Via dalla corte
Ci troviamo, in religione, in tempi che saranno considerati "storici",
vale a dire come significativi di una transizione da un'epoca all'altra. Ma "li viviamo" o "vi
assistiamo" solamente? In
effetti mi pare che, in genere, vi si assista solamente. Del resto ci è stato
insegnato a fare così. Ma poi, che potremmo dire e fare, ad esempio, sul problema
della ristrutturazione degli organi di governo della Città del Vaticano, il piccolo regno di quartiere piantato nella
nostra città dove è arroccato, dietro altre mura, il vertice della nostra
confessione religiosa?
La nostra
organizzazione di fede è strutturata per piccole e grandi corti, intorno a
sovrani religiosi. Essi sono ordinati gerarchicamente tra loro al modo in cui
lo erano i sovrani feudali. Al vertice c'è colui che, dal punto di vista
giuridico, è un imperatore assoluto. Su questa struttura ha iniziato a incidere
il Concilio Vaticano 2°, che può essere considerato come l'alba dei tempi
nuovi. Infatti in esse non ci si limitò a bilanciare il rapporto tra centro e
periferia, tra il monarca romano e i suoi feudatari e, innanzi tutto, come era
avvenuto diverse volte nella storia della nostra confessione religiosa, ed
anche con esiti drammatici, tra quel monarca e il concilio stesso: infatti nei
documenti conciliari si affaccia il concetto di popolo. Tuttavia esso non venne sviluppato abbastanza: le
affermazioni che ad esso si riferiscono, per quanto importanti e molto citate,
sono poche e, per così dire, senza direttive esecutive, attuative. In realtà in
quel consesso di feudatari religiosi, in cui la presenza di osservatori laici era veramente molto,
molto limitata, simbolica, non si andò oltre il concetto biblico di popolo e, del resto, sotto un certo aspetto, considerata
la cultura prevalentemente biblico-teologica di chi aveva diritto di parola e
di voto non poteva che essere così. Ma il popolo
come è inteso nei nostri scritti sacri è molto diverso dal popolo, anzi dai popoli, dei tempi nostri. La situazione è cominciata
rapidamente a cambiare alla fine del Settecento. La nostra gerarchia religiosa
ha inizialmente provato a contrastare il cambiamento, al modo degli altri
sovrani della Terra, poi a cercato di adattarvisi, a temperarlo, a cercare di
governarlo. Questa strategia ha in genere avuto successo, consentendo alla
struttura feudale di mantenersi a galla. Ma ha avuto un prezzo: il fatto che,
nella nostra confessione religiosa, che tanto profondamente ha inciso nella
storia del mondo e che quindi ha avuto un ruolo profondamente politico, non si
è mai costituito veramente un popolo nel senso in cui oggi noi lo intendiamo,
una aggregazione fatta di persone che cercano di assumersi la responsabilità
del corso della storia. La crisi che l'anno scorso è esplosa all'interno dei
palazzi romani dove è insediato il
vertice della nostra confessione religiosa, presentata talvolta solo come una
congiura di palazzo, ne è stata la conseguenza eclatante. L'assenza di un
popolo come è inteso ai tempi nostri ha consentito alla burocrazia religiosa
centrale di diventare autoreferenziale, misura di sé medesima: essa poi è
degenerata, seguendo dinamiche consuete in tutte le organizzazioni umane
strutturate come corti feudali. La crisi è esplosa dopo un lungo periodo di incubazione,
durato più o meno dall'inizio del nuovo Millennio, quando la forza del sovrano religioso
romano è venuta indebolendosi principalmente per ragioni fisiche, di età molto
avanzata e di malattie. Ma non sarà ristabilendone l'autorità, centrandola su
una persona relativamente più giovane, che le cose, al punto in cui sono,
miglioreranno. E le ristrutturazioni di quella burocrazia, per quanta fantasia
e buona volontà si impiegheranno nel progettarle e nell'attuarle, non
incideranno sulle cause vere della crisi. Il
vero problema è quello di costituire
quel popolo di cui si è cominciato a
tratteggiare il profilo dalla metà degli anni Sessanta, nella riflessione
seguita al Concilio Vaticano 2°. Ma questo non è un lavoro per feudatari, che
di quel popolo sono, anche oltre le intenzioni, gli oggettivi antagonisti.
Costituire un popolo è lavoro di popolo
e, quindi, innanzi tutto della parte numericamente preponderante di esso: i
laici. Mi pare che il primo obiettivo che noi laici potremmo darci è quello di uscire dalle piccole corti in cui siamo
incastonati, iniziando a muoverci come popolo
in senso contemporaneo. Dobbiamo cominciare a darci da noi stessi direttive
di azione, utilizzando gli strumenti della democrazia, che consentono la più
ampia partecipazione alle decisioni collettive. E, innanzi tutto, a cominciare
ad accettare il pluralismo che è alla
base delle democrazie contemporanee.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli