giovedì 10 aprile 2014

La voce tra i cherubini


La voce tra i cherubini

  

 "Si comprende allora che la voce di Dio si faccia udire tra i due cherubini del Tempio … la voce sta sempre allo stretto e come prigioniera nei limiti imposti a un'immagine (o a un concetto). Udirla è sempre come venuta da un punto invisibile  -non concepibile, non rappresentabile, inafferrabile- ma un punto che  (per quanto nascosto nella propria interiorità)  fa vedere in modo altro. Resta il fatto che questa voce che fa vedere … si fa udire solo in una relazione (da cui la dualità dei cherubini). Solo la parola rivolta all'altro da sé risveglia quel "punto" in cui l'invisibile e il visibile si toccano e che fa vedere il visibile in modo altro … la voce non prende corpo in un cherubino o nell'altro, passa tra loro, come passa tra gli esseri umani, talvolta per vivificarli.  Passa, è sempre già passata, (il che significa che le manca la stabilità di un fondamento) senza poter essere trattenuta  per sé (contrariamente alle pretese idolatre). Coloro i quali  prestano orecchio odono talvolta il suo passaggio ed è allora che percepiscono  l'invisibile celato nel più segreto del visibile. Udire la voce  è una storia d'amore, come suggerisce la coppia dei cherubini abbracciati che veniva mostrata ai pellegrini che si recavano al Tempio" (da Catherine Chalier, Angeli e uomini, La Giuntina, 2009, pag.142-143.
 
 Il brano che ho sopra trascritto descrive bene la mia esperienza della fede religiosa. Da persona di fede si pensa di poter riuscire, udendo una parola che passa, di cui non ci si può mai impadronire, a vedere l'invisibile nell'esistenza propria e altrui e nel mondo intorno, quindi di poter riuscire a vedere in modo altro. Ciò accade sempre in una relazione. E' solo nel rapporto con gli altri che riusciamo ad udire quella parola. Udire per vedere l'invisibile è, per come la intendo io, la ragione per cui si continua ancora, nella nostra epoca in cui la scienza e la tecnologia costituiscono un'altra strada per vedere e capire l'invisibile, si continua ad essere religiosi. La via della fede, in quanto basata su relazioni d'amore, dà un senso di pienezza, di appagamento interiore, al contrario di quella della scienza. In entrambe, però, la visione dell'invisibile richiede di essere continuamente rinnovata, non è mai data una volta per tutte.
 La qualità delle relazioni umane incide molto sulla possibilità di sviluppare quella particolare visione dell'invisibile, quella visione spirituale, che realizza la pienezza dell'esperienza religiosa. Nelle nostre collettività questo mi pare un aspetto piuttosto critico, perché i modelli che prevalgono, strutturati secondo un modello fondamentalmente autoritario, non favoriscono quel tipo di relazioni umane che servono. Entrare in religione è concepito in genere più che come un apprendere e seguire una disciplina, che come un attivare un nuovo tipo di relazioni umane. La fedeltà e conformità a un modello sono considerate più importanti e caratterizzanti del modo in cui si parla agli altri, si entra in relazione con loro. I modelli sono in genere calati dall'alto e con molta difficoltà se ne può ottenere un mutamento. Siccome poi, in genere, non si riesce a seguirli, mi pare che ci sia sempre qualcuno che è piuttosto scontento di noi, in religione. Sono veramente poche le aggregazioni che si sottraggono a queste dinamiche. Una di esse è l'Azione Cattolica. Purtroppo la mancanza di gente nuova, in particolare nella nostra associazione parrocchiale, porta a confonderla con altre, che in realtà sono basate su principi molto diversi. La caratteristica principale dell'Azione Cattolica è di non essere strutturata su un modello autoritario, in cui ci sono dei capi che ti dicono che cosa devi pensare e che cosa devi fare. I nostri capi ce li eleggiamo da noi e riflettono il nostro modo di vedere le cose. Chi siamo, allora noi, o, almeno, chi vorremmo essere? Vorremmo essere quelli che ho chiamato gente del Concilio, persone impegnate nel rinnovamento del modo di stare insieme da gente di fede che è stato innescato negli scorsi anni Sessanta.
 Perché è necessario il rinnovamento? Rinnovamento significa mantenere vive quelle relazioni con gli altri che consentono la  visione dell'invisibile, direi lo spirito profetico, caratteristica dell'esperienza di fede. Senza il rinnovamento c'è quella che il nostro vescovo definisce spiritualità della tomba o del museo. Sembra però straordinariamente difficile uscire da quest'ultimo tipo di spiritualità. La società del nostro tempo si è come abituata a considerarci come i custodi di un museo, in cui qualche volte si entra ma senza lasciarsi coinvolgere se non superficialmente. Un altro modo di intendere le nostre organizzazioni religiose è quello di considerarle un po' come il servizio sanitario nazionale, delle "ASL"  dello spirito, un servizio pubblico tra gli altri. Del resto, non è vero che è finanziato dallo stato, con entrate tributarie? Ed in effetti la nostra organizzazione ecclesiastica è effettivamente strutturata come un ente pubblico, con i suoi  uffici centrali e periferici e con i suoi funzionari. In questa visione la parrocchia sarebbe una specie di Azienda Religiosa Locale e il parroco il capo ARL. Del resto i fedeli non hanno voce in capitolo in quell'organizzazione, i preti vengono assegnati e rimossi senza che la gente possa dire nulla, un po' come accade negli uffici pubblici. E nella gestione delle cose possono solo esprimere pareri non vincolanti.
 L'altro giorno, aspettando di confessarmi, ho incontrato un signore anziano che arrivava sbuffando perché ancora non c'era il prete per le confessioni e voleva coinvolgermi in una conversazione del tipo di quelle che si fanno aspettando il proprio turno all'ambulatorio della ASL. Mi ha smontato. Ho deciso di confessarmi in un'altra occasione. Poi il prete è venuto e rapidamente ha smaltito la fila dei penitenti, dispensando la grazia come servizio pubblico. Quando ero più in forma fisicamente, andavo a confessarmi in una qualche basilica romana, facendo un lungo tragitto a piedi, raggiungendola al modo del pellegrino, in modo da togliere alla cosa il senso di ASL religiosa.
 Il fatto che l'esperienza di Azione Cattolica sia diventata, nella nostra parrocchia, in fondo, un fatto di nicchia non è positivo. Può essere considerato un segnale che da noi c'è poca  gente del Concilio, che non si presta attenzione sufficiente all'esigenza di rinnovamento e, soprattutto, che la nostra esperienza religiosa non riesce più a coinvolgere la gente in quest'azione di rinnovamento, centrata innanzi tutto sul dialogo e sulla partecipazione, non sulla disciplina  imposta da capi non scelti ma subiti.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli