Appelli che cadono
nel vuoto
Ho scritto degli
appelli che dall'anno scorso ci vengono dal vertice della nostra confessione
religiosa, appelli al rinnovamento e all'audacia. Ho l'impressione che essi
cadano, per ora, nel vuoto. Troppo radicale ed efficace è stata l'opera di
frenatura e normalizzazione che è stata condotta dall'inizio degli anni '80 in
particolare in Italia. Essa si è bene innestata in un ambiente religioso in cui
storicamente prevalevano correnti conservatrici che fondavano la loro presa
popolare sulla fede nel prodigioso, nel numinoso, e sulle spettacolari nostre
liturgie e la loro presa politica su
patti di stabilità con le formazioni dominanti, anch'esse di orientamento
conservatore, che comportavano risultati normativi e privilegi di vario genere
a fronte di un sostegno elettorale. Con
tutta evidenza questo sistema è entrato in crisi contemporaneamente,
manifestando così le connessioni che esistevano tra le sue componenti. Improvvisamente
dai palazzi romani in cui è arroccato il nostro vertice religioso sono cominciate
a giungere nuove direttive. Ecco che allora ci rigiriamo tra le mani la recente
esortazione del nostro vescovo, quella sulla gioia del Vangelo, e ci chiediamo
che fare. E innanzi tutto da dove cominciare.
Ad esempio, in
materia di giustizia sociale negli anni passati si è lavorato per depotenziare,
in funzione della stabilità politica, il potenziale critico che scaturiva da
certe interpretazioni religiose, in particolare quando manifestavano di
rifluire sull'apparato dottrinale della nostra fede. Questo si è visto in
maniera spettacolare in un documento del 2009, l'enciclica Caritas in veritate (=la carità nella verità), centrata sull'idea
che la giustizia sociale non potesse essere considerata un criterio veritativo,
quindi che una dottrina non dovesse essere giudicata sulla base dei suoi
effetti di giustizia sociale. Laddove quindi si proponeva, sulla base di indicazioni contenute nelle nostre Scritture sacre, di seguire la via
della verità nella carità, facendo
della giustizia il discrimine per giudicare della bontà della dottrina, si è
proposta, come misura di moderazione, di temperamento, quella della carità nella verità, nel senso che la
giustizia poteva essere accettata nei
limiti della dottrina, il che si poneva il linea con l'orientamento
generale della dottrina sociale fin
dalle origini, che fu diretto a evitare che problemi di giustizia rifluissero verso il corpo dottrinale e
verso la fonte di esso, mettendoli in questione. La Caritas in veritate si pose
esplicitamente in polemica con una precedente, stupefacente, enciclica, la Populorum Progressio (=lo sviluppo dei
popoli), del 1967 (testo in
dalla quale era
venuto un fortissimo appello a tutte le genti, ai credenti e ai non credenti:
Tutti
all'opera
86. Voi tutti che avete inteso l'appello dei
popoli sofferenti, voi tutti che lavorate per rispondervi, voi siete gli
apostoli del buono e vero sviluppo, che non è la ricchezza egoista e amata per
se stessa, ma l'economia al servizio dell'uomo, il pane quotidiano distribuito
a tutti, quale sorgente di fraternità e segno della Provvidenza.
87. Di gran cuore vi benediciamo, e chiamiamo
tutti gli uomini di buona volontà ad unirsi fraternamente a voi. Perché, se lo
sviluppo è il nuovo nome della pace, chi non vorrebbe cooperarvi con tutte le
sue forze? Sì, tutti: Noi vi invitiamo a rispondere al Nostro grido d'angoscia,
nel nome del Signore.
nella
primavera sociale che seguì il Concilio Vaticano 2°. Ma anche come una
interpretazione correttiva degli
aneliti conciliari, volendo proporre l'idea di una continuità della storia della nostra collettività religiosa tra il prima e il dopo
del Concilio e ciò non solo come
constatazione di un fatto, ma come direttiva per il futuro. Potevano esservi
sviluppi solo nei limiti di ciò che era stato insegnato
nel passato. Per il resto la Caritas in
veritate fu un documento in cui la
comprensione delle dinamiche economiche, sociali e politiche del mondo contemporaneo
era piuttosto avanzata. Si dice che esso sia stato il frutto di un lavoro
collettivo, che ha impegnato scienziati sociali di diverse discipline. Ma
proprio in questi aspetti manifestò la
sua carenza più rilevante: l'assenza di qualsiasi considerazione sulla
rilevanza delle dinamiche democratiche come fattore di giustizia sociale. In
materia di giustizia l'enciclica si rivolse alle autorità costituite, non ai popoli, e in ciò si differenziò
particolarmente dalla Populorum
progressio. In questa visione le autorità
costituite devono determinarsi secondo verità, che è quella, e solo
quella, proclamata dal nostro vertice religioso. Ciò vale su ogni scala, fino
ad arrivare all'ordine globale, a cui deve essere preposta un'autorità
mondiale. Ma non si ha consapevolezza che quella che viene auspicata come Autorità politica mondiale, dotata di potere effettivo, verrebbe a costituire
un accentramento di potere troppo grande, smisurato, non avente nessun reale
contrappeso, un impero politico globale,
una "forma dispotica di governo di
dimensioni mostruose" (Hanna Arendt, 1950, in Che cosa è la politica).
Questa idea manifesta molto chiaramente un pregiudizio verso la politica
democratica
"Oggi, e cioè
dopo l'invenzione della bomba atomica, dietro i pregiudizi nei confronti della
politica si celano la paura che l'umanità possa autoelimininarsi mediante la
politica e gli strumenti di cui dispone, e, in stretta connessione con tale
paura, la speranza che l'umanità si ravveda, e anziché se stessa tolga di mezzo
la politica, ricorrendo a un governo universale che dissolva lo stato in una
macchina amministrativa, risolva i conflitti politici per via burocratica e
sostituisca gli eserciti con schiere di poliziotti" (Arendt, cit.).
Nella visione della Caritas in veritate la giustizia è un problema essenzialmente amministrativo di competenza di autorità costituite, che si
devono relazionare con quelle religiose. E', a ben considerare, un'ottica
antica. Veramente in continuità con il passato.
La linea della moderazione e della continuità ha determinato e caratterizzato
l'era glaciale dalla quale,ora, ci si
vorrebbe indurre ad uscire. Dall'ultima esortazione viene, nuovamente, dopo
tanto tempo, un appello al popolo, a
tutti. Ma questo popolo è disperso. Ecco che allora una delle ragioni per
cui questo è un buon momento per ritornare,
per chi se ne è uscito, per chi ha
abbandonato e si è allontanato, è che occorre la collaborazione di tutti per
radunarlo, quel popolo, perché produca il nuovo che solo da esso può scaturire.
Si tratta di farsi strada in mezzo ai ghiacci. Un lavoro non facile. Una via
ancora impervia.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli