Dalla parte dei
cattivi
A noi, in religione,
piace pensarci sempre dalla parte dei buoni perseguitati. E, parlando di quando
non lo siamo stati, situiamo la cosa in epoche del passato e diamo la colpa
all'andazzo dei tempi, dicendo che in quei contesti storici tutti facevano così.
E' così per la faccenda dello schiavismo o per le atroci sofferenze inflitte ai
dissenzienti religiosi. Insomma, quando si parla della nostra cattiveria, se ne tratta sempre usando il passato remoto. La
scontata conclusione della vicenda riguardante la normativa sulla procreazione
medicalmente assistita segnala che, invece, sarebbe bene fare un esame di
coscienza che riguarda la contemporaneità e non solo i nostri capi religiosi,
ma tutti noi in quanto cittadini animati dalla fede e quindi in concreto capaci
di produrre effetti politici su base religiosa. Come collettività religiosa
abbiamo influito con successo nel determinare l'approvazione di norme che
erano, geneticamente e irrimediabilmente, incostituzionali, quindi contrarie ai
principi fondamentali di civiltà che ci siamo storicamente dati come
collettività politica. Il fatto che in questa vicenda abbiano avuto
indubbiamente un ruolo primario i nostri capi religiosi, non ci esime dal
valutare la nostra personale e diretta
responsabilità come cittadini, perché viviamo un regime di democrazia popolare e
nulla si sarebbe potuto fare senza il nostro assenso. La cosa è eclatante dal
momento che quelle norme sono state sottoposte ad un referendum, in cui la
maggioranza di noi ha seguito la direttiva dei nostri capi religiosi di
disertare le urne, decisione che, per la disciplina che riguarda quel
particolare tipo di consultazione popolare, ha un preciso contenuto politico e
significa che non si vuole che una certa materia venga sottoposta al vaglio
popolare e che, pertanto, per quanto legittima, è palesemente antidemocratica.
Questo carattere antidemocratico è stato poi accentuato dal fatto che essa, per
quanto riguarda la gran parte di noi gente di fede, è stata adottata
fondamentalmente per ubbidienza verso i nostri capi religiosi, che l'hanno
esplicitamente richiesta, ed essi non hanno una legittimazione democratica e
addirittura se ne vantano,
rivendicandolo a proprio merito. L'aver obbedito non ci esime dalla
responsabilità diretta perché, come scrisse Lorenzo Milani, in democrazia
l'ubbidienza non è più una virtù. Era certo che la normativa che riguardava la
procreazione medicalmente assistita sarebbe stata dichiarata incostituzionale,
era solo questione di tempo e infatti lo è stata a più riprese, da ultimo
l'altro giorno. Con la nostra azione abbiamo solo allungato i tempi di una
decisione inevitabile; questo tempo, che sotto questo punto di vista non è
recuperabile, è stato sottratto alle persone che, ora si scopre, avevano tutto il diritto di avvalersi di quella tecnologia medica.
La nostra quindi non è stata solo una lotta su principi astratti, ma una lotta
contro una parte della società nostra contemporanea, alla quale abbiamo
inflitto ingiuste sofferenze. Uso la prima persona plurale perché, pur non
avendo condiviso e seguito le direttive politiche dei nostri capi religiosi,
continuo a far parte della nostra collettività religiosa e dunque devo
accettare di portare la responsabilità, collettiva, delle sue scelte.
Poteva andare diversamente? Certo, poteva
andare diversamente. Dipendeva solo da noi, dalla nostra capacità di capire i
problemi, di assumerci le nostre responsabilità storiche, di fare le
conseguenti scelte. Se avessimo voluto avremmo certamente potuto influire sui
nostri capi religiosi. Non è vero che la strada fosse segnata. Anche le
questioni dottrinarie potevano essere superate. La nostra teologia è maestra
nel costruire problemi che poi dichiara di non essere in grado di superare,
anche se, alla fine, riesce a risolverli con sorprendente facilità, dichiarando di
essere giunta a comprendere meglio la loro natura. Anche l'Inquisizione, nelle sue varie manifestazioni storiche, sembrava
insuperabile e, invece poi, non senza resistenze, è stata superata. Anche la libertà di coscienza, nell'accezione
contemporanea, sembrava inaccettabile e veniva addirittura condannata come
peccaminosa, e ora invece, ma solo dagli scorsi anni Sessanta, è stata accolta
nei nostri principi fondamentali religiosi, per cui oggi nessuno si sognerebbe
di predicare una crociata al modo di quella che fu attuata contro gli albigesi,
nel Tredicesimo secolo.
Nelle nostra
collettività mi pare che prevalga il modo della sequela acritica. Non è una
cosa naturale negli esseri umani, dotati fisiologicamente di raziocinio. E' una
abitudine che ci è stata, uso il gergo dei nostri capi religiosi, inculcata. In genere, non è forse così?, siamo dei docili ripetitori delle parole altrui.
Io ho qualche dubbio che questo tipo di sequela abbia fondamento evangelico. Non
è vero che dovremmo conformarci ai princìpi piuttosto che ai prìncipi?
La capacità di fare
scelte collettive responsabili dipende da costumi partecipativi ai quali non
siamo stati educati e di cui non abbiamo fatto esperienza. Ci è stato insegnato
che su certe questioni non si deve
discutere, perché esse non sono negoziabili, quindi non sono
nella nostra disponibilità. Su di esse
il dialogo ci è precluso, viene invocata l'obbedienza canonica, così come tante
volte in passato si è fatto in circostanze simili, con tragiche conseguenze.
Sul giornale di oggi ho letto, ad esempio, che si sta riflettendo sulla
opportunità di riabilitare il
filosofo e frate domenicano Giordano Bruno, mandato al rogo a Roma nel 1600 per
essersi rifiutato di scegliere la comoda strada dell'ubbidienza ideologica, ma
che, in insomma, la decisione non è scontata. Qual è la difficoltà? La
riabilitazione non ne farebbe un gerarca della nostra teologia, nessuno si
sentirebbe obbligato a seguire il suo pensiero, sebbene quest'ultimo appaia per
certi versi anticipatore di certe correnti ideali contemporanee. Essa però
avrebbe il significato di ripudiare forme di polizia ideologica oggi
inaccettabili. Diverrebbe più difficile attuarle ai tempi nostri. Si
produrrebbero effetti positivi sulla libertà del pensiero in religione, con
ricadute sulla nostra capacità collettiva di analizzare le grandi questioni del
nostro tempo in modo di evitare di infliggere inutili sofferenze alle società
sulle quali, collettivamente, abbiamo la capacità di influire.
C'è un modo nuovo di
essere popolo di fede che dovremmo cominciare a ideare e a sperimentare.
Sarebbe bello farlo, ma sembra che manchino le forze. Ora che il nostro padre
universale ci invita al rinnovamento profondo, a fare in modo che niente rimanga come prima, all'audacia,
al coraggio, mi pare che, collettivamente, rimaniamo poi sempre appesi alle sue
parole, attendendo inerti le sue precise direttive, proponendoci di essere,
come al solito, dei semplici uditori e ripetitori,
accontentandoci di stargli intorno come folle plaudenti, come, del resto, ci è
stato insegnato a fare. Invece che Azione,
intesa come analisi, ideazione e produzione di effetti, mi pare che in genere
ci si accontenti di fare movimento,
il solito accalcarsi e disciogliersi in occasione dei grandi eventi prodotti dalle nostre organizzazioni religiose.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli