martedì 18 marzo 2014

Appelli che cadono nel vuoto


Appelli che cadono nel vuoto

 
 Ho scritto degli appelli che dall'anno scorso ci vengono dal vertice della nostra confessione religiosa, appelli al rinnovamento e all'audacia. Ho l'impressione che essi cadano, per ora, nel vuoto. Troppo radicale ed efficace è stata l'opera di frenatura e normalizzazione che è stata condotta dall'inizio degli anni '80 in particolare in Italia. Essa si è bene innestata in un ambiente religioso in cui storicamente prevalevano correnti conservatrici che fondavano la loro presa popolare sulla fede nel prodigioso, nel numinoso, e sulle spettacolari nostre liturgie e la loro presa politica su patti di stabilità con le formazioni dominanti, anch'esse di orientamento conservatore, che comportavano risultati normativi e privilegi di vario genere a fronte di un sostegno elettorale.  Con tutta evidenza questo sistema è entrato in crisi contemporaneamente, manifestando così le connessioni che esistevano tra le sue componenti. Improvvisamente dai palazzi romani in cui è arroccato il nostro vertice religioso sono cominciate a giungere nuove direttive. Ecco che allora ci rigiriamo tra le mani la recente esortazione del nostro vescovo, quella sulla gioia del Vangelo, e ci chiediamo che fare. E innanzi tutto da dove cominciare.
 Ad esempio, in materia di giustizia sociale negli anni passati si è lavorato per depotenziare, in funzione della stabilità politica, il potenziale critico che scaturiva da certe interpretazioni religiose, in particolare quando manifestavano di rifluire sull'apparato dottrinale della nostra fede. Questo si è visto in maniera spettacolare in un documento del 2009, l'enciclica Caritas in veritate (=la carità nella verità), centrata sull'idea che la giustizia sociale non potesse essere considerata un criterio veritativo, quindi che una dottrina non dovesse essere giudicata sulla base dei suoi effetti di giustizia sociale. Laddove quindi si proponeva, sulla base di indicazioni contenute nelle nostre Scritture sacre, di seguire la via della verità nella carità, facendo della giustizia il discrimine per giudicare della bontà della dottrina, si è proposta, come misura di moderazione, di temperamento, quella della carità nella verità, nel senso che la giustizia poteva essere accettata nei limiti della dottrina, il che si poneva il linea con l'orientamento generale della dottrina sociale fin dalle origini, che fu diretto a evitare che problemi di giustizia rifluissero verso il corpo dottrinale e verso la fonte di esso, mettendoli in questione. La Caritas in veritate  si pose esplicitamente in polemica con una precedente, stupefacente, enciclica, la Populorum Progressio (=lo sviluppo dei popoli), del 1967 (testo in
dalla quale era venuto un fortissimo appello a tutte le genti, ai credenti e ai non credenti:
Tutti all'opera
86. Voi tutti che avete inteso l'appello dei popoli sofferenti, voi tutti che lavorate per rispondervi, voi siete gli apostoli del buono e vero sviluppo, che non è la ricchezza egoista e amata per se stessa, ma l'economia al servizio dell'uomo, il pane quotidiano distribuito a tutti, quale sorgente di fraternità e segno della Provvidenza.
87. Di gran cuore vi benediciamo, e chiamiamo tutti gli uomini di buona volontà ad unirsi fraternamente a voi. Perché, se lo sviluppo è il nuovo nome della pace, chi non vorrebbe cooperarvi con tutte le sue forze? Sì, tutti: Noi vi invitiamo a rispondere al Nostro grido d'angoscia, nel nome del Signore.
nella primavera sociale che seguì il Concilio Vaticano 2°. Ma anche come una interpretazione correttiva degli aneliti conciliari, volendo proporre l'idea di una continuità della storia della nostra collettività religiosa tra il prima  e il dopo  del Concilio e ciò non solo come constatazione di un fatto, ma come direttiva per il futuro. Potevano esservi sviluppi solo  nei limiti di ciò che era stato insegnato nel passato. Per il resto la Caritas in veritate  fu un documento in cui la comprensione delle dinamiche economiche, sociali e politiche del mondo contemporaneo era piuttosto avanzata. Si dice che esso sia stato il frutto di un lavoro collettivo, che ha impegnato scienziati sociali di diverse discipline. Ma proprio in questi aspetti manifestò  la sua carenza più rilevante: l'assenza di qualsiasi considerazione sulla rilevanza delle dinamiche democratiche come fattore di giustizia sociale. In materia di giustizia l'enciclica si rivolse alle autorità costituite, non ai popoli, e in ciò si differenziò particolarmente dalla Populorum progressio. In questa visione le autorità costituite devono determinarsi  secondo verità, che è quella, e solo quella, proclamata dal nostro vertice religioso. Ciò vale su ogni scala, fino ad arrivare all'ordine globale, a cui deve essere preposta un'autorità mondiale. Ma non si ha consapevolezza che quella che viene auspicata come Autorità politica mondiale, dotata di potere effettivo, verrebbe a costituire un accentramento di potere troppo grande, smisurato, non avente nessun reale contrappeso, un  impero politico globale, una "forma dispotica di governo di dimensioni mostruose" (Hanna Arendt, 1950, in Che cosa è la politica). Questa idea manifesta molto chiaramente un pregiudizio verso la politica democratica
"Oggi, e cioè dopo l'invenzione della bomba atomica, dietro i pregiudizi nei confronti della politica si celano la paura che l'umanità possa autoelimininarsi mediante la politica e gli strumenti di cui dispone, e, in stretta connessione con tale paura, la speranza che l'umanità si ravveda, e anziché se stessa tolga di mezzo la politica, ricorrendo a un governo universale che dissolva lo stato in una macchina amministrativa, risolva i conflitti politici per via burocratica e sostituisca gli eserciti con schiere di poliziotti" (Arendt, cit.).
 Nella visione della Caritas in veritate la giustizia è un problema essenzialmente amministrativo  di competenza di autorità costituite, che si devono relazionare con quelle religiose. E', a ben considerare, un'ottica antica. Veramente in continuità  con il passato.
 La linea della moderazione  e della  continuità ha determinato e caratterizzato l'era glaciale dalla quale,ora,  ci si vorrebbe indurre ad uscire. Dall'ultima esortazione viene, nuovamente, dopo tanto tempo, un appello al popolo, a tutti. Ma questo popolo è disperso. Ecco che allora una delle ragioni per cui questo è un buon momento per ritornare, per chi se ne è uscito, per chi ha abbandonato e si è allontanato, è che occorre la collaborazione di tutti per radunarlo, quel popolo, perché produca il nuovo che solo da esso può scaturire. Si tratta di farsi strada in mezzo ai ghiacci. Un lavoro non facile. Una via ancora impervia.
 
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San  Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli