Sentore d'antico
Le nostre cose di
religione certe volte sanno d'antico e, proprio per questo, piacciono. Dalle
nostre collettività spira, talvolta, una specie di sentore di nobiltà decaduta
che affascina. Sembra quasi che i tempi moderni abbiano in qualche modo
usurpato, con la loro volgarità commerciale e consumistica, un ordine che aveva
una sua grandezza. Gli antichi riti chiesastici, il latinorum incomprensibile ai
più delle liturgie di una volta, i bizzarri paramenti da cerimonia, le nuvole
d'incenso che si levano da alcuni nostri riti solenni, gli allestimenti feudali
che coinvolgono in quanto non sono mere rievocazioni ma ancora vengono
presentati come realtà viva, tutto
questo straniante armamentario, questa paradossale messa in scena, questo
sgargiante effetto speciale del quale sapienti artigiani della nostra
confessione religiosa conservano i misteri, tutta questa sacra rappresentazione
dalla quale a partire dagli scorsi anni Sessanta cercammo di emanciparci, sembra
ancora attirare, in particolare coloro che sono meno coinvolti nei contenuti di
fede e sono anche meno consapevoli della lunga storia della nostra esperienza
religiosa. E questo sentore d'antico sembra quasi indispensabile per
l'affermazione sociale delle nostre idee di fede. Esso sarà potentemente
riproposto nel corso dell'evento della glorificazione di due nostri recenti
sovrani religiosi che sarà organizzato tra pochi giorni e che sicuramente
richiamerà grande afflusso di gente. Eppure tutto questo a cui ho accennato non
connota veramente la nostra esperienza religiosa, è in gran parte un'incrostazione del passato, e spesso origina
in un passato in cui c'è molto male, in tempi bui dai quali, non senza difficoltà,
abbiamo cercato di affrancarci, talvolta riuscendoci. Capirlo sembra essere,
paradossalmente, più difficile nei tempi contemporanei, caratterizzati da tante
novità. Ma forse è proprio per il disorientamento che ci viene dai veloci
mutamenti sociali che stiamo vivendo che cerchiamo rifugio negli immaginifici
rituali del passato. All'interno di essi ci sembra, per qualche ora, di essere
protagonisti di una realtà celestiale, salvo poi accorgerci, in genere, che, lo
dico con una delle battute finali del film La
grande bellezza, in fondo "è tutto un trucco".
La realtà viva delle nostre collettività
religiosa non abita le chiese-museo del centro di Roma, vuote del popolo della
fede e piene di turisti del sacro, sedi scenografiche dei nostri più brillanti
eventi religiosi, ma le chiese delle periferie, quelle ancora popolate di gente
vera, spesso disprezzata, in genere inascoltata e periodicamente convocata per
ruoli di semplice comparsa nelle nostre liturgie feudali. Vai, ti mettono in
mano libretto che ti spiega che cosa devi dire, cantare e fare, e poi, spente
le luci della ribalta, vuotato il palcoscenico dei protagonisti, congedati gli
invitati di riguardo, te ne ritorni a casa senza mai aver potuto dire la tua.
E, del resto, come si potrebbe farlo, in quella massa di gente? Ma poi, perché
farlo, visto che non sei stato convocato per quello?
Nella nostra fede c'è
veramente molto di più di quelle scenografie dal sentore d'antico. Scoprirlo
richiede però uno sforzo, un impegno, uno spendere tempo per confrontarsi tra
gente di fede, un esercizio di dialogo, un cercare di approfondire le questioni
leggendo, imparando cose nuove, ragionando su stili di vita e problemi
personali e sociali, sperimentando vie nuove. La nostra organizzazione
religiosa ancora fornisce mezzi e strutture per tutto questo e in ciò sta il
suo principale pregio, la sua vera utilità sociale. Si è aperta inoltre
un'epoca in cui l'assillante pressione conformistica che ha caratterizzato il
clima culturale degli ultimi trent'anni della nostra storia religiosa
improvvisamente, e in modo imprevisto, sta mollando la presa. Si prospettano
inedite opportunità e, in particolare, quella di farci, collettivamente, da
comparse a protagonisti sulla scena religiosa. Sarebbe bello e giusto
coglierla. E' uno dei più importanti segni
dei tempi di oggi: non agire di
conseguenza ci esporrebbe a una pesante responsabilità di fronte alle genti
nuove, ai nostri posteri.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.