunismo di stampo sovietico e la democrazia di tipo Occidentale.
 Il nostro problema, per quanto riguarda il tema del popolo di fede, è quello di passare da una prassi di impero religioso a nuove prassi maggiormente partecipative. Solo così si potrà cominciare a sanare la drammatica frattura che si è prodotta tra i vertici del clero e la loro ideologia e la gente da essi, apparentemente, dominata.
 Storicamente nessun impero religioso si è modificato in quel senso solo per opera delle dinastie sovrane che le dominavano. Esse, anzi, tendono generalmente all'autoconservazione. Quando sono state costrette  a concedere statuti  di democrazia hanno spesso cercato poi di cancellarli. E' successo in fondo proprio così con le innovazioni in materia di popolo promulgate nel Concilio Vaticano 2°.
 Il cambiamento non potrà avvenire se non per protagonismo dello stesso popolo. Tuttavia mi pare che, in questo momento, proprio nel popolo  manchino le energie occorrenti. Troppo a lungo siamo stati indotti a farci gregge e a considerare la docilità (vocabolo ricorrente nei testi del nostro magistero, insieme al fastidioso verbo inculcare) un virtù. In questa materia però, come scrisse Lorenzo Milani, l'obbedienza non è più una virtù.
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli