Le verità di fede non
sono evidenti. Necessità di spiegazioni. Il ruolo della mediazione culturale
E' evidente ciò che
non richiede di essere provato. Nel
ragionamento scientifico ci sono dei punti di partenza convenzionali su cui non
è richiesto di motivare, perché, appunto, sono convenzionali, potrebbero anche
essere diversi ma in una certa comunità di pensanti si decide di assumerli così,
come base dei discorsi successivi. Nelle vita di tutti i giorni ci sono convinzioni
che vengono date per assodate, senza che uno debba giustificarsi di volta in
volta per averle seguite. Il sorgere del sole ogni giorno è una di queste. Che
si nasca e si muoia e un'altra di esse. E' la cultura di una società a
stabilire che cosa debba essere considerato evidente. Fino a circa trent'anni
fa anche le verità di fede venivano considerate tali. Dirsi non
credenti o agnostici non era considerato normale e bisognava giustificarsi: di
solito si manifestavano tali persone di cultura che poi erano in grado di dare
queste spiegazioni. Progressivamente la situazione è cambiata. Ora nella
cultura della nostra società è normale dirsi non credenti o agnostici e sono i
credenti a doversi giustificare. E non occorre tanta preparazione culturale per
manifestarsi non credenti o agnostici: infatti è evidente socialmente che le verità di fede non sono evidenti. Chiunque può fare
l'ateo senza tanta difficoltà, sono
i credenti a dover dare spiegazioni, a dover provare la fondatezza delle
loro convinzioni. Oggi, a differenza di tempi non molto lontani (infatti il
cambiamento si è prodotto nell'arco più
o meno di una generazione) rendere
ragione della propria fede richiede un impegno culturale, la padronanza di
un certo numero di conoscenze, una certa capacità argomentativa e, in
particolare, una sapienza che va molto oltre il teologhese corrente, l'infarinatura elementare e generica di
concetti teologici che ci viene somministrata nella prima iniziazione
religiosa, la pappetta nozionistica per infanti che non di rado rimane l'unico alimento anche per
la fede dell'adulto.
Quando negli scritti
sacri che originarono dalla vita delle nostre prime comunità di fede troviamo
l'espressione rendere ragione della fede,
credo che ci si riferisse a un lavoro
tutto sommato più semplice, o comunque più circoscritto, vale a dire al cercare
nella parte delle Scritture originata dall'esperienza precedente
all'insegnamento del nostro primo Maestro argomenti a favore dell'impostazione
di fede della nostra confessione religiosa, in particolare con riferimento agli
aspetti soprannaturali della vita, morte e vittoria sulla morte del Maestro. Bisognava
dimostrare che le Scritture prima di lui
lo preannunciavano e, in particolare, preannunciavano il tipo di
salvezza che da lui riteniamo sia scaturita.
Il rendere ragione che è richiesto si tempi
nostri è più complesso, perché implica non solo un ragionamento per così dire teologico, ma il confrontarsi con le
concezioni correnti di come vanno le cose del mondo, che sono diventate molto
più complesse di una volta e che non inglobano la nostra teologia. E soprattutto
con l'evidenza, nel senso che ho
sopra spiegato, che Dio non c'è, nel senso che non si vede e
non lo si può sperimentare nel senso in cui la sperimentazione è intesa nelle
scienze della natura, quindi rilevare, misurare, riprodurre. "Dov'è il tuo Dio?", ci chiedono
tutto il giorno, e nessuno, a differenza di un tempo, si scandalizza di questa
domanda o considera stolto chi la pone. Il fatto è che prove di Dio, che pure sono state storicamente argomentate, non se
ne possono veramente dare, almeno nel senso in cui un argomento viene oggi ritenuto una prova di un fatto. Infatti le realtà
soprannaturali di cui siamo persuasi non sono nella nostra disponibilità. E
quando lo fossero, non sarebbero più soprannaturali. E tuttavia, ci viene
insegnato oggi dai teologi, la nostra fede religiosa non è irragionevole. I Papi ci hanno scritto molto su. L'enciclica Lumen Fidei (=la luce della fede),
dell'anno scorso, è l'ultima produzione di questo filone. Che la fede sia
ragionevole è un punto importante della
nostra dottrina. Tanto che siamo convinti, e dobbiamo esserlo perché questa
asserzione è per così dire un obbligo normativo per la persona di fee, che con
la sola ragione si possa andare molto avanti sulla via della fede, fino a convincersi
che Dio c'è, anche se, indubbiamente, ad un certo punto
interviene qualcosa dall'alto che è indispensabile per chiarirci il nostro
rapporto con il soprannaturale e
dirigere i nostri passi verso il compimento beato.
Tutte le spiegazioni
che dobbiamo dare ai nostri contemporanei per giustificarci come credenti
rientrano nel lavoro di mediazione
culturale, perché gli argomenti che proponiamo sono sviluppati secondo le
culture condivise in cui siamo immersi, che determinano anche gli obiettivi che
si vogliono raggiungere. Ai tempi nostri, ad esempio, non ci proponiamo di
dimostrare che effettivamente
l'universo è stato fatto in sei giorni,
secondo quanto descritto nel libro della Genesi. Cerchiamo invece di rendere
ragione della nostra convinzione che l'universo sia frutto di una Creazione
animata da un disegno amorevole nei nostri confronti e che, nonostante il male
che in esso si manifesta, sia condotto verso un compimento beato da un progetto
provvidenziale.
Da quello che ho
detto che la fede ingenua, se può
indubbiamente bastare a sorreggere la propria religiosità individuale, non è
più sufficiente quando ci si propone di diffondere
le nostre convinzioni di fede ad altri. In questo caso l'annuncio non basta e nemmeno la catechesi,
che è l'insieme delle istruzioni che si danno al credente per aiutarlo ad avere
e a mantenere uno stile di vita secondo la fede, e neanche la sola teologia, che è un argomentare molto più
complesso che tiene conto e affronta tutti i problemi che derivano dall'inculturazione della fede, ma è necessario quello che è definito (leggete
la sintesi di ieri sul testo sulla mediazione culturale di Secondin) un lavoro
di inculturazione della fede, che
significa costruire, a partire dalla cultura sociale in cui si è immersi, una
linea argomentativa che renda plausibile la fede, pur nella non evidenza sociale delle verità e realtà da essa proclamate.
Mario Ardigò - Azione
Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli