venerdì 21 marzo 2014

Modi nuovi per vivere insieme la fede religiosa


Modi nuovi per vivere insieme la fede religiosa
 

 La caratteristica più eclatante dell'attuale fase storica della nostra collettività religiosa è l'improvvisa sospensione dell'attività politica della nostra gerarchia religiosa in Italia, che negli anni passati era stata piuttosto intensa e, tra l'autunno del 2011 e il marzo 2013, addirittura determinante nel produrre una nuova compagine di governo. In anni più lontani avversata dalle forze laiche, essa nel corso del 2011 venne addirittura   da esse apertamente invocata, in particolare in una serie di pezzi pubblicati su quello che un tempo era stato l'alfiere del laicismo italiano. Fattosi il silenzio, cessato il continuo prodursi di interventi sulla scena politica dei nostri capi religiosi, è però rimasto il silenzio: nessun'altra voce si ode se non quella del nostro nuovo sovrano religioso, il quale ci incita a parlare. Ma non siamo più abituati a farlo. Come ho scritto, ricominciare non sarà facile.
 Il modello  di rapporto tra la collettività di fedeli e i propri  capi che si è storicamente più affermato nelle nostre concezioni di fede è quello basato sulla pastorizia: i capi sono visti come pastori e i fedeli come un gregge. E' chiaro che si tratta di un ordine di idee che ha fondamento biblico: è una metafora che effettivamente è utilizzata nelle nostre Scritture sacre, unitamente a altre sempre tratte da antiche culture agricolo-pastorali, ad esempio quella che vede la nostra collettività come una vigna e quella che la vede come un campo di grano infestato dalla zizzania. Questi modelli hanno una cosa in comune, oltre al fatto di essere legati ad esperienze di vita che nell'Occidente contemporaneo sono estranee alla maggior parte della popolazione: propongono un ruolo passivo dei fedeli. Noi, in religione, in genere non abbiamo avuto e non abbiamo nessuna obiezione. Eppure in altre cose non ci piacerebbe essere paragonati a una pecora o a una pianta coltivata. Ecco infatti che su molte bandiere del mondo abbondano pennuti piuttosto aggressivi, come le aquile,  o pericolosi animali mitologici come i draghi o felini mortiferi come i leoni. "Meglio un giorno da leone che cent'anni da pecora", si dice proverbialmente. Quando però ci manifestiamo religiosi, sembra  che ragioniamo diversamente, che ci piaccia lasciarci condurre verso un ovile sicuro, che l'unico nostro problema sia quello di riconoscere la voce del pastore. In realtà la situazione è un po' diversa. Le metafore agricolo-pastorali, che avevano originariamente un significato prettamente teologico, che riguardava le  relazioni tra l'umanità e il soprannaturale, sono state adattate, in un lungo e travagliato processo di elaborazione, per sorreggere un'ideologia politica secondo la quale è bene che i fedeli non abbiano voce e, se parlano, non devono farlo come fedeli, ma come pecore perdute, sparse. Ai fedeli piace parlare, ma, quando lo fanno, sono disconosciuti dai pastori. Che oggi dicono di accorgersi dell'abisso che si è creato tra le concezioni e gli stili di vita della maggior parte della gente di fede e quelli da loro proposti e insegnati. In realtà era tutto molto chiaro già da prima, solo che, prima, questo non veniva sentito come un problema: i dissenzienti erano fuori, pecore perdute,  si lavorava con gli altri, con quelli che ci stavano. Dunque, nella concezione dei nostri capi religiosi, l'area del religioso continuava a restringersi, la secolarizzazione  avanzava, i fedeli erano ridotti ad esigua minoranza, la nostra collettività religiosa era ridotta a un piccolo resto. Una concezione, questa, sbagliata, irrealistica. L'attuale fase della politica dimostra invece quanto sia importante il ruolo dei laici di fede nelle cose italiane: infatti gran parte dei nuovi politici rampanti, quelli che stanno riscuotendo sempre maggior credito tra la gente, deriva dal cattolicesimo democratico italiano. Ma, paradossalmente, questo accade anche nelle formazioni di opposizione. E questa affermazione si sta producendo in particolare in un momento di silenzio dei nostri capi religiosi. In passato sembrava invece che se non avessero parlato, chissà dove sarebbe finita l'Italia. Non è la fede religiosa a perdere presa sulla gente, in Italia, ma l'ideologia politica del gregge proposta dai nostri capi religiosi.
 Il luogo dove ancora non si ode la voce dei fedeli è proprio quello in cui ci si aspetterebbe di sentirla, vale a dire lo spazio che esplicitamente è dedicato alle attività di fede, intese come liturgie e lavoro di iniziazione e di formazione alla fede. La cosa è spiegabile perché in questo ambito si è fatta sentire con più forza in passato l'azione  normalizzatrice. Qui una straripante produzione di documenti normativi dei nostri capi religiosi ha sovrastato e paradossalmente inaridito ogni altra iniziativa e anche la teologia riconosciuta come espressione della nostra confessione religiosa appare in un certo senso come una sorta di commentario a quei documenti. Trovo ad esempio incomprensibile (ma non sono un teologo) che dei teologi per così dire professionisti si sentano in dovere di inserire nei loro scritti citazioni dal Catechismo della Chiesa cattolica, che da strumento per la formazione permanente dei fedeli quale ci si aspetterebbe che fosse è diventato una gabbia normativa in cui anche il pensiero sofisticato deve accettare di essere rinchiuso, sotto pena di essere disconosciuto dai nostri capi religiosi.
 In questa situazione, il compito principale e più urgente è per noi laici quello di riprendere a parlare, pretendendo però di farlo da laici di fede, senza più accettare di essere disconosciuti, di essere trattati come pecore perse. Si tratta di concepire nuovi modi per vivere insieme la nostra fede religiosa, sottolineo nuovi, al plurale, non nuovo, al singolare: la sfida del futuro è, in religione, quella del pluralismo, che ancora fatica ad essere accettato da un'organizzazione religiosa ancora strutturata secondo principi tutto sommato feudali. E' un discorso che fu affrontato negli scorsi anni Sessanta, prima dell'inizio dell'era glaciale che, sembra, comincia a finire. Si tratta di costruire l'unione tra noi, non accettando di realizzarla semplicemente nella comune soggezione a un sovrano religioso, su scala locale o globale. Non si tratta di problemi del tutto nuovi, anche se essi assumono un rilievo particolare nell'era delle democrazie contemporanee. Se ne trova traccia, ad esempio, nel dibattito ideale che si sviluppò in Europa, intorno alla nostra organizzazione religiosa, tra il Duecento e il Quattrocento. In qualche modo occorre trasformare quello che appare oggi, effettivamente, come un gregge, in un popolo. L'idea di popolo  fu al centro del moto di riforma indotto dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965) e quindi, indubbiamente, si tratta di riprendere un lavoro che fu impostato in quegli anni, ma poi non sviluppato, se non in aspetti tutto sommato marginali. Ad esempio, il rinnovamento della liturgia non è stato accompagnato da un rinnovamento del modo di manifestarsi fedeli, per cui a volte si pensa che sarebbe meglio tornare ai vecchi riti, che in effetti sono più aderenti all'idea di popolo-gregge. Che senso ha partecipare più attivamente ai riti liturgici, se però questa partecipazione si risolve più che altro nel recitare formule scritte da altri?
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli