Che cos'è e come si
fa la mediazione culturale
Miei appunti di
lettura del saggio di Bruno Secondin "Messaggio evangelico e culture -
problemi e dinamiche della mediazione culturale", Edizioni Paoline,
1982
e appello alla Chiesa uscita
I valori culturali non sono degli assoluti. Nel dialogo
occorre rispetto reciproco, donare e ricevere. Non sempre forse è avvenuto
così, anche nelle chiese.
Possiamo
guardare ai metodi di evangelizzazione
missionaria e scorgervi una evoluzione.
Abbiamo avuto un
processo di assimilazione, [inteso come] trapianto totale nella nuova
situazione del modello già costituito altrove. Si pensi ad esempio
all'evangelizzazione delle Americhe.
Una tappa successiva
è stato il processo di adattamento, [vale a dire] il processo di accostamento di
un modello culturale ad alcuni elementi di linguaggio, di sensibilità, di
espressione simbolica di un'altra cultura. E' il processo classico e il
concetto di missione fino quasi ai nostri tempi.
Si è parlato ancora
di acculturazione, [intendendo] il
confronto tra cultura e cultura, lo scambio di beni, modelli, istituzioni in
una osmosi bilaterale. E' questo il processo in atto nella pastorale italiana
postconcilare.
Si perla da un po' di
tempo anche di inculturazione,
[intendendo] l'immissione del seme evangelico in una determinata cultura, [per]
rifondare la stessa cultura, illuminandola dall'interno.
Inculturazione [è] un
neologismo usato ufficialmente nei documenti della chiesa forse per la prima
volta nel Messaggio a Popolo di Dio"
del Sinodo dei Vescovi del 1977. Il messaggio e la fede cristiana devono
tendere a "contestualizzarsi"
, a fermentare e trasformare la situazione
"locale". [Il
concetto di] inculturazione si pone ai confini tra scienze antropologiche e
scienze teologiche. "Enculturazione"
i veniva in genere chiamato dagli antropologi il processo di inserimento e crescita di un
individuo in una data cultura, attraverso varie fasi di apprendimento e di
corresponsabilizzazione. Per analogia alcuni missionari hanno cominciato a
chiamare con il termine "inculturazione"
il rapporto vitale tra messaggio cristiano e culture quando esso si sviluppa
nella linea di un vitale e progressivo inserimento e di profonda fecondazione.
Questa riflessione teologica [si è] sviluppata primariamente nelle zone di
missione [e] si riferisce anzitutto all'esperienza di chiese locali.
"La chiesa locale
è una chiesa incarnata in un popolo, una chiesa indigena e integrata in una
cultura. E questo significa una chiesa
in continuo, umile e amorevole dialogo con le tradizioni vive, le culture, le
religioni, in breve con tutte le realtà di vita del popolo" [da un
documento del Sinodo dei vescovi dell'Asia, del 1974].
L'inculturazione del Vangelo non è mai
finita, perché la cultura è una realtà vivente e in evoluzione. Ciò comporta
ovviamente individuare la diversità delle fasi, quella del prima apprendimento
che è più passiva e quelle ulteriori che vedono in gioco anche la capacità di
una partecipazione attiva. Ma il tutto avviene in modo preminente a livello delle chiese locali, e si deve
evitare di stabilire modelli e processi a
priori uniformi, come appunto invitano ad imparare non solo la storia del
passato, ma anche le attuali esperienze delle chiese nei vari continenti.
V'è in atto una
feconda stagione di riplasmazione culturale di una chiesa forzatamente
monoacculturata: [essa] esige pazienza e rispetto per un pluralismo che è segno
di una cattolicità viva e reale. Anche per noi europei e italiani [è] urgente
uno sforzo di "re-inculturazione"
della fede nel genio e nel sistema
dei valori del nostro popolo.
Occorre uno sforzo
per integrarsi e per integrare il Vangelo in un paese, in una lingua, in una
vita che in buona parte si sono fatti per noi e per la fede cristiana estranei.
Occorre ripensare il messaggio e i valori evangelici all'interno dei dinamismi
propri della nostra cultura.
In questi temi di fuga nel privato e nell'egoismo di
massa, bisogna scoprire di nuovo al forza di comunione del Vangelo.
Non [si tratta] di
piantare alberi, ma di gettare semi. E' nascondere un pugno di lievito nella
pasta per farla fermentare. E' nella carne della chiesa locale, della comunità
particolare, che il Vangelo va seminato e nascosto.
Tutto questo comporta
un processo collettivo e individuale,
una discrezione prudente, una apertura interiore capace di
umiltà e fiducia. C'è bisogno di lunga pazienza nel cercare [gli] elementi e [i]
valori evangelici che ogni cultura possiede. Si richiede audacia, umiltà [e]
passione per la comunione. La fede [allora]
darà forma alla realtà umana e sociale, trasformandola alla luce del
Vangelo in un lungo processo di tentativi e di seminagioni, che impegneranno
generazioni.
Mie considerazioni
Stiamo vivendo tempi
straordinari per la nostra collettività religiosa, in cui sembra che la storia
si sia rimessa in moto. Viverli da soli, da semplici spettatori, è triste. Si
sentono tante idee e propositi interessanti e coinvolgenti. Ma lavorarci su
richiede un'azione collettiva. Dove sono però, nel nostro quartiere, quelli che
sono interessati a questi impegno? Possibile che tutte le forze che potrebbero
collaborare siano state definitivamente disperse? Che non ci sia da noi, ad
esempio, un nucleo di dieci persone tra i quaranta e i sessanta e un numero
analogo tra i venti e i quaranta con i
quali ricominciare? Laici di fede disposti a riprendere a confrontare le
proprie esperienze religiose e di vita e a studiare per progettare e
sperimentare l'attuazione di un rinnovato modello di re-inculturazione. Disposti a stringere un patto per il rinnovamento
e per sostenere la rigenerazione delle esperienze vitali di fede, in
particolare nei più giovani.
Il nostro vescovo ci
ha esortati a essere Chiesa in uscita,
ma io voglio lanciare un appello forte alla Chiesa
uscita. Tornate, amici, a prendere il posto che è vostro! Senza timore, senza
ritegno, senza timidezza, con audacia, rivendicando ciò che è vostro e che non
può e non deve esservi tolto. Tornate in quella che è casa vostra, patria
vostra. Forzate i confini, abbattete i muri invisibili che vi trattengono fuori, entrate di forza, senza esibire i
passaporti, al modo dei migranti che attraversano i deserti geografici e quelli
della vita, le grandi acque del globo e della società, e si fanno stranieri per
non esserlo più, mai più. Invadete la vostra parrocchia. Entrate a viso aperto
e a testa alta. Portate con voi tutto ciò che siete e che ritenete buono.
Portate le vostre vite, le vostre esperienze, i vostri dolori, i vostri dubbi,
le vostre certezze, i vostri successi. Entrate gridando e cantando, al modo di
un esercito vincitore, non sussurrando e con gli occhi bassi. Tornate, tutti
voi che siete usciti, da poco o da
molto! Tornate, voi che avete fatto il catechismo con me, in parrocchia, tanti
anni fa, e forse, passando davanti alla vostra
chiesa, un po' di nostalgia ce l'avete. Tornate, ragazze e ragazzi che avete
fatto il catechismo con le mie figlie e che ora non vedo più, ma che anni fa
vedevo venire il parrocchia con la Bibbia in mano e cantare in chiesa, e ora vi
dite non più credenti e lo scrivete
anche. Tornate mamme e papà del quartiere che avete santificato la vostra vita
in famiglia, affrontando con coraggio tante difficoltà, tante
traversie, tanti rovesci, riuscendo comunque, nonostante tutto, a mantenere un ambiente amorevole
o sforzandovi di farlo, non sottraendovi alle vostre responsabilità: non sentitevi stranieri per la Chiesa, non lo siete e non avete bisogno che, ai
confini sacri, vi si timbri il passaporto con il bollo "misericordia", le frontiere non
hanno ragione d'essere per voi, varcatele senza riserbo, d'impeto, al modo in
oggi si circola liberamente nella nostra nuova Europa varcando confini che un
tempo apparivano fatti d'acciaio. Torna Chiesa
uscita a riprendere ciò che è tuo! Fatti Chiesa in entrata! E, innanzi tutto, prendi coscienza di essere e di
essere sempre stata Chiesa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro - Valli