domenica 16 marzo 2014

Le verità di fede non sono evidenti. Necessità di spiegazioni. Il ruolo della mediazione culturale


Le verità di fede non sono evidenti. Necessità di spiegazioni. Il ruolo della mediazione culturale

 
 E' evidente ciò che non richiede di essere provato.  Nel ragionamento scientifico ci sono dei punti di partenza convenzionali su cui non è richiesto di motivare, perché, appunto, sono convenzionali, potrebbero anche essere diversi ma in una certa comunità di pensanti si decide di assumerli così, come base dei discorsi successivi. Nelle vita di tutti i giorni ci sono convinzioni che vengono date per assodate, senza che uno debba giustificarsi di volta in volta per averle seguite. Il sorgere del sole ogni giorno è una di queste. Che si nasca e si muoia e un'altra di esse. E' la cultura di una società a stabilire che cosa debba essere considerato evidente. Fino a circa trent'anni fa anche le verità di fede venivano considerate tali. Dirsi  non credenti  o agnostici non era considerato  normale e bisognava giustificarsi: di solito si manifestavano tali persone di cultura che poi erano in grado di dare queste spiegazioni. Progressivamente la situazione è cambiata. Ora nella cultura della nostra società è normale dirsi non credenti o agnostici e sono i credenti a doversi giustificare. E non occorre tanta preparazione culturale per manifestarsi non credenti o agnostici: infatti è evidente socialmente che le verità di fede non sono evidenti. Chiunque può fare  l'ateo senza tanta difficoltà, sono i credenti a dover dare spiegazioni, a dover provare  la fondatezza delle loro convinzioni. Oggi, a differenza di tempi non molto lontani (infatti il cambiamento si è prodotto nell'arco più  o meno di una generazione) rendere ragione della propria fede richiede un impegno culturale, la padronanza di un certo numero di conoscenze, una certa capacità argomentativa e, in particolare, una sapienza che va molto oltre il teologhese corrente, l'infarinatura elementare e generica di concetti teologici che ci viene somministrata nella prima iniziazione religiosa, la pappetta nozionistica per infanti che  non di rado rimane l'unico alimento anche per la fede dell'adulto.
 Quando negli scritti sacri che originarono dalla vita delle nostre prime comunità di fede troviamo l'espressione rendere ragione della fede, credo che ci si riferisse  a un lavoro tutto sommato più semplice, o comunque più circoscritto, vale a dire al cercare nella parte delle Scritture originata dall'esperienza precedente all'insegnamento del nostro primo Maestro argomenti a favore dell'impostazione di fede della nostra confessione religiosa, in particolare con riferimento agli aspetti soprannaturali della vita, morte e vittoria sulla morte del Maestro. Bisognava dimostrare che le Scritture prima di lui lo preannunciavano  e, in particolare, preannunciavano il tipo di salvezza che da lui riteniamo sia scaturita.
 Il rendere ragione che è richiesto si tempi nostri è più complesso, perché implica non solo un ragionamento per così dire teologico, ma il confrontarsi con le concezioni correnti di come vanno le cose del mondo, che sono diventate molto più complesse di una volta e che non inglobano la nostra teologia. E soprattutto con l'evidenza, nel senso che ho sopra spiegato, che  Dio non c'è, nel senso che non si vede e non lo si può sperimentare nel senso in cui la sperimentazione è intesa nelle scienze della natura, quindi rilevare, misurare, riprodurre. "Dov'è il tuo Dio?", ci chiedono tutto il giorno, e nessuno, a differenza di un tempo, si scandalizza di questa domanda o considera stolto chi la pone. Il fatto è che prove di Dio, che pure sono state storicamente argomentate, non se ne possono veramente dare, almeno nel senso in cui un argomento viene oggi ritenuto una prova di un fatto. Infatti le realtà soprannaturali di cui siamo persuasi non sono nella nostra disponibilità. E quando lo fossero, non sarebbero più soprannaturali. E tuttavia, ci viene insegnato oggi dai teologi, la nostra fede religiosa non è irragionevole. I Papi ci hanno scritto molto su. L'enciclica Lumen Fidei (=la luce della fede), dell'anno scorso, è l'ultima produzione di questo filone. Che la fede sia ragionevole  è un punto importante della nostra dottrina. Tanto che siamo convinti, e dobbiamo esserlo perché questa asserzione è per così dire un obbligo normativo per la persona di fee, che con la sola ragione si possa andare molto avanti sulla via della fede, fino a convincersi che Dio c'è,  anche se, indubbiamente, ad un certo punto interviene qualcosa dall'alto che è indispensabile per chiarirci il nostro rapporto con il soprannaturale  e dirigere i nostri passi verso il compimento beato.
 Tutte le spiegazioni che dobbiamo dare ai nostri contemporanei per giustificarci come credenti rientrano nel lavoro di mediazione culturale, perché gli argomenti che proponiamo sono sviluppati secondo le culture condivise in cui siamo immersi, che determinano anche gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Ai tempi nostri, ad esempio, non ci proponiamo di dimostrare che effettivamente l'universo è stato fatto in sei giorni, secondo quanto descritto nel libro della Genesi. Cerchiamo invece di rendere ragione della nostra convinzione che l'universo sia frutto di una Creazione animata da un disegno amorevole nei nostri confronti e che, nonostante il male che in esso si manifesta, sia condotto verso un compimento beato da un progetto provvidenziale.
 Da quello che ho detto che la fede ingenua, se può indubbiamente bastare a sorreggere la propria religiosità individuale, non è più sufficiente quando ci si propone di diffondere le nostre convinzioni di fede ad altri. In questo caso l'annuncio non basta e nemmeno la catechesi, che è l'insieme delle istruzioni che si danno al credente per aiutarlo ad avere e a mantenere uno stile di vita secondo la fede, e neanche la sola teologia, che è un argomentare molto più complesso che tiene conto e affronta tutti i problemi che derivano dall'inculturazione della fede,  ma è necessario quello che è definito (leggete la sintesi di ieri sul testo sulla mediazione culturale di Secondin) un lavoro di inculturazione della fede, che significa costruire, a partire dalla cultura sociale in cui si è immersi, una linea argomentativa che renda plausibile la fede, pur nella non evidenza sociale delle verità e realtà da essa proclamate.
 
Mario Ardigò -  Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli