Modi nuovi per vivere
insieme la fede religiosa
La caratteristica più
eclatante dell'attuale fase storica della nostra collettività religiosa è
l'improvvisa sospensione dell'attività politica della nostra gerarchia
religiosa in Italia, che negli anni passati era stata piuttosto intensa e, tra
l'autunno del 2011 e il marzo 2013, addirittura determinante nel produrre una
nuova compagine di governo. In anni più lontani avversata dalle forze laiche, essa nel corso del 2011 venne
addirittura da
esse apertamente invocata, in particolare
in una serie di pezzi pubblicati su quello che un tempo era stato l'alfiere del
laicismo italiano. Fattosi il silenzio, cessato il continuo prodursi di
interventi sulla scena politica dei nostri capi religiosi, è però rimasto il
silenzio: nessun'altra voce si ode se non quella del nostro nuovo sovrano
religioso, il quale ci incita a parlare. Ma non siamo più abituati a farlo. Come
ho scritto, ricominciare non sarà facile.
Il modello di rapporto tra la collettività di fedeli e i
propri capi che si è storicamente più
affermato nelle nostre concezioni di fede è quello basato sulla pastorizia: i
capi sono visti come pastori e i
fedeli come un gregge. E' chiaro che
si tratta di un ordine di idee che ha fondamento biblico: è una metafora che
effettivamente è utilizzata nelle nostre Scritture sacre, unitamente a altre
sempre tratte da antiche culture agricolo-pastorali, ad esempio quella che vede
la nostra collettività come una vigna
e quella che la vede come un campo di
grano infestato dalla zizzania. Questi modelli hanno una cosa in comune,
oltre al fatto di essere legati ad esperienze di vita che nell'Occidente
contemporaneo sono estranee alla maggior parte della popolazione: propongono un
ruolo passivo dei fedeli. Noi, in
religione, in genere non abbiamo avuto e non abbiamo nessuna obiezione. Eppure in altre cose non ci
piacerebbe essere paragonati a una pecora o a una pianta coltivata. Ecco
infatti che su molte bandiere del mondo abbondano pennuti piuttosto aggressivi,
come le aquile, o pericolosi animali
mitologici come i draghi o felini mortiferi come i leoni. "Meglio un giorno da leone che cent'anni da
pecora", si dice proverbialmente. Quando però ci manifestiamo
religiosi, sembra che ragioniamo diversamente, che ci piaccia lasciarci condurre
verso un ovile sicuro, che l'unico nostro problema sia quello di riconoscere la
voce del pastore. In realtà la
situazione è un po' diversa. Le metafore agricolo-pastorali, che avevano
originariamente un significato prettamente teologico, che riguardava le relazioni tra l'umanità e il soprannaturale,
sono state adattate, in un lungo e travagliato processo di elaborazione, per
sorreggere un'ideologia politica secondo la quale è bene che i fedeli non
abbiano voce e, se parlano, non devono farlo come fedeli, ma come pecore perdute, sparse. Ai
fedeli piace parlare, ma, quando lo fanno, sono disconosciuti dai pastori. Che
oggi dicono di accorgersi dell'abisso che si è creato tra le concezioni e gli
stili di vita della maggior parte della gente di fede e quelli da loro proposti
e insegnati. In realtà era tutto molto chiaro già da prima, solo che, prima,
questo non veniva sentito come un problema: i dissenzienti erano fuori, pecore perdute, si lavorava con gli altri, con quelli che ci stavano. Dunque,
nella concezione dei nostri capi religiosi, l'area del religioso continuava a
restringersi, la secolarizzazione avanzava, i fedeli erano ridotti ad esigua
minoranza, la nostra collettività religiosa era ridotta a un piccolo resto. Una concezione, questa, sbagliata, irrealistica. L'attuale fase
della politica dimostra invece quanto sia importante il ruolo dei laici di fede
nelle cose italiane: infatti gran parte dei nuovi politici rampanti, quelli che
stanno riscuotendo sempre maggior credito tra la gente, deriva dal
cattolicesimo democratico italiano. Ma, paradossalmente, questo accade anche
nelle formazioni di opposizione. E questa affermazione si sta producendo in
particolare in un momento di silenzio
dei nostri capi religiosi. In passato sembrava invece che se non avessero
parlato, chissà dove sarebbe finita l'Italia. Non è la fede religiosa a perdere
presa sulla gente, in Italia, ma l'ideologia politica del gregge proposta dai nostri capi religiosi.
Il luogo dove ancora
non si ode la voce dei fedeli è proprio quello in cui ci si aspetterebbe di
sentirla, vale a dire lo spazio che esplicitamente è dedicato alle attività di
fede, intese come liturgie e lavoro di iniziazione e di formazione alla fede. La cosa è spiegabile perché
in questo ambito si è fatta sentire con più forza in passato l'azione normalizzatrice. Qui una straripante produzione di documenti
normativi dei nostri capi religiosi ha sovrastato e paradossalmente inaridito
ogni altra iniziativa e anche la teologia riconosciuta come espressione della
nostra confessione religiosa appare in un certo senso come una sorta di commentario a quei documenti. Trovo ad
esempio incomprensibile (ma non sono un teologo) che dei teologi per così dire professionisti si sentano in dovere di
inserire nei loro scritti citazioni dal Catechismo
della Chiesa cattolica, che da strumento per la formazione permanente dei
fedeli quale ci si aspetterebbe che fosse è diventato una gabbia normativa in
cui anche il pensiero sofisticato deve accettare di essere rinchiuso, sotto
pena di essere disconosciuto dai
nostri capi religiosi.
In questa situazione,
il compito principale e più urgente è per noi laici quello di riprendere a parlare,
pretendendo però di farlo da laici di
fede, senza più accettare di essere disconosciuti,
di essere trattati come pecore perse.
Si tratta di concepire nuovi modi per vivere insieme la nostra fede religiosa,
sottolineo nuovi, al plurale, non nuovo, al singolare: la sfida del futuro è,
in religione, quella del pluralismo,
che ancora fatica ad essere accettato da un'organizzazione religiosa ancora
strutturata secondo principi tutto sommato feudali.
E' un discorso che fu affrontato negli scorsi anni Sessanta, prima dell'inizio
dell'era glaciale che, sembra, comincia a finire. Si tratta di costruire l'unione tra noi, non
accettando di realizzarla semplicemente nella comune soggezione a un sovrano
religioso, su scala locale o globale. Non si tratta di problemi del tutto
nuovi, anche se essi assumono un rilievo particolare nell'era delle democrazie
contemporanee. Se ne trova traccia, ad esempio, nel dibattito ideale che si
sviluppò in Europa, intorno alla nostra organizzazione religiosa, tra il
Duecento e il Quattrocento. In qualche modo occorre trasformare quello che
appare oggi, effettivamente, come un gregge,
in un popolo. L'idea di popolo fu al centro del moto di riforma indotto dal
Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e quindi, indubbiamente, si tratta di
riprendere un lavoro che fu impostato in quegli anni, ma poi non sviluppato, se
non in aspetti tutto sommato marginali. Ad esempio, il rinnovamento della
liturgia non è stato accompagnato da un rinnovamento del modo di manifestarsi
fedeli, per cui a volte si pensa che sarebbe meglio tornare ai vecchi riti, che in effetti sono più aderenti all'idea
di popolo-gregge. Che senso ha partecipare più attivamente ai riti
liturgici, se però questa partecipazione si risolve più che altro nel recitare formule scritte da altri?
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli