Vivere in tempi di
cambiamenti
E' possibile, ma
ancora non certo, che ci tocchi di vivere in tempi di cambiamenti. Di solito li
si vive con una certa ansia e ancor più quando si è imparato a considerarli
pericolosi. Nell'iniziazione religiosa la dimensione storica della nostra fede è quasi del tutto annullata. Si passa
dai tempi del nostro primo Maestro a quelli contemporanei come se tutto fosse
rimasto fermo e avesse resistito per due millenni all'assalto degli eretici. In
questa concezione, la vera fede è sempre rimasta una e una sola, ha
resistito a tutti i tentativi di cambiamento, anche per merito dei suoi difensori oltre che per virtù
soprannaturale, ed è giunta intatta fino a noi che la proclamiamo oggi. Il
cosiddetto deposito di fede sarebbe come una sorta di forziere che un
servizio postale molto efficiente e indomito ha trasportato nello spazio e nel
tempo, recapitandolo ai nostri domicili. Lo si apre e dentro c'è la vera fede, tale e quale come nel primo
secolo della nostra era. Le cose però stanno diversamente. Ma sembra che si
trovi piuttosto difficile spiegarlo al grande pubblico. Si teme di
disorientarlo, chiarendo che tutto ciò
che oggi crediamo, proclamiamo, affermiamo, narriamo nella nostra fede è frutto
di un lunga e continua evoluzione
culturale e che, quindi, i tempi della nostra fede, fin dalle origini sono stati tempi di cambiamenti. Il
cambiamento è stato sempre connaturato alla nostra fede. Perché quindi,
oggi, dovremmo temerlo?
Quello che crea una
qualche omogeneità nelle cose della fede è il gergo della teologia, il
linguaggio specialistico con cui certe idee vengono espresse. Anch'esso però è
frutto di una elaborazione culturale. La
comunità dei teologi per così dire professionali ha cercato di mantenere nei
secoli una certa uniformità espositiva e ciò ha consentito e consente di avere
più facilmente una panoramica dell'evoluzione concettuale intorno ad alcuni
temi specifici. Ad esempio, nella Messa recitiamo il Credo, che contiene sofisticate forme concettuali risalenti al
Quarto secolo della nostra era, ma noi, con l'infarinatura teologica che ci è
stata somministrata nel corso dell'iniziazione religiosa, siamo ancora in grado
di intenderne il senso.
I cambiamenti nella
nostra confessione si sono fatti molto più veloci a partire del secolo scorso. Si
tratta di un'epoca in cui si è prodotto un aumento esponenziale del numero
degli esseri umani viventi sulla Terra e in cui le scienze naturali e le
tecnologie hanno profondamente innovato, rendendo possibile la coesistenza di
popolazioni umane così numerose e il governo dell'estrema complessità delle
società umane. I cambiamenti che sono avvenuti in religione possono quindi
esser visti in contesto globale di rapidi mutamenti. Certo, anche in religione,
non si è costruito sul nulla e quindi uno storico può seguire il filo degli
eventi, stabilendo rapporti di cause ed effetti, fin dalle origini. Nel
ricostruire il senso della storia che, nella
nostra fede, abbiamo vissuto, si possono seguire vari metodi, con i
quali si illuminano varie vicende. In realtà quindi più che un senso, bisognerebbe parlare di più sensi della nostra storia comune. E
non si è trattato di processi storici che si sono svolti in una sola direzione:
si è spesso trattato, come dire, di andate
e ritorni, di avanzamenti e di arretramenti,
del muoversi in una direzione e poi nel
cambiarla. Le nostre collettività di fede non si sono comportate come un’unica entità, ma come diversi poli, spesso configgenti tra loro o, comunque, in dialettica. E per
quanto, almeno a partire dal Secondo millennio, la nostra confessione religiosa
abbia voluto accentrarsi intorno al suo vertice romano, quest'ultimo non ha mai
avuto il completo controllo dei processi storici in cui anch'esso era immerso
e, in qualche modo, determinato.
L'attuale modello
dell'organizzazione gerarchica della nostra confessione religiosa risale grosso
modo all'Undicesimo secolo della nostra era ed è di tipo feudale. Questa impostazione ha iniziato
a mutare all'inizio degli scorsi
anni Sessanta, in cui si teorizzò in
termini teologici il ruolo di un popolo di fede. Il processo, dopo un rapido inizio e
molteplici sviluppi, si è bloccato per oltre trent'anni. Da un lato, al
vertice, si sono temuti gli effetti del cambiamento sulla struttura feudale che
sembrava indispensabile alla tradizione del
deposito di fede, per quella sorta di servizio
postale tra i secoli di cui ho prima scritto, dall'altro i nuovi fermenti
prodottisi a partire dal Concilio Vaticano 2° (1962-1965) hanno dovuto fare i
conti sia con complicazioni crescenti derivate dagli involuti teologismi con i quali occorreva confrontarsi
per cambiare senza essere disconosciuti
dai capi religiosi, sia con i compromessi ai quali ci si doveva adattare per
continuare a beneficiare dell'indispensabile ausilio di quella che sotto certi
aspetti, per la sua specifica organizzazione, si presentava come una burocrazia del clero. Si preferì, in
Italia, radunarsi intorno alla esuberante personalità del nuovo nostro sovrano religioso e appagarsi delle
novità da lui espresse e impersonate, mantenendosi in definitiva nella
condizione di folla, di comparse di grandi eventi, che
indubbiamente vi furono, e di ripetitori
delle parole altrui. E' una situazione che in genere venne accettata di buon
grado, alla quale ci si accomodò, rinunciando in questo modo ad essere protagonisti
del cambiamento. Anch'io lo feci. Essa, come era del resto prevedibile,
cominciò a dare problemi nel declino fisico di quel grande sovrano, che
quest'anno proclameremo santo, facendone una figura esemplare. Da qui poi la
storia più recente della nostra collettività di fede, vissuta sostanzialmente
nell'inerzia dei più, nell'attesa di una nuova personalità straordinaria. E'
poi venuta? E' asceso al trono romano un uomo il quale è molto distante dalla
strepitosa figura del suo predecessore, che regnò dalla fine degli anni '70, e
che quindi non corrisponde alle attese di cui vi si era assuefatto. Egli viene
da un'esperienza collettiva di fede lontana da quella europea contemporanea e
marginale nel quadro di quelle predominanti in Occidente. Probabilmente è
proprio per questo che i vegliardi del
Conclave l'hanno scelto l'anno passato, nel corso della drammatica crisi
prodottasi nell'alta burocrazia del nostro vertice romano. Egli in qualche modo
corrisponde alle attese di chi, negli anni Sessanta e Settanta del secolo
scorso volle farsi popolo, venendo
poi interrotto dal nuovo corso degli eventi. Si tratta di persone che hanno
come minimo la mia età, quindi si avvicinano ai sessanta. Nell'epoca della
grande glaciazione si è interrotta una tradizione, una continuità generazionale
di pensiero e d'azione. E coloro che la impersonavano non sono più in età
fertile. E' stato un danno grave. E' per questo che gli appelli del nostro
nuovo sovrano romano sembrano cadere nel vuoto, pur trovando stupefacente
consenso al di fuori della cerchia di chi ancora si sforza di vivere la propria fede, tra
coloro che, con sempre minore soddisfazione mi pare, si definiscono laici nel senso di non credenti. Ancora, sembra che, noi che siamo rimasti in
religione, ci si limiti a disporsi ad assistere allo spettacolo, mentre siamo chiamati ad
esserne gli attori. E sono ora i laici,
curiosamente, a volere insegnare al nostro nuovo sovrano religioso romano a fare il padre universale dei credenti. Mi
è accaduto di notarlo sentendo qualche giorno fa, alla radio, una conversazione
con un giornalista che appartiene alla schiera di coloro che vengono definiti,
non sempre bonariamente, atei devoti.
Non ci si sta spingendo troppo avanti?,
si chiedeva quel signore, e sembrava voler consigliare la prudenza. Gli inviti all'audacia del nostro nuovo vescovo lo preoccupano.
Ci ha scritto anche un libro sopra, con consigli al sovrano. Piano, con tutte
queste innovazioni, dice. Ma, in realtà , di questi tempi, noi che siamo devoti, puramente e semplicemente,
dovremmo cercare di distogliere un po' lo sguardo dal nostro nuovo sovrano, che
ha fatto tutto quello che in questo momento poteva fare, ha rimosso divieti e concesso autorizzazioni, e riprendere un po' a
ragionare tra noi, sulle nostre esperienze, su quella tradizione che è stata
bruscamente interrotta tanti anni fa, ma le cui tracce sono ancora
rintracciabili nel mondo. Dove si era rimasti?
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli