Cambiare imparando
dalla storia: la sfida del pluralismo
Dopo un tempo molto,
molto lungo ci viene un appello al cambiamento che è insieme anche un appello a
cooperare al cambiamento e un'autorizzazione a farlo senza timori, con audacia. E' possibile che si riapra una stagione analoga a
quella che fu vissuta in Italia, in religione, negli anni Sessanta e Settanta
del secolo scorso. Ma i segni dei tempi non sono favorevoli. Mancano i fermenti
sociali di quegli anni, mancano le risorse culturali, mancano forze giovani che
manifestino il loro impegno. Veniamo da quella che può essere considerata sotto
certi aspetti un'era glaciale, più che un lungo inverno. Ma non si è trattato
di un fenomeno naturale, come appunto l'alternarsi delle ere della natura o
delle stagioni. Le cose, quindi, potevano andare diversamente. Si è voluto che
andassero così. Il corso della storia era e rimane nelle nostre mani. La glaciazione
sociale è stata determinata dalla paura del nuovo e, insieme, da esigenze di pragmatismo
politico, per cui si è temuto che i fermenti che emergevano in religione
fossero pericolosi e controproducenti, nella lotta a livello globale contro
sistemi politici in declino che avevano costituito storicamente una minaccia
mortale per la nostra fede. Si è voluto quindi seguire un modello molto
accentrato di organizzazione, che garantisse un penetrante controllo ideologico
esercitato dal vertice romano della nostra confessione religiosa. Nel primo decennio
del nuovo millennio, l'evidente crisi fisica del nostro sovrano religioso
romano ha accentuato il ruolo della burocrazia che lo attorniava, e che gli permetteva di continuare a mantenere un penetrante supervisione a livello
mondiale su tutte le nostre collettività di fede e sul clero ad esse preposto.
Come già molte volte accaduto storicamente nella nostra organizzazione
gerarchica, questa burocrazia, divenuta progressivamente autoreferenziale,
guida di sé stessa, ha manifestato
fenomeni degenerativi che, a quello che si è saputo ed anche per il tramite di
dichiarazioni ufficiali, si sono espressi in incredibili fatti di degrado etico,
innescando drammaticamente una gravissima crisi che è deflagrata nel
febbraio/marzo dello scorso anno. Essa è tuttora in corso, non è superata. In questa
situazione, nello scorso novembre, ci è venuto l'appello di cui ho scritto
all'inizio, che è contenuto nell'esortazione del nostro vescovo sulla gioia del
Vangelo. E' evidente che, per la situazione in cui ci troviamo, essa non è,
come tanti altri documenti che l'hanno preceduta, una sorta di direttiva
ideologica che bisogna attuare, un legge che bisogna eseguire, ma piuttosto un
grido di aiuto. Ma noi non siamo più abituati a fornire il tipo di aiuto che ci
viene richiesto. Per troppi anni si è posto l'accento sulla necessità di obbedire e sul conformismo, per troppi anni
si è combattuta, e comunque scoraggiata, ogni forma di autonomia e di sforzo ideativo. Ripartire
non sarà facile e, per le caratteristiche della crisi che stiamo vivendo, il
cambiamento non potrà essere prodotto dal vertice, perché è proprio nel vertice
che la crisi si è prodotta.
Un buon inizio per
l'impegno che ci viene chiesto potrebbe essere quello di imparare dalla storia
che abbiamo collettivamente vissuto. Però bisogna cercare di farne memoria in
spirito di verità. Non di rado si è attaccati a un passato che si è ricostruito
ideologicamente in funzione del presente. E' una cosa che è accaduta
frequentemente, e ancora accade, nell'agiografia, nella ricostruzione delle
vite dei santi o dei candidati ad essere proclamanti tali.
Questo sarà l'anno
dei due Papi santi, proclamati santi lo stesso giorno. La liturgia della
cerimonia suggerisce una continuità tra i due, tra quello che ha regnato prima
e quello che ha regnato dopo. In realtà essi rappresentano due modi molto
diversi di intendere la vita collettiva di fede, anche se non contrapposti. Il
secondo fu, in tutti i sensi, un uomo
venuto di lontano, come ci disse presentandosi il giorno in cui lo vedemmo
per la prima volta nelle vesti di regnante (e di quel giorno io sono diretto testimone).
Il primo, profondamente radicato nella realtà italiana, innescò un processo di
rinnovamento che il secondo, ad un certo punto, cercò di contenere, riservando
solo a sé medesimo ogni passo in avanti, e di questi passi ce ne furono indubbiamente molti e molto importanti ed è per essi, penso,
che lo si farà santo. La concezione dell'azione sociale della gente di fede era,
per il secondo, quella di un popolo che segue
i propri pastori: è quello che venne definito il modello polacco, che si è rapidamente dissolto dopo che erano
venute meno, con il crollo del regime comunista dominante, le ragioni politiche
della sua affermazione. La concezione dell'altro regnante era invece quella che
si dovessero liberare le energie sociali che si manifestavano anche nella
collettività religiosa e, in genere,
dialogare con quelle che percorrevano le società contemporanee, cercando di
capire ciò che in esse poteva essere manifestazione di un disegno
provvidenziale: questo fu, a mio modo di
vedere, il senso della parola d'ordine aggiornamento
che guidò il processo di progettazione per il rinnovamento attuato nel corso
del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), da lui convocato. Negli scorsi anni
Sessanta la preoccupazione del regnante fu che la nostra collettività religiosa
fosse rimasta indietro, a partire
dalla fine degli anni Settanta quella dell'altro regnante fu invece che essa si
stesse spingendo troppo avanti.
Nel corso degli anni
Ottanta del secolo scorso il modello organizzativo polacco prevalse in Italia.
Ma in Italia non c'era un regime politico comunista. Egemone era un partito di
ispirazione cristiana, che traeva i suoi più importanti orientamenti sociali
dalla dottrina sociale della nostra confessione religiosa, interpretati però
laicamente, in piena autonomia, secondo del resto i principio del Concilio
Vaticano 2°. E le nostre collettività religiose erano caratterizzate,
all'epoca, da un accentuato pluralismo, fondato su una storia che affondava le
sue radici nel medioevo. Questa realtà è stata profondamente cambiata dal corso
polacco e, in particolare, sotto il
profilo ideativo, dove si è manifestata con più forza la pressione dal vertice.
In un certo senso, come è stato osservato, il modello polacco è durato molto più a
lungo in Italia che in Polonia. Penso
che, se si vuole indurre un cambiamento al modo in cui lo si intende nella
recente esortazione del nostro vescovo,
bisognerebbe cercare di ricostituire un modello pluralistico, sfruttando le autorizzazioni che in tal senso sono
venute dall'alto.
La difficoltà sta nel
fatto che da troppi anni, come collettività religiosa, siamo stati abituati ad
avere qualcuno che dall'alto ci diceva che fare e che pensare. L'eccezionale
produzione di documenti normativi del vertice romano della nostra confessione
religiosa non ci ha lasciato praticamente altro da fare che studiare quei testi
e l'apologetica si è concentrata su di essi, tanto che probabilmente pare
strano vedere che su questo blog si fa poco riferimento a quei documenti.
Altrove, ed ora anche sulla stampa laica,
quella produzione invece straripa. Ma se uno prende in mano la recente esortazione del nostro vescovo, che per
certi versi è anch'essa un testo straripante,
vi scopre indicazioni di metodo più
che direttive concrete sul che fare e che pensare. Può quindi rimanere
disorientato. La verità, che prima ci
veniva presentata come una e una
sola, ci viene ora presentata in tutte le sue sfaccettature. Scopriamo,
come è scritto in un testo del nostro vescovo citato oggi con molta evidenza
sul quotidiano che leggo e che passava per campione di laicismo, non la si possiede,
ma la si incontra, e per incontrarla
bisogna evidentemente cercarla. Da
popolo attuatore di verità, scopriamo quindi di doverci fare cercatori di verità. E ciò anche su alcuni capisaldi
etici su cui un tempo ci si manifestava molto sicuri, tirando le orecchie ai
dissenzienti teorici e pratici, e ora invece si dice che ci si vuole pensare
su.
Ricostituire un
modello di collettività pluralista significa ammettere la compresenza di
diverse linee di pensiero e di stili di vita
e quindi non proporsi di realizzare il conformismo in materia. Questo
richiede un certo tirocinio, una qualche fase di sperimentazione e alcune
modifiche organizzative.
Parlando di cose
concrete, io vedo, ad esempio, che nella nostra parrocchia il pluralismo è
tollerato nei più anziani, che evidentemente sono ritenuti incorreggibili. Non
è vero che si tollera il gruppo di Azione Cattolica perché, in definitiva, è
fatto di persone piuttosto anziane e si prevede, ragionevolmente, che prima o
poi si esaurirà? Dai più giovani, quando cominciano a manifestare una certa
autonomia, diciamo intorno all'età in cui, ai tempi nostri, si fa la Cresima, si pretende invece la
conformità a una certa linea di pensiero e a un certo di stile di vita, a un
modello che è quello proposto dal Cammino Neocatecumenale. Ed è sostanzialmente
come se si dicesse loro che, se non vogliono uniformarsi: "quella
è la porta". Beh, mi pare che quella porta un certo numero di giovani
l'ha poi varcata. Resistono, in genere, i figli delle famiglie neocatecumenali che vivono le comunità neocatecumenali come un'estensione, un prolungamento, del loro ambiente domestico, che è loro familiare in tutti i sensi.
Ma ora, a quello che è emerso durante la recente udienza con il vescovo
ausiliare di settore, c'è qualcosa di più. Il problema è che i più giovani
quella famosa porta non è solo che la varcano in uscita, ma non l'attraversano più nemmeno in entrata, nel senso che, come ci è stato
fatto osservare, i genitori del quartiere non portano più i figli in parrocchia
perché siano preparati per la Comunione. Nonostante che il quartiere sia
popoloso diminuiscono le iscrizioni per il catechismo per la Prima Comunione.
Alcuni sostengono anche che c'è un fenomeno migratorio verso altre parrocchie.
Perché?
La linea di pensiero
e lo stile di vita proposti dal Cammino
Neocatecumenale non sono gli unici ammessi nella nostra confessione religiosa. Se
però non si è d'accordo su questo, allora non si deve andare oltre. Chi non li
condivide deve andare in un'altra parrocchia: "quella è la porta". Se però si ammette che possano
esistere, e che di fatto esistano e abbiano diritto di cittadinanza, altre
linee di pensiero e altri stili di vita, allora bisognerebbe riformare il
sistema dell'iniziazione alla Cresima e quello della formazione permanente
secondo criteri pluralistici, in modo
che la strada che si intraprende non debba necessariamente concludersi in una comunità neocatecumenale, dove condizione
per l'ammissione e per rimanervi è il condividere e praticare la linea di
quell'organizzazione, o varcando in
uscita le porte della parrocchia (non è questa, credo, la Chiesa in uscita, auspicata dal nostro
vescovo). Dirlo è facile, realizzarlo è difficile, perché ho l'impressione che,
come dire, manchi il personale per farlo. Infatti chi ha avuto esperienza della
formazione pluralistica è ormai troppo anziano per garantire un impegno con i
più giovani. Preciso che qui non si tratta di abolire il metodo neocatecumenale, ma di affiancargli anche un altro metodo, per cui ci possa essere, ad un
certo punto, libertà di scelta, in
modo da non essere costretti a cambiare parrocchia o a non venirci proprio se
non si condivide la proposta neocatecumenale. Ma, appunto, ho l'impressione che
manchino i formatori e, innanzi tutto, chi formi i formatori. Se ci si vuole
incamminare su questa strada, occorrerà quindi rivolgersi alla diocesi, per
avere un aiuto, almeno per i primi tempi, direi per i primi anni (non sarà un
processo breve).
La sfida dei tempi
nostri è appunto quella di riuscire a garantire, anche in religione, la
compresenza di diversi metodi, linee di pensiero, stili di vita. Nel tremendo
passato della nostra confessione religiosa si è in genere andati piuttosto per
le spicce, semplicemente eliminando o riducendo il pluralismo eliminando chi lo
manifestava. Ad esempio nel Cinquecento in Germania fu stabilito il principio
che un popolo doveva avere la religione del proprio sovrano: chi non era in
linea doveva emigrare. Non mi pare questo il modello auspicato dal nostro
vescovo. Ma nemmeno quello vigente nella nostra Repubblica, per la quale
l'intolleranza religiosa è vietata e sanzionata. E la Costituzione che impone
la tolleranza è stata scritta con il contributo determinante, in particolare
nella parte sui principi fondamentali, di politici cattolici.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli