giovedì 20 marzo 2014

Via dalla corte


Via dalla corte

 

  Ci troviamo, in religione, in  tempi che saranno considerati "storici", vale a dire come significativi di una transizione da un'epoca all'altra. Ma "li viviamo"  o "vi assistiamo" solamente?  In effetti mi pare che, in genere, vi si assista solamente. Del resto ci è stato insegnato a fare così. Ma poi, che potremmo dire e fare, ad esempio, sul problema della ristrutturazione degli organi di governo della Città del Vaticano, il piccolo regno di quartiere piantato nella nostra città dove è arroccato, dietro altre mura, il vertice della nostra confessione religiosa?
 La nostra organizzazione di fede è strutturata per piccole e grandi corti, intorno a sovrani religiosi. Essi sono ordinati gerarchicamente tra loro al modo in cui lo erano i sovrani feudali. Al vertice c'è colui che, dal punto di vista giuridico, è un imperatore assoluto. Su questa struttura ha iniziato a incidere il Concilio Vaticano 2°, che può essere considerato come l'alba dei tempi nuovi. Infatti in esse non ci si limitò a bilanciare il rapporto tra centro e periferia, tra il monarca romano e i suoi feudatari e, innanzi tutto, come era avvenuto diverse volte nella storia della nostra confessione religiosa, ed anche con esiti drammatici, tra quel monarca e il concilio stesso: infatti nei documenti conciliari si affaccia il concetto di popolo. Tuttavia esso non venne sviluppato abbastanza: le affermazioni che ad esso si riferiscono, per quanto importanti e molto citate, sono poche e, per così dire, senza direttive esecutive, attuative. In realtà in quel consesso di feudatari religiosi, in cui la presenza di osservatori laici era veramente molto, molto limitata, simbolica, non si andò oltre il concetto biblico di popolo e, del resto, sotto un certo aspetto, considerata la cultura prevalentemente biblico-teologica di chi aveva diritto di parola e di voto non poteva che essere così. Ma il popolo come è inteso nei nostri scritti sacri è molto diverso dal popolo, anzi dai popoli,  dei tempi nostri. La situazione è cominciata rapidamente a cambiare alla fine del Settecento. La nostra gerarchia religiosa ha inizialmente provato a contrastare il cambiamento, al modo degli altri sovrani della Terra, poi a cercato di adattarvisi, a temperarlo, a cercare di governarlo. Questa strategia ha in genere avuto successo, consentendo alla struttura feudale di mantenersi a galla. Ma ha avuto un prezzo: il fatto che, nella nostra confessione religiosa, che tanto profondamente ha inciso nella storia del mondo e che quindi ha avuto un ruolo profondamente politico, non si è mai costituito veramente un popolo nel senso in cui oggi noi lo intendiamo, una aggregazione fatta di persone che cercano di assumersi la responsabilità del corso della storia. La crisi che l'anno scorso è esplosa all'interno dei palazzi romani dove  è insediato il vertice della nostra confessione religiosa, presentata talvolta solo come una congiura di palazzo, ne è stata la conseguenza eclatante. L'assenza di un popolo come è inteso ai tempi nostri ha consentito alla burocrazia religiosa centrale di diventare autoreferenziale, misura di sé medesima: essa poi è degenerata, seguendo dinamiche consuete in tutte le organizzazioni umane strutturate come corti feudali. La crisi è esplosa dopo un lungo periodo di incubazione, durato più o meno dall'inizio del nuovo Millennio, quando la forza del sovrano religioso romano è venuta indebolendosi principalmente per ragioni fisiche, di età molto avanzata e di malattie. Ma non sarà ristabilendone l'autorità, centrandola su una persona relativamente più giovane, che le cose, al punto in cui sono, miglioreranno. E le ristrutturazioni di quella burocrazia, per quanta fantasia e buona volontà si impiegheranno nel progettarle e nell'attuarle, non incideranno sulle cause vere della crisi. Il  vero problema è quello di costituire quel popolo di cui si è cominciato a tratteggiare il profilo dalla metà degli anni Sessanta, nella riflessione seguita al Concilio Vaticano 2°. Ma questo non è un lavoro per feudatari, che di quel popolo sono, anche oltre le intenzioni, gli oggettivi antagonisti. Costituire un popolo è lavoro di popolo e, quindi, innanzi tutto della parte numericamente preponderante di esso: i laici. Mi pare che il primo obiettivo che noi laici potremmo darci è quello di uscire dalle piccole corti in cui siamo incastonati, iniziando a muoverci come popolo in senso contemporaneo. Dobbiamo cominciare a darci da noi stessi direttive di azione, utilizzando gli strumenti della democrazia, che consentono la più ampia partecipazione alle decisioni collettive. E, innanzi tutto, a cominciare ad accettare il pluralismo che è alla base delle democrazie contemporanee.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli