lunedì 17 marzo 2014

Che cos'è e come si fa la mediazione culturale (11)


Che cos'è e come si fa la mediazione culturale

Miei appunti di lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture - problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline, 1982

11
 

 Quello che forse fa problema per noi è il tasso di profezia che circola nel nostro sangue: cioè quell'audacia profetica che viene dallo Spirito e rende capaci di mettere in moto la storia.
 "Il  Concilio ha scosso le coscienze, è stato una grande fonte di ispirazione e di rinnovamento; ma non ha dato (e non poteva dare) una cultura nuova. E' un compito tutto da svolgere" (cita P.G. Cabra, 1980).
 Nessuna cultura è perfetta, non esiste una cultura totalmente cristiana, non esiste una cultura totalmente impermeabile al Vangelo.
 "L'eccessivo sviluppo del ragionamento ci ha resi buoni dialettici, ma ha isterilito la vena profetica" (cita Carlo Molari, 1981).
 "Se l'inculturazione è un fatto vitale, è chiaro che suppone anche l'identificazione con le sofferenze di un popolo e con le sue ansie di liberazione e di crescita di valori autentici. Inculturazione e promozione della giustizia si suppongono mutuamente" (cita p.Pedro Arrupe, 1978).
 
Mie considerazioni
 
 Secondin scriveva nel 1982 e ragionava ancora nell'ottica degli anni precedenti, in cui, ad esempio, si poteva ancora parlare di  popolo e delle sue ansie e sofferenze. Nel corso degli anni '80 si è assistito, almeno in Occidente, al progressivo allentamento dei legami sociali, fenomeno che all'inizio venne definito come un riflusso nel privato, ma che in seguito si è rivelato assai più serio e duraturo, fino a coinvolgere pesantemente anche le organizzazioni politiche, che si sono fatte molto più deboli e molto meno stabili. Ai tempi nostri si tende ad affrontare tutti i problemi della vita in un'ottica individualistica, sulla base dell'interesse del singolo o, al massimo, di coloro che al singolo sono maggiormente prossimi, come i familiari più stretti. Si pensa in genere che la collettività sia più fonte di problemi, ad esempio di nuovi doveri, che di vantaggi. Questo ha inciso anche sulla vita e sulle consuetudini delle nostre collettività di fede. E' diventato difficile ottenere un impegno altruistico della gente con carattere di continuità e ciò anche in cose minime, come può essere ad esempio un qualche servizio in parrocchia. Ma è divenuto più complicato anche solo riunire le persone per un'attività comune, ad esempio per certe liturgie. In una società così atomizzata, in cui ognuno pensa più che altro ai propri interessi particolari, anche la cultura popolare, il complesso delle convinzioni, usi, consuetudini, linguaggi, rituali condivisi, si è venuta scomponendo in una molteplicità di culture che si riferiscono a settori ristretti della popolazione, ciascuno in lotta con gli altri per l'accesso a risorse scarse, per cui è problematico parlare di giustizia sociale come se ne parlava fin dalla metà dell'Ottocento, perché mancano criteri di giudizio al di fuori di quelli degli  interessi particolari, incomponibili al di là di transitori e precari accomodamenti. Si dice, ad esempio, che la nostra collettività di fede deve avere un'attenzione preferenziale  per i poveri,  ma ciascuno poi, dal suo particolare punto di vista, si ritiene povero e ingiustamente discriminato, perché rivolge lo sguardo a coloro che hanno di più e non a quelli che hanno di meno, e non accetta di condividere nulla con nessuno, salvo che questo si inserisca in un accordo che comunque gli garantisca qualcosa in cambio. L'ideologia dell'era che stiamo vivendo fu espressa bene, negli anni '80, dal Primo ministro britannico Margaret Thatcher quando sostenne che la società non esiste, esistono solo gli individui.
 La nostra fede religiosa si basa molto su un impegno collettivo, fondato sull'idea che ci siano forti legami tra le persone. Si crede "tutti insieme". Le nostre liturgie, e in particolare la Messa, manifestano chiaramente questa convinzione. Ma essa è costantemente espressa anche dal magistero dei nostri capi religiosi, con molta forza. La fede non è un fatto privato, che possa riguardare solo l'individuo nella sua interiorità. L'atomizzazione della società ha pertanto colpito anche le nostre collettività religiose, indebolendole e indebolendo la loro presa nella società. Le grandi folle che negli anni passati sono state protagoniste di eventi  con grande risonanza mediatica, in particolare organizzati intorno alle persone dei Papi, si sono rivelate un po' come il pubblico dei grandi concerti rock, volubili e incostanti. Creavano solo l'apparenza di un consenso sociale che in realtà, al dunque, non c'era realmente. Riescono a mantenersi in qualche modo coesi gruppi limitati organizzati al modo di confraternite, con impegni di solidarietà interpersonale molto forti tra persone che compongono piccoli gruppi, nel quadro di accordi interpersonali che garantiscono un dare e un ricevere immediati, creando una dimensione di famiglia allargata, di focolari domestici allargati, che però rimangono forti quando e in quanto   si separano dal resto della società atomizzata e quindi, in fondo, la indeboliscono proprio nel mentre rafforzano sé medesimi.
 Il primo e più urgente sforzo di inculturazione mi pare quindi che sia proprio quello diretto a ricostituire legami più forti nella società nel suo complesso, per creare il terreno fertile in cui il seme evangelico possa germogliare. Il problema è che, negli scorsi anni Ottanta e Novanta, le nostre organizzazioni religiose dell'Occidente, che erano egemoni a livello globale, hanno stretto una sorta di patto con organizzazioni politiche che seguivano l'ideologia dell'atomizzazione della società e dell'individualismo, contrastando le correnti ideali e le esperienze pratiche che spingevano verso un'unità di popolo fondata su ideali altruistici di giustizia sociale. Ciò è accaduto nel contrasto con l'ideologia del declinante impero sovietico, che, dopo la sua dissoluzione, ha manifestato dinamiche sociali analoghe a quelle Occidentali.
  Ma quella che definiamo dottrina sociale non ci può aiutare, perché, al di là di generiche affermazioni di principio, essa nasce, con l'enciclica Rerum Novarum (=sulle novità), proprio per moderare aneliti e correnti di giustizia sociale, temendo i riflessi sulle attività religiose dei conflitti sociali, dai quali storicamente sono nati sistemi sociali e politici che consideravano gli interessi di fasce più ampie delle popolazioni. Ma, ai tempi nostri, occorre suscitare più che moderare.
 Sulla via della moderazione, per molto tempo siamo stati in genere dei ripetitori. Ogni innovazione è stata vista con sospetto.
 E' possibile che qualcosa però stia cambiando. Vedremo. Quello che è certo  è che il cambiamento non potrà essere programmato dal vertice, ma dovrà prodursi dalle basi della società. Occorre una nuova interpretazione dei segni dei tempi e una serie  di progetti comuni, a seconda delle situazioni. Tutto questo non potrà essere contenuto nell'ennesima enciclica o esortazione. Non è ordinando di costituire nuovi legami che essi si produrranno nella società. Bisognerà inventarseli e sperimentarli  nelle situazioni concrete, vedere se e come funzionano. Bisognerà costruire nuove ideologie, intese come forme di comprensione della realtà. E' un campo in cui i laici sono chiamati a svolgere un lavoro essenziale. Ma non siamo più abituati a farlo. Troppo a lungo abbiamo accettato di farci ripetitori, soggiogati dalla straripante personalità dei nostri padri universali. Il punto di partenza credo che possa essere la considerazione che in una società atomizzata, in cui nessuno crede di avere motivo di fidarsi degli altri,  si vive male, come la gravissima crisi economica e sociale che stiamo vivendo dimostra in modo eclatante. Sganciandoci dalle grande ideologie sociali del passato siamo finiti nelle mani di persuasori occulti che, sfruttando le nostre emozioni e le nostre debolezze, ci manovrano a loro piacimento. Chi è che veramente comanda oggi nel mondo? Nessuno lo può veramente dire. Anche l'uomo più potente del mondo, il presidente statunitense, si è trovato a dover subire. Questo rende chiaro che il problema che dovremmo affrontare riguarda in primo luogo la democrazia, che nella concezione contemporanea  è intesa in primo luogo come  potere di tutti, condiviso fra tutti, l'omnicrazia della quale scrisse Aldo Capitini (filosofo, insegnante universitario, politico; 1899-1968),  in cui chi comanda ha sempre un nome e accetta limitazioni nell'interesse collettivo e, innanzi tutto, per  garantire la partecipazione più ampia ed effettiva  alle decisioni collettive. Che c'entra la democrazia con la fede religiosa? C'entra in quanto la democrazia crea il popolo (è il demo- della parola democrazia) ed è solo in un popolo che la nostra fede religiosa può attecchire e crescere, tanto che, nella nostra concezione di fede, riteniamo di essere chiamati a radunare un popolo.
 
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli