sabato 22 marzo 2014

Vivere in tempi di cambiamenti


Vivere in tempi di cambiamenti

 E' possibile, ma ancora non certo, che ci tocchi di vivere in tempi di cambiamenti. Di solito li si vive con una certa ansia e ancor più quando si è imparato a considerarli pericolosi. Nell'iniziazione religiosa la dimensione storica della nostra  fede è quasi del tutto annullata. Si passa dai tempi del nostro primo Maestro a quelli contemporanei come se tutto fosse rimasto fermo e avesse resistito per due millenni all'assalto degli eretici. In questa concezione, la  vera  fede è sempre rimasta una e una sola, ha resistito a tutti i tentativi di cambiamento, anche per merito dei suoi difensori oltre che per virtù soprannaturale, ed è giunta intatta fino a noi che la proclamiamo oggi. Il cosiddetto deposito di fede  sarebbe come una sorta di forziere che un servizio postale molto efficiente e indomito ha trasportato nello spazio e nel tempo, recapitandolo ai nostri domicili. Lo si apre e dentro c'è la vera fede, tale e quale come nel primo secolo della nostra era. Le cose però stanno diversamente. Ma sembra che si trovi piuttosto difficile spiegarlo al grande pubblico. Si teme di disorientarlo, chiarendo che tutto ciò che oggi crediamo, proclamiamo, affermiamo, narriamo nella nostra fede è frutto di un lunga e continua  evoluzione culturale e che, quindi, i tempi della nostra fede, fin  dalle origini sono stati tempi di cambiamenti. Il cambiamento è stato sempre connaturato alla nostra fede. Perché quindi, oggi, dovremmo temerlo?
  Quello che crea una qualche omogeneità nelle cose della fede è il gergo della teologia, il linguaggio specialistico con cui certe idee vengono espresse. Anch'esso però è frutto  di una elaborazione culturale. La comunità dei teologi per così dire professionali ha cercato di mantenere nei secoli una certa uniformità espositiva e ciò ha consentito e consente di avere più facilmente una panoramica dell'evoluzione concettuale intorno ad alcuni temi specifici. Ad esempio, nella Messa recitiamo il Credo, che contiene sofisticate forme concettuali risalenti al Quarto secolo della nostra era, ma noi, con l'infarinatura teologica che ci è stata somministrata nel corso dell'iniziazione religiosa, siamo ancora in grado di intenderne il senso.
 I cambiamenti nella nostra confessione si sono fatti molto più veloci a partire del secolo scorso. Si tratta di un'epoca in cui si è prodotto un aumento esponenziale del numero degli esseri umani viventi sulla Terra e in cui le scienze naturali e le tecnologie hanno profondamente innovato, rendendo possibile la coesistenza di popolazioni umane così numerose e il governo dell'estrema complessità delle società umane. I cambiamenti che sono avvenuti in religione possono quindi esser visti in contesto globale di rapidi mutamenti. Certo, anche in religione, non si è costruito sul nulla e quindi uno storico può seguire il filo degli eventi, stabilendo rapporti di cause ed effetti, fin dalle origini. Nel ricostruire il senso della storia che, nella  nostra fede, abbiamo vissuto, si possono seguire vari metodi, con i quali si illuminano varie vicende. In realtà quindi più che un  senso, bisognerebbe parlare di più sensi della nostra storia comune. E non si è trattato di processi storici che si sono svolti in una sola direzione: si è spesso trattato, come dire, di andate e ritorni, di avanzamenti e di arretramenti, del muoversi in una direzione  e poi nel cambiarla. Le nostre collettività di fede non si sono comportate come un’unica  entità, ma come diversi poli, spesso configgenti tra loro o, comunque, in dialettica. E per quanto, almeno a partire dal Secondo millennio, la nostra confessione religiosa abbia voluto accentrarsi intorno al suo vertice romano, quest'ultimo non ha mai avuto il completo controllo dei processi storici in cui anch'esso era immerso e, in qualche modo, determinato.
 L'attuale modello dell'organizzazione gerarchica della nostra confessione religiosa risale grosso modo all'Undicesimo secolo della nostra era ed è di tipo feudale. Questa impostazione ha iniziato  a mutare all'inizio degli scorsi anni Sessanta, in cui si teorizzò in termini teologici il ruolo di un popolo  di fede. Il processo, dopo un rapido inizio e molteplici sviluppi, si è bloccato per oltre trent'anni. Da un lato, al vertice, si sono temuti gli effetti del cambiamento sulla struttura feudale che sembrava indispensabile alla tradizione del deposito di fede, per quella sorta di servizio postale tra i secoli di cui ho prima scritto, dall'altro i nuovi fermenti prodottisi a partire dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965) hanno dovuto fare i conti sia con complicazioni crescenti derivate dagli involuti  teologismi con i quali occorreva confrontarsi per cambiare senza essere disconosciuti dai capi religiosi, sia con i compromessi ai quali ci si doveva adattare per continuare a beneficiare dell'indispensabile ausilio di quella che sotto certi aspetti, per la sua specifica organizzazione, si presentava come una burocrazia del clero. Si preferì, in Italia, radunarsi intorno alla esuberante personalità del nuovo  nostro sovrano religioso e appagarsi delle novità da lui espresse e impersonate, mantenendosi in definitiva nella condizione di folla, di comparse di grandi eventi, che indubbiamente vi furono, e di ripetitori delle parole altrui. E' una situazione che in genere venne accettata di buon grado, alla quale ci si accomodò, rinunciando in questo modo ad essere protagonisti del cambiamento. Anch'io lo feci. Essa, come era del resto prevedibile, cominciò a dare problemi nel declino fisico di quel grande sovrano, che quest'anno proclameremo santo, facendone una figura esemplare. Da qui poi la storia più recente della nostra collettività di fede, vissuta sostanzialmente nell'inerzia dei più, nell'attesa di una nuova personalità straordinaria. E' poi venuta? E' asceso al trono romano un uomo il quale è molto distante dalla strepitosa figura del suo predecessore, che regnò dalla fine degli anni '70, e che quindi non corrisponde alle attese di cui vi si era assuefatto. Egli viene da un'esperienza collettiva di fede lontana da quella europea contemporanea e marginale nel quadro di quelle predominanti in Occidente. Probabilmente è proprio per questo  che i vegliardi del Conclave l'hanno scelto l'anno passato, nel corso della drammatica crisi prodottasi nell'alta burocrazia del nostro vertice romano. Egli in qualche modo corrisponde alle attese di chi, negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso volle farsi popolo, venendo poi interrotto dal nuovo corso degli eventi. Si tratta di persone che hanno come minimo la mia età, quindi si avvicinano ai sessanta. Nell'epoca della grande glaciazione si è interrotta una tradizione, una continuità generazionale di pensiero e d'azione. E coloro che la impersonavano non sono più in età fertile. E' stato un danno grave. E' per questo che gli appelli del nostro nuovo sovrano romano sembrano cadere nel vuoto, pur trovando stupefacente consenso al di fuori della cerchia di chi ancora si sforza di vivere la propria fede, tra coloro che, con sempre minore soddisfazione mi pare, si definiscono laici nel senso di non credenti. Ancora, sembra che, noi che siamo rimasti in religione,  ci si limiti a disporsi ad assistere  allo spettacolo, mentre siamo chiamati ad esserne gli attori. E sono ora i laici, curiosamente, a volere insegnare al nostro nuovo sovrano religioso romano a fare il padre universale dei credenti. Mi è accaduto di notarlo sentendo qualche giorno fa, alla radio, una conversazione con un giornalista che appartiene alla schiera di coloro che vengono definiti, non sempre bonariamente, atei devoti. Non ci si sta spingendo troppo  avanti?, si chiedeva quel signore, e sembrava voler consigliare la prudenza. Gli inviti all'audacia del nostro nuovo vescovo lo preoccupano. Ci ha scritto anche un libro sopra, con consigli al sovrano. Piano, con tutte queste innovazioni, dice. Ma, in realtà , di questi tempi, noi che siamo devoti, puramente e semplicemente, dovremmo cercare di distogliere un po' lo sguardo dal nostro nuovo sovrano, che ha fatto tutto quello che in questo momento poteva fare, ha rimosso divieti e concesso autorizzazioni, e riprendere un po' a ragionare tra noi, sulle nostre esperienze, su quella tradizione che è stata bruscamente interrotta tanti anni fa, ma le cui tracce sono ancora rintracciabili nel mondo. Dove si era rimasti?
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli